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Acqua nera di Joyce Carol Oates

di Silvana Arrighi

«La Toyota a noleggio, guidata con impaziente esuberanza dal Senatore, filava lungo la strada sterrata senza nome, imboccando le curve con vertiginose sbandate, strisciando sul terreno, poi, all’improvviso, uscì chissà come di strada per finire nell’impetuosa acqua nera dove, inclinata sul lato destro, affondò rapidamente.

Devo morire?… così?»

 

Elisabeth “Kelly” Kelleher aveva incontrato il Senatore a un festeggiamento molto esclusivo per il 4 luglio. Ventiseienne, brava ragazza fresca di studi, di ideali e di belle speranze, non aveva voluto credere ai suoi occhi quando il bel Senatore democratico molto più anziano di lei, fisicamente molto prestante, e intellettualmente molto vivace – nonché in odore di futura nomination per le presidenziali USA – le aveva dedicato un’attenzione speciale. Forte di tutti questi “molto” e di un’ammirazione sviluppata proprio preparando la tesi di laurea, si era lasciata trascinare in una folle corsa contro il tempo per prendere un battello che avrebbe condotto la coppia in un motel sulla costa e a consumare un tempo-fuori-dal-tempo in un vortice di passione, istanti felici e poi, chissà… E, invece, ecco che un drink dopo l’altro sommati all’oscurità della notte incipiente annebbiano la vista allo spericolato guidatore, l’automobile esce di strada e in un’istante si inabissa nella nera impenetrabile palude. Dentro alla Toyota a noleggio, l’acqua melmosa sale, la bolla d’aria utile a respirare rimpicciolisce, il panico soffoca, la paura accieca: mentre il Senatore, codardo, riesce ad allontanarsi mettendosi in salvo da solo, Kelly rimane sola.

Il racconto inizia proprio dal momento di massima drammaticità per poi accompagnare la sventurata Kelly a ripercorrere nei pensieri gli eventi della propria vita e i momenti che hanno portato a quel fatidico evento. Un vortice di immagini, ricordi ed emozioni avvolge la giovane affamata d’aria e di vita, e vi affonda, con lei, il lettore, perso nel racconto claustrofobico di cui già conosce l’epilogo. In una narrazione brillantemente tessuta, entriamo nel passato di Kelly e nel suo presente, nella sua mente e nel suo corpo mentre, un istante dopo essere stata fatalmente attratta da questo uomo affascinante, questo eroe, questo futuro amante, si deve separare da lui e dalle sue illusioni. Dalla sua famiglia, dal suo futuro.

Basandosi su un fatto storico realmente accaduto nel 1969 – l’incidente automobilistico di Chappaquiddick in cui perse la vita la giovane Mary Jo Kopechne, e che coinvolse il senatore Ted Kennedy in uno scandalo dagli strascichi pesanti – Joyce Carol Oates costruisce una storia incalzante, vivida e amara. A seguito di quel tragico, bruttissimo evento, il Senatore Kennedy, responsabile per la sua negligenza della morte della giovane, fu accusato di omissione di soccorso e condannato a due mesi di carcere; poi addirittura sospesi da una Corte fin troppo indulgente e propensa a credere a tutte le “scusanti” addotte dal colpevole. Colpevolezza che, comunque, non ha impedito che, cinquant’anni dopo, gli fosse conferita la Medaglia Presidenziale della Libertà «Per il suo contributo particolarmente meritorio alla sicurezza o agli interessi nazionali degli Stati Uniti, alla pace nel mondo, alla cultura o ad altri importanti sforzi pubblici o privati». Anche per questo il racconto/romanzo della Oates è molto vicino ad essere un capolavoro: accenna senza segnare a dito, segna a dito senza condannare, condanna senza giudicare. Molto sottile, molto elegante. C’è però un capitolo, il XXX, nel quale vengono prese in esame le cinque modalità presenti negli Stati Uniti (al momento della stesura del libro, 1992) per eseguire la pena capitale: impiccagione, fucilazione, sedia elettrica, camera a gas, iniezione letale: ciò è utile alla narrazione perché la giovane protagonista aveva svolto una ricerca proprio sulle opinioni del Senatore, contrario alla pena di morte. Acutamente si lascia però intendere che il Senatore – quello della finzione ma anche quello vero –, se condannato per omicidio, avrebbe potuto in effetti essere proprio giustiziato con uno di quei metodi.

«Kelly si ritrovò a elencare le idee del Senatore che la entusiasmavano di più […] Appassionatamente Kelly Kelleher parlava, con l’aria ipnotizzata di chi si rivolge a un vasto pubblico e non a una singola persona, appassionatamente il Senatore ascoltava. Quando mai le sue stesse parole gli erano parse così sensate, così ragionevoli e convincenti?… così melodiose, liriche, ispirate? Con una punta di irriverenza, a Kelly venne in mente una cinica frase di Charles De Gaulle: Poiché un uomo politico non crede mai a ciò che dice, è sorpreso quando gli altri gli credono».

Joyce Carol Oates, Acqua nera, trad. it. di Maria Teresa Marenco, Il Saggiatore, Milano, 2012, pp 138, € 16 [Titolo originale Black water, The Ontario Review, prima edizione americana, Dutton, 1992].

Giudizio: 5/5

 


23.12.2022 Commenta Feed Stampa