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Cuori di nebbia di Licia Giaquinto

[1]Bene ha fatto TerraRossa a ripubblicare – si tratta di un repêchage – questo romanzo di Licia Giaquinto uscito per Flaccovio nel 2007 e, come talvolta capita, ahimè, presto fuori catalogo. Cuori di nebbia – questo è il titolo – è infatti un romanzo ragguardevole per intelligenza formale e densità letteraria.

Ambientato nella pianura padana, lungo la via Emilia, tra Bologna e Modena, dove le aspre nebbie dell’inverno esibiscono l’impermanenza delle cose, specchio dell’impermanenza (delle anime) degli uomini, il romanzo descrive un’Italia provinciale, assieme arretrata e contemporanea, attorno all’anno duemila. Il racconto è affidato a sette personaggi (Mirella, Filippo, Natascia, Francesco, Nicola, Patrizia, Mirco), ciascuno dei quali prende la parola e racconta via via la propria vicenda drammatica, scabrosa, accalorata. Nella successione dei capitoli, i cui titoli segnalano il ritorno dei narratori interni, le vicende si intrecciano fino a un esito non felice, amarissimo. Conseguenza, sempre o quasi, parrebbe, di faticosi traumi o di commoventi e irritanti insipienze – ciò che lascia intravvedere una antropologia pessimista, dove il pathos (l’irrazionale) prevale sempre sulla ragione e sul bon sens; sicché non si salva nessuno: nemmeno Filippo, l’innamorato felice (fino all’ultimo istante della sua vita); nemmeno Mirco, il fatuo innocente; entrambi dormienti e sognanti ciascuno il proprio sogno. (Ma non c’è personaggio che non sogni e che dal suo sogno o incubo non rimanga abbacinato).

Ho accennato sopra alla densità letteraria di questo romanzo. Giaquinto si cimenta in un esercizio di stile – uno stile non senza asprezze che tuttavia si accorda con la materia torbida e rimescolata, con i caratteri. Infatti, restituisce a ogni personaggio una sua voce, un gergo, un tono.

Ecco l’esordio di Mirella: «Non so spiegarmi perché, ma all’inizio, quando Filippo ha cominciato ad alzarsi di notte, io non ho pensato a loro. Al fatto cioè che poteva essere un cliente. Mi è venuto subito da pensare che andava a fare lo spione, il che mi faceva schifo di un bel po’ … finché un giorno, nel mentre che rovistavo in un buco della stalla, dove mi pareva ci fosse un nido di topi, ho trovato un pacchetto di preservativi alla fragola che era il frutto preferito di Filippo, tant’è vero che aveva messo su una piccola serra proprio per coltivarci le fragole che gli piacevano anche solo a vederle, così tutte belle rosse nascoste sotto le foglie verdi, che quando maturavano guai se ne raccoglievo una, che le voleva raccogliere solo lui col panierino di vimini, e mi sembrava un bambino tanto era felice … No, Filippo non era uno che sbavava a spiare le coppiette rintanate a scopare, come quel bazurlone del nostro vicino Nicola, ma scopava di proprio» (p. 9).

Ed ecco come Francesco descrive la madre: «Il corpo di mia madre era mastodontico e delicato come quello delle regine delle termiti. E andava continuamente curato per evitare che marcisse. / La sua pelle sottile e bianca rischiava di rompersi continuamente nei numerosi punti di attrito, dovuti alle pieghe del grasso, e per preservarla non bastava il bagno mattutino, ma era necessaria una lotta continua combattuta a forza di acqua, spugne, pezze di lino, borotalco, batuffoli di ovatta, così da rendere inoffensivo quel nemico invisibile fatto di milioni di batteri che proliferavano senza tregua tra le pieghe umide di sudore di mia madre e che, se li avessimo lasciati fare, forse se la sarebbero divorata viva» (p. 125).

Mi si perdonerà la lunghezza delle citazioni: mi pareva necessario offrire due pagine esemplificative. Quello di Giaquinto, infatti, è un esercizio ‘spericolato’, teso a evitare la parodia o il grottesco. Direi, ovviamente, un esercizio riuscito. Chiude il libro una non superflua postfazione dell’autrice.

 

Licia Giaquinto, Cuori di nebbia, TerraRossa, 2022, pp. 202, €15,90.

 

Giudizio: 4/5