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Wonder boy di Daniele Musto

di Riccardo Sapia

Nei libri, nei romanzi per esattezza, l’autore solitamente decide un fulcro attorno al quale svolgere e riavvolgere la storia, farla ruotare insomma. Anche Musto in questo libro, ma anche nel precedente, non è da meno. In Holiday club. Cartoline dall’inferno è lo stesso hotel che ospita il protagonista e i vari coprotagonisti che si susseguono lungo le pagine del libro a essere il centro attorno al quale si dipana la storia. Qui, in Wonder boy, è decisamente lo stesso Maniele Dusto non solo a ricoprire il ruolo del protagonista ma anche a essere il centro dell’azione, il punto da cui parte e dove arriva ogni evento.

E dire che di eventi, più o meno straordinari, questo libro ne è pieno; e di conseguenza ne è piena anche la vita di tutti i suoi personaggi. È un mondo strano quello che descrive Musto, ma la stranezza di quel mondo, costruito dall’autore con dovizia di particolari, è direttamente proporzionale al suo bisogno, che è anche il nostro, di non guardare in faccia la realtà, la cruda e dura realtà che ci circonda. Musto infatti ci stupisce, ci sorprende, ci scandalizza perfino, ma, a ben riflettere, non fa altro che rappresentarla, la realtà: una realtà molto spesso inclemente se non addirittura violenta. Come in questo romanzo, appunto, dove il protagonista è un ragazzo che sin da piccolo è costretto a contare praticamente solo e unicamente su se stesso. Ce la descrive in maniera vorticosa, questa realtà, quasi a non volercela fare vedere, per evitare si mettano a fuoco particolari imbarazzanti. Sembra, questo, quasi un messaggio ‘subliminale’ da parte sua: bisogna correre per distrarsi, non bisogna fermarsi mai.

E Maniele, il nostro protagonista, da un certo punto in poi della sua vita, non si ferma letteralmente mai, come in una giostra senza fine. Maniele: un ragazzo che trascorre la prima parte della vita chiuso in casa e soltanto quando ritiene di poter affrontare il mondo, di esserne in grado, insomma, raggiunta la consapevolezza necessaria, decide di uscire allo scoperto: «Quello della prima superiore fu l’anno in cui mi consegnai a me stesso integralmente, totalmente». Ma ciò comporta, ovviamente, momenti di sconforto e di paura: «L’autostima mi precipitò sotto le scarpe». Il mondo è lì, tanto, è lì che lo aspetta, con tutte le sue brutture ma anche con tutte le accattivanti avventure che ci può offrire.

Maniele è un ragazzo alquanto dotato, per prima cosa di consapevolezza: lui sa guardare il mondo che lo circonda e dentro cui si sente fuori posto, storto, inadeguato. Ma è dotato pure di una forte immaginazione che gli permette di rendere reali personaggi della televisione: per esempio, tanto da poterne sentire la presenza. Infine, Maniele possiede anche una certa autostima che lo aiuterà in tutti i casini che, un po’ per altri ma un po’ anche per lui stesso, si ritroverà a dover affrontare lungo il corso della vita: «Io credo, e a ragion veduta, di essere una delle persone più buone del mondo. Di più. Io credo che, anche andando indietro negli anni, secoli, millenni, difficilmente riusciresti a trovare una persona più buona, tollerante e condiscendente del sottoscritto. Però, c’è un però. Non so come, ma sto sul cazzo a tutti. Di più. Mi odiano tutti. Non so com’è. O mi evitano, tipo i miei genitori, o se ne vanno, spariscono, mi evitano. Oppure, proprio mi odiano, mi vogliono del male, mi augurano il male, vogliono farmi male. / E poi c’è un’altra cosa che, probabilmente, è molto peggio di essere buono, e cioè il fatto di avere la faccia da buono. La faccia come quella che ho io, insomma. Questa è la vera sfiga. E come sono io, di faccia? Allora: un rincoglionito. Non brutto, carino. Ma lo sguardo è quello del rincoglionito, quello di uno che non aspetta altro che farsi mettere i piedi in testa. A uno con la faccia come la mia potresti fare di tutto, dire di tutto».

Autostima, quindi, ma anche consapevolezza e tanta ironia; un’ironia che appartiene al suo autore e rappresenta quel sale della vita senza il quale prevarrebbero noia e tristezza. Ed è anche dall’ironia che viene fuori l’estremo coraggio di Maniele, che lo porterà purtroppo a perdere quel buon senso che lo aveva caratterizzato fino a quel momento e che gli aveva permesso, malgrado il destino, di raggiungere certi obiettivi.

La vita del protagonista, a un certo punto, è strutturata secondo uno schema ben preciso, schema che ritroviamo anche nella struttura del libro. Maniele sin da giovane sente il bisogno di classificare ogni cosa: organizza la sua vita seguendo una tabella dove stabilisce quelli che lui chiama «precetti di vita» e a cui bisogna tener fede per affrontarla, la vita. Dei precetti di cui parla, quello sulla necessità di farsi il callo su tutto ciò che ci capita è quello che meglio rappresenta il carattere del nostro protagonista e, di conseguenza, del suo autore.

Perché in un qualsiasi libro c’è sempre un punto in cui meglio ritroviamo il carattere di chi l’ha scritto, e questa del callo è quella che più rappresenta Daniele Musto: ironia e intelligenza coniugate con una spiccata consapevolezza di ciò che la vita ci offre.

Come ho accennato sopra, è grazie all’ironia, insieme all’uso di un linguaggio adeguato al suo protagonista, che Musto ci trasporta dentro situazioni che, a tratti, hanno del grottesco. Ma, via via che si va avanti, sorge spontaneo domandarsi se non sia la vita stessa a essere grottesca con le sue rappresentazioni farsesche, a volte persino assurde e, appunto per questo, reali. Sembra che Musto ci voglia offrire un manuale per l’esistenza da seguire e rispettare pedissequamente ed è per questa ragione che mette giù la figura di un ragazzo apparentemente sfigato – un disadattato – conferendogli invece tutta una serie di caratteristiche che lo dotano di tutti gli strumenti necessari per «sbarcare il lunario», anche se alla fin fine «accade tutto per poco, questione di centimetri, o zero virgola, insomma». Le cose, quindi, vanno come devono andare, malgrado l’ordine stabilito da Maniele nel suo elenco delle «priorità». Ciò che conta è avere sempre contezza, e questa a lui non manca, non manca mai.

Persino quando gli sembra di avere «toccato» Dio, gli basta riflettere un attimo, ripensare ai suoi vissuti e tornare con i piedi per terra per perdere nuovamente lo slancio adrenalinico iniziale. Su questo punto, a mio parere, Musto scrive il più bel paragrafo del libro: «La annusavo, la baciavo, la leccavo. Aveva un sapore così buono che mi faceva venire in mente Dio, quando alla domenica andavo a messa con nonna Sophie e don Oreste diceva che Dio era il bene assoluto. Così uguale la vagina della Navile; era il bene assoluto, era Dio o la sua manifestazione più prossima. Era naturale e ovvio che certe persone si innamorassero di Dio, se Dio aveva l’odore e il sapore della vagina della Navile. Io ero innamorato della vagina della Navile come nonna Sophie era innamorata di Dio. Il mondo era strano, difficile da comprendere. Quando mi sembrava di aver trovato un equilibrio c’era sempre qualcosa che arrivava a farmelo perdere».

Ma la giostra riprende, anzi, riparte, frenetica come prima, grazie anche a valori come quello dell’amicizia, tra Maniele e il Monna, e che Musto ci offre in un altro bellissimo paragrafo: «Cominciammo un percorso insieme. Mi insegnò a stare in mezzo alla gente. Mi insegnò a rilassarmi, a godere della compagnia delle persone, a interessarmi a loro, ad ascoltare. Mi insegnò a concentrarmi sugli altri per non pensare troppo a me stesso; per vincere l’ansia, la paura di fare brutta figura, la paura di non essere di non essere all’altezza».

Un amico ha scritto, nel suo blog, che Wonder boy può essere classificato come un romanzo picaresco o come un romanzo pulp per via anche del linguaggio ‘libero’ e scurrile che riempie le pagine del libro. Io sarei più per la seconda opzione; se non altro perché il linguaggio utilizzato è molto più vicino al nostro, ma anche per il ritmo, che ha il ‘dono’ di afferrare il lettore e non lasciarlo più sino all’ultima pagina, un ritmo sincopato che mi fa molto pensare ai romanzi di Ellroy e alla sua scrittura, alla lotta alla sopravvivenza dei suoi personaggi, personaggi, peraltro, con un destino segnato, un po’ come Maniele al quale, a un tratto, Musto mette in bocca una dichiarazione che lascia davvero senza parole e che, per me, rappresenta la summa di quanto scritto sopra: solitudine, consapevolezza e ironia: «Io avevo sempre voluto morire, ecco com’è che stavano le cose. Se non lo avevo ancora fatto, se non mi ero ancora suicidato era solo perché mi ero distratto».

Ed è un bene distrarsi, sempre.

 

Daniele Musto, Wonder boy, Arkadia, 2021, 15,00 €.

 

Giudizio: 4/5

 

 


8.10.2022 Commenta Feed Stampa