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Viaggio a Treblinka di Diana Wichtel

di Fancesca Fiorentin

Battaglia Edizioni pubblica, nel 2020, Viaggio a Treblinka, di Diana Wichtel, uscito in prima edizione in Nuova Zelanda nel 2017 per l’editore Awa Press. Il nostro pensiero va subito a L’inferno di Treblinka di Vasilij Grossman, un libro che ricostruisce le atrocità vissute dagli ebrei nel lager polacco.

Qui però non c’è il racconto dei pochissimi sopravvissuti che si lanciarono dai finestrini del treno in corsa. Oltre al lager, infatti, esiste il ‘lager’ della fuga – una situazione esistenziale fortemente esplosiva per emotività. Il padre della scrittrice, narratrice in prima persona, si è gettato dal treno insieme a un altro uomo abbandonando la madre, due sorelle e tre fratelli al loro destino. È vissuto poi nelle buche scavate nel terreno, che spesso i nazisti riconoscevano come rifugi e facevano saltare con la polvere da sparo. Molti anni dopo, in famiglia, parla pochissimo della sua vicenda. Il rimosso e il suo ritorno dominano su tutto.

Ma conoscere la vita di un padre è importante. E così la figlia, una volta adulta, va in cerca delle sue tracce, della tomba, delle testimonianze degli ultimi anni della sua vita. Seguiamo per un po’ la trama.

Benjamin, questo il nome del padre, in un primo momento, dopo il grande trauma della persecuzione ebraica, sembra farcela. Si sposa, ha tre figli, un buon lavoro, è amorevole con i familiari. Ma una situazione di difficoltà come la perdita del lavoro, difficoltà da cui una persona può affrontare in molti modi, soprattutto se è ancora giovane, lo riconduce a un sentimento psicologico di solitudine, a un sentimento di estraneità rispetto al mondo, ai familiari, agli amici, propria della vita nel lager.

Nel lutto e nel trauma, secondo Freud, introiettiamo gli oggetti perduti per sopravvivere alla perdita emotiva di legami fondamentali. La melanconia consisterebbe nel lavoro di portare questi lutti, di avere le persone come se fossero ancora presenti. Il trauma ha la caratteristica di ripresentarsi in momenti che ripetono un vissuto. Nella perdita del lavoro Benjamin rivive la perdita delle persone care nel lager, ritrova lo stato di pura sopravvivenza sperimentato nelle campagne polacche. Nessuno della famiglia lo può capire. La moglie, per non vivere in povertà estrema, decide di tornare con i figli in Nuova Zelanda, paese in cui è nata e vissuta. Lascio al lettore scoprire il seguito e proseguo con le mie riflessioni.

Il lager, scrive Vladimir Jankélévitch, «è inconfessabile» (Perdonare?, Giuntina, 1988, p. 26); è inconfessabile perché è un’onda che travolge completamente la ragione e occupa tutta la memoria. «Eva Hoffmann, psicologa e figlia di sopravvissuti, nel libro After Such Knowledge, [lo] descrive il trauma come ‘una sofferenza superiore a quella che la mente può assorbire’» (ivi, pag. 299). Il dolore ritorna tutto così come era nel vissuto passato di violenza occupando tutto lo spazio mentale e paralizzando la volontà. «Da certi viaggi non si fa ritorno» (ivi, p.300).

Viaggio a Treblinka è un libro che si legge d’un fiato perché tiene il lettore sospeso al mistero di un uomo e alla speranza che possa farcela. È altresì la testimonianza indiretta di un uomo scampato al lager e volge in narrazione la fenomenologia di un trauma e di come il trauma travolga la vita. L’autobiografia della narratrice è la biografia del padre. La ‘lingua’ ricorda quello di un racconto orale di fronte a un amico intimo, fatto di brevi salti temporali, di brevi incisi, di un divagare confidenziale. Il lettore assume il ruolo di confidente e si sente gratificato.

 

Diana Wichtel, Viaggio a Treblinka, Battaglia Edizioni, 2020, pp. 315, € 15,00.

Giudizio: 4/5


8.07.2022 Commenta Feed Stampa