Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > Quartetto per la fine del tempo di Roberto Amato

Quartetto per la fine del tempo di Roberto Amato

di Lorenzo Leone

Scrittore appartatissimo, straordinariamente schivo, Roberto Amato esce con un nuovo titolo, Quartetto per la fine del tempo (Eliott, 2022), e gliene siamo grati.  Confesso anche – è opportuno ricorrere alla prima persona – di scoprire Amato scrivendone – scrivendo di questo ultimo libro lambiccato, non in senso deteriore, e segreto. Intransigente.

Prima però una qualche notizia sullo scrittore e poeta, raccolta qui e là. Roberto Amato, classe 1953, esordisce tardi, editorialmente parlando, all’età di cinquant’anni. Il suo primo libro, Le cucine celesti (Diabasis, Parma, 2003), gli vale il premio Viareggio; Cesare Garboli lo nota e ne scrive. Seguono L’agenzia di viaggi (Diabasis, 2006), Il disegnatore di alberi (Elliot, 2009), L’acqua alta (Elliot, 2012), Lo scrittore di saggi (Elliot, 2012), Le città separate (Elliot, 2015). Ha collaborato o collabora con «Erba d’Arno», «Nuovi Argomenti», «Paragone». In una vecchia intervista – si veda il pezzullo di Lorenza Pamploni su «Repubblica» del 4 settembre 2003 –, Amato ebbe a dichiarare: «In fondo io non amo la poesia, e fare il poeta è un mestiere quasi sconveniente, che tocca il pudore. Io preferisco la prosa. Ma è la mia scrittura che si forma così, che si lascia attrarre dalle assonanze».

E fra poesia e prosa, in bilico, è anche la scrittura del Quartetto. Qui (ma davvero solo qui?), e se ne deduce una teoresi, il programma è quello di infrangere, della lirica, ciò che il processo metaforico, per dirla con Jacobson, ‘promuove’: l’espressione dei sentimenti, della soggettività (dell’io), la rêverie, lo spleen. Il che impone, o imporrebbe, l’impiego del processo metonimico della prosa – ancora Jacobson – e dunque la contiguità. Tutto ciò è, nel Quartetto, esperienza nella scrittura ma parimenti materia della sua meditazione, anche nello sporadico gioco metatestuale. Similarità e contiguità, nella scrittura di Amato, si contestano senza isterilirla o ridurla a un prova ipotetica.

Si pensi così alla casa del narratore, dell’io narrante. Questa casa, che è poi anche l’analogon della scrittura, non ha estensioni o volumi stabili: un architetto (geometra), Nicodemo, figura emblematica, si occupa di conformarla alle necessità del suo ‘proprietario’. Il dimorare, si sa (Bollnow o Plessner), è tracciamento di un perimetro di comfort e di sicurezza che non esclude mai la dialettica del proprio e dell’improprio, del familiare e dell’estraneo, del vicino e del lontano; sfrangiature o sbavature dei limiti sono inevitabili e, in certa misura, vitali. Ma Amato, questo il punto, apre costantemente e pertinacemente al perturbante (freudiano). Se, seguendo Bachelard, la casa è (junghianamente) l’anima, ciò non è senza conseguenze. E non è senza conseguenze, in soprappiù, se se ne colgono le relazioni con la scrittura e con ciò che sopra s’è detto su similarità e contiguità.

Quartetto per la fine del tempo (ovviamente da Messiaen) è un montaggio di quattro sezioni (parti) senza pregiudizio di continuità umorale e (persino) tematica (in senso quasi musicale). Vi è, se non un crescendo temporale, o un divenire dialettico, una combinazione di pannelli. Inoltre vi si riconosce, nella chiusa (quarta sezione), un Höhepunkt.

La prima parte, che occupa circa metà del volume, evoca le figure archetipali del padre, della madre, degli avi (degli arcavoli); i quali assumono – per ovvio, verrebbe da aggiungere – forme spettrali. È un’iconofilia cronica, quella di Amato, in cui le immagini sono così ironicamente colme di significato da smarrirlo. Solo un paio di citazioni. Il padre: «Immoto e taciturno, o asfissiante fabulatore quando la luna lo sollevava dal deschetto insieme all’orlo delle maree. Sempre stato così, vivo o morto che fosse. Del tutto assente al di là dell’eloquio (potrei dire poetico). Assente anche (se così posso dire) da se stesso. Non si trovava in nessun luogo, eppure sempre si rincorreva con la speranza di acciuffarsi per un riccio lo bigio della nuca». La madre (p. 52): «Eppure, per anni, era stata convinta che la sua testa non fosse la sua. La sua – diceva – aveva una forma un po’ diversa: più rotonda, con la nuca lievemente schiacciata all’equatore, e un piccolo bernoccolo in alto, ma non proprio all’altezza del polo».

La seconda parte vede la comparsa di un medico, di un neurologo: e cioè a dire ancora una figura emblematica. Apparentemente un contravveleno allo σχίζειν (allo scindere, alla scissione, pluralizzazione). Per contro la prima qualità di questa figura a manifestarsi è la voce («Sia ragionevole, dottore. / Esistono in natura autobiografie delle voci? / Vita morte e miracoli. /Che vita ha fatto la sua voce? Quali miracoli / in tutti questi anni di deliri?», p. 90). Il che riunisce, non senza un effetto ‘farsesco’, l’aculeo angoscioso del dubbio e il flatus vocis analitico. Le pseudoidentificazioni, con Satie e con Messiaen, vengono subito dopo, nella parte terza (p. 122: «Da quando sono certo di essere Satie…»; «Ho paura che la signorina Veladon venga qui all’improvviso e mi chiami con un nome che non è il mio. Ad esempio Roberto»). Si tratta anche qui di presenze fantasmatiche o spettrali, oniriche: « … la fronte da capodoglio di Claude. (Credo fosse idrocefalo dalla nascita. Per questo la sua musica è così orribilmente acquosa)»; «Stanotte ho sognato l’enorme testa di Debussy. Cercava di coprire se stessa con un riporto» (p. 128).

L’ultima parte, la quarta, mette in scena una crocifissione e una resurrezione: qui, come altrove, non senza quella ironia che, nella scrittura (o nello sguardo) di Amato, è un vedere periscopico e malinconico. Ma, soprattutto, ciò che emerge, ironicamente (ancora), è che il dio (o l’io) sacrificatosi nulla può contro la clausura (limite, traccia, margine, mappa) del corpo, del Sé corporeo (sorta di reductio ad unum): «Resto chiuso dentro un corpo che si muove troppo poco / che non sale le scale dell’infinito condominio / e preferisce scendere verso la fine del tempo» (p. 188) (Ma si veda anche a p. 94 la presentazione del «Quartetto / che mi sta a cuore», e nella cui partitura il narratore affonda, non a caso, un fonendoscopio. C’è una identificazione degli strumenti con il corpo e, infine: «Il violoncello sono io. / Sono io che mi trattengo le gambe / e lentamente con l’arco mi nutro»). Questa colpa esorbitante non è perdonabile, benché (forse) abbia anch’essa natura fantasmatica (ma sul punto Amato opporrebbe verosimilmente una fin de non-recevoir).

Ricordava Lafcadio Hearn (troppi nomi in questa recensione!), in una conferenza intitolata The Value of the Supernatural in Fiction, tenuta a Tokyo nel 1898, che «everything that religion to-day calls divine, holy, miraculous, was sufficiently explained for the old Anglo-Saxons by the term ghostly» («Tutto quello che oggi la religione chiama divino, sacro, miracoloso, per gli antichi anglosassoni era spiegato a sufficienza dal termine ghostly). Anche nella grande arte (letteratura, musica, scultura ecc.), puntualizzava Hearn, c’è precisamente qualcosa di spettrale (ghostly). Perché alla fin fine ciò che davvero tocca gli altri sono proprio questi fantasmi (ossessioni, manie, follie) che abitano l’anima e, perché no?, le parole. Il libro di Roberto Amato testimonia mirabilmente di ciò. Imperdibile.

Roberto Amato, Quartetto per la fine del tempo, Elliot, Roma, 2022, € 18,50.

Giudizio: 5/5


1.10.2022 Commenta Feed Stampa