Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > Botanico Brogliaccio di Rosa Pierno 

Botanico Brogliaccio di Rosa Pierno 

di Lidia Popolano

Negli studi critici epistemologici, in particolare in quelli sulla Natura, solo di recente si è iniziato a prendere in considerazione l’influenza dell’operatore sull’impostazione o sui materiali dell’esperimento. Rosa Pierno in questo suo Botanico Brogliaccio, poemetto arcadico contemporaneo che mostra, e narra al contempo, la costruzione di un erbario, propone un appassionante viaggio che tratta alla stessa maniera la natura dell’opera e l’influenza della sperimentatrice nella costruzione dell’opera stessa. Ogni sua contraddizione o dubbio rivelano pertanto la sua attenzione verso un problema-chiave, visto che ne condivide le difficoltà. 

È un erbario figurato questo Botanico Brogliaccio. Figurato nel doppio senso di essere espresso per mezzo di figure retoriche, ma anche per essere rappresentato per mezzo di disegni, pitture, abbozzi, note, che affiancano gli oggetti materiali della raccolta. Una natura, luogo delle forme, degli ornamenti e delle strutture, come precisa il testo, dove non è opportuno inseguire astrazioni o catene di argomentazioni, ma abbandonarsi piuttosto alla stupefacente molteplicità, suggerita fin dalla scelta della parola-oggetto Pianta. È una collezione che non è ricerca di contenuti o di contesti o condizionamenti, ma una esposizione veritiera di ciò che è, in virtù di ciò che è. Un erbario che è dunque una realtà concreta, talvolta rigogliosa e ridondante, altre, come calcinata e ridotta in una quantità di pigmento in polvere, capace di tingere un’intera scena con il semplice contatto di una goccia di linfa, o pronta per essere utilizzata in un’opera d’arte pittorica, o in un poema. Non vi troveremo procedimenti induttivi, né deduttivi: solo osservazioni e raccolte di reperti, accompagnate da atti e annotazioni che hanno lo scopo di lasciare tracce artistiche o poetiche. Sarebbe stato irrealistico, quanto vano, tentare di afferrare una conoscenza della realtà che fosse globale, o, al contrario, analitica. 

E lancia provocatori ossimori, l’autrice, quali inoperose intraprese, o riottose passeggiate, addentrandosi in paradossi apparenti, quale quello dell’infinito, inteso come grandezza infinitamente frazionabile, oppure come ampliamento indefinito del pensiero, in una ricerca appassionata di conoscenza, che, fin dall’inizio sembra seguire un’intuizione, o una veggenza. Ma, davanti all’inanità del compito, pari all’abisso che c’è tra una foglia viva e una descritta, tra una piantina raccolta in un erbario e una immaginata e dipinta, così come tutte le intuizioni e le veggenze abbisognano di un passato e di un futuro a cui riferirsi, allo stesso modo l’autrice si abbandona all’estasi di visioni mentali-sensitive, in cui troneggia la capacità immaginativa necessaria. Solo attraverso di essa sarà possibile completare una narrazione, che è, a un tempo, ricerca che discerne e capacità di sorprendersi, tentativo di rintracciare un ordine vincente sul caos dell’esperienza spontanea, ma anche l’ordine vincente di un’esperienza ragionata, su una mente indisciplinata. Allora, come scrive l’autrice stessa in una delle glosse, contraddizioni e ripetizioni, ben evitate in altri testi, sono nell’erbario il vero oggetto della ricerca, quasi sia possibile avvicinarle attraverso la congiunzione dei due capi di un unico filo, benché circolare, lasciando aperta la questione della conoscenza. 

Nell’India vedica, l’atto ultimo a cui tutti gli altri riconducevano era quello del mangiare, o comunque del recidere, dello svellere. Un atto che consumava una parte di mondo, che distruggeva, e dunque, anche se insito nella sopravvivenza, un’evidenza del Male. Ma c’era sempre per i vedici un fuoco divorante e una sostanza divorata, e questa violenza un giorno sarebbe stata praticata da chi la subiva, verso chi la metteva in atto: chi mangiava sarebbe stato mangiato. Il rimedio al guasto, alla paralisi profonda che produceva questa ciclica violenza, era l’atto stesso di percepire ciò che era, e di manifestarlo attraverso, non un enunciato, ma una serie di gesti rituali, come ad esempio versare il latte sul fuoco. Il male pervasivo che doveva essere portato alla coscienza attraverso il sacrificio, ossia attraverso gesti e formule praticati da chi sapeva come fare per porvi rimedio. Il brogliaccio è un giardino d’arte, ma al contempo, la rivelazione del misfatto elegantissimo perpetrato ai danni di tutto ciò che vive, infatti l’opera non presenta una struttura lineare o ramificata in capitoli, ma ha una struttura ciclica, o, meglio, lascia intravedere più cicli nei diversi campi di osservazione: esterna o interiore, o nelle due direzioni: dall’interno verso l’esterno e viceversa; ma anche nel ciclo giorno-notte; nell’attribuzione di una preminenza alla Natura in alcuni passi, o alla Natura-Cultura in altri. 

Un impegno decostruttivo e ricostruttivo, quello dell’erbario, che rende quindi possibile il cambiamento, la liberazione delle energie psichiche, la vista attraverso la tenebra del bosco, o attraverso l’apparente trasparenza della vetrata del salone interiore, per evitare il letteralismo del linguaggio, ossia l’univocità dei significati, o l’irrigidimento della mente, la pietrificazione del dolore, o l’identificazione indiscussa con il proprio IO. Ecco che le prose poetiche  di Rosa Pierno sono un gioco di ricominciamenti o di simmetrie, le definizioni scientifiche vi sono accuratamente evitate, le incarnazioni parola-oggetto solo temporanee e precarie. L’osservazione è talvolta immersa e quasi identificata nella natura, altre volte avviene a debita distanza, perché i fenomeni non cadano in interpretazioni vincolanti o riduttive. 

Perdere la rotta o andare alla deriva era parte integrante dell’esperienza di lettura dei Passages di W. Benjamin, da questi il Botanico Brogliaccio differisce anche per l’inesistenza di riferimenti tra le glosse. Non è impossibile tuttavia rintracciare lungo l’opera un certo procedere, un certo “prendere contezza”, nel senso dato da M. Heidegger, di vivere o rivivere i fenomeni con rinnovata attenzione, prendendo nota in modo particolareggiato. Non sarà quindi difficile trovare note lasciate come suggerimento di nessi o di significati, con uno stile coerente alla conduzione dell’esperienza stessa, e che evidentemente vogliono accompagnare una vita capace di donare senso e valore. Ma si potranno anche notare cambiamenti nel punto di vista della narrazione, che talvolta coincide con quello della ricercatrice, o della critica d’arte, altre con quello della poetessa, maniera di esporre i fatti oggettivandoli, non in modo teoretico o scientifico, ma legandoli alla particolare forma di esperienza, o della rammemorazione, o di un “rendere conto” in modo complesso e frammentato, ma non privo di attribuzioni temporanee di senso. 

L’opera sceglie inoltre una modalità espressiva metaforica che invita a una elaborazione soggettiva dei concetti, accentuando le analogie tra gli ambiti differenti, come quello naturalistico o l’artistico, ma anche mantenendoli distinti, e rivelando in alcuni passi, in cui l’autrice discetta di classificazione, quello che H.G. Gadamer definisce come processo di Metafisica fondamentale, ossia la costituzione di campi semantici, considerando la metafora, essenziale nella genesi dei concetti per similarità, ancor prima che per accostamenti logici. Ora, per sapere generalizzare, bisogna astrarre, ma per astrarre, bisogna già sapere generalizzare, e intorno a questa apparente contraddizione gravitano più o meno inconsciamente gli estremi del nominalismo e del concettualismo, dai quali, l’autrice non cessa di distanziarsi. Preferisce installarsi nella posizione provvisoria del prendere contezza, come accennato, forse per non cadere nel caso spinoso della necessità di una validazione delle conoscenze, ma anche nella consapevolezza che la vita e la ricerca umana si reggono su convinzioni ferme e vive, la cui portata non è, sì, generalizzabile, ma non rappresenta neanche un abbandonarsi sonnecchiante alle certezze, privo di qualunque articolazione del pensiero. 

Pur non essendo un’opera simbolica, nel suo Botanico Brogliaccio, l’autrice si avvale di simboli tratti dal mito, dal fiore all’albero, dal seme all’uovo, al vaso-crogiolo, o forse vaso-utero, contenente piantine, polveri, umori, cioè gli elementi oggetto della conoscenza stessa, senza tralasciare, tra i simboli, i materiali inorganici e gli operatori di trasformazione come il fuoco. Sul tutto imponendo, come solo criterio, l’accostamento temporaneo per affinità, o per bellezza, anche se non del tutto efficaci, e senza mai appropriarsi dello scopo ultimo della ricerca. Il fiore, in particolare, sembra che in pittura suggerisca il ritorno all’origine, atto di ricerca del senso primigenio e ripetibile ciclicamente, non solo come atto volontario, ma anche seguendo i cicli di natura. La passeggiata mattutina dell’autrice, nel giardino o nel bosco, è uno dei ciclici atti rituali che riporta all’origine, che aiuta a superare il baratro dell’incertezza e ritrovare la prossimità con la natura: dall’origine all’atto, all’esaurirsi di questo, per tornare alle origini, in un nuovo ciclo. I comportamenti rituali si possono considerare metamorfosi, in quanto ripetizioni di singole unicità che non possono coincidere, ma che utilizzano la metafora del divenire. Quasi un’opera al nero, che si completi e poi riprenda, senza esaurire tutte le possibilità, e sotto la guida dell’albero della vita e dei suoi innumerevoli fiori, in cui il nero alchemico, trova concretezza nella putrefazione delle piante collezionate, o nelle zone d’ombra nel bosco, e non simbolizza l’inizio dell’opera di trasformazione, ma una delle fasi di un ciclo multiplo fatto di riflessione, sperimentazione, conoscenza, non necessariamente in quest’ordine. 

Con il procedere della ricerca, l’autrice sembra poter fare a meno del rito, per lasciarsi andare alle sensazioni interiorizzate durante le esperienze, ed esplora il desiderio, l’anticipazione immaginativa dell’esperienza, per poi tornare alle ricerche sul campo, ma questa volta avendo acquisito la necessaria distanza dall’oggetto della ricerca, per cogliere le lacune nella percezione dei fenomeni, e per affrontare l’indagine seguendo le tracce di senso che rimangono in lei. Torna alla natura con consapevolezza, per riprendere l’erbario non come obiettivo di una mimesi della natura, né come specchio fedele della mente, o come immagine pedante di se stesso. Semmai, finalmente, come azione compiuta consapevolmente, pur non conoscendone del tutto il senso, per ritrovare la speranza, benché accogliendo il parziale, il difettoso o il mostruoso. Tracciando un percorso vissuto nell’eccezione, nell’espressione del potenziale, nell’utilizzazione delle proprie facoltà di  immaginazione, l’autrice ritrova l’armonia segno-mente-natura, senza questa volta tralasciare le ombre. 

Creare inediti innesti dal senso nascosto, adatti a giocatori avvezzi alla difficile ricerca, diventa ripercorrere la natura-cultura  tentando la traduzione di un mondo, in modo non meno accettabile di un’incisione a graffito sulle pareti di una grotta preistorica. Riproduzione talvolta più vivida e fedele della traccia sbiadita, lasciata dalla memoria, tentando di recuperare autenticità, nell’accettare macchie, o accogliere insetti parassiti, senza l’ambizione di preservare indefinitamente la qualità, anzi godendo dell’incontrollabilità del processo di ingiallimento, o delle sue trasformazioni di tonalità nei riflessi rosso-dorati, al tramonto. Più precarie saranno così le qualità originarie, e per questo più preziose, in fondo. Dal nero della notte e dell’appassimento, attraverso il bianco dell’alba, il giallo e il rosso del tramonto, la scrittura di Rosa Pierno è capace di rappresentare i movimenti della mente con il linguaggio metaforico della poesia e una forma del testo che non abbisogna di versi per essere poetica. Macerare, seccare, miscelare, distillare sono parole-atto concrete capaci di suscitare riverberi nell’immaginazione, a differenza di una lingua parlata, dai significati astratti, pietrificati, morti. Il Botanico Brogliaccio è dunque il poema della ricerca-trasformazione, ben focalizzata come nel mito di Vesta, ancella della cultura, o di Venere, maestra di cosmetica. Nella realizzazione del suo erbario, la focalizzazione, l’attenzione prestata con cura, con rigore e piacere sensuale, ai colori, ai profumi, alla grana della materia, diviene un’estasi per la ricerca del sapere, condotta nella maniera più distante dal desiderio di possesso, in un cammino di alleggerimento, di purificazione dalle scorie, di ascolto-attesa-attribuzione dei possibili nessi e significati del cosmo. 

Di natura arte par, che per diletto/l’imitatrice sua scherzando imiti. (sembra un artificio della natura che per divertimento/imiti scherzando la sua imitatrice).

(dalla Gerusalemme liberata di T. Tasso) 

 [Nel giardino della maga Armida…] 

 Botanico brogliaccio di Rosa PiernoEdizioni Terra d’Ulivi – Pensiero poetico, Lecce, 2022, pp. 50, €10:00.

Giudizio 5/5.


26.11.2022 Commenta Feed Stampa