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Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici di Daria Bignardi

di Stefano Aiello

Ho smesso da tempo di leggere libri che parlano di libri. Ciascuno di noi intrattiene con la letteratura un rapporto unico e particolare, e la domanda che mi pongo appena scopro l’esistenza di un libro che parla delle letture preferite di chi l’ha scritto è: vorrei davvero leggere la storia di qualcun altro, per certi versi uguale alla mia e per altri no? La risposta, nella maggior parte dei casi, è negativa.

È ciò che mi porta a diffidare dei book-blogger: quali probabilità ci sono che un libro che è piaciuto a una persona che non conosco possa piacere anche a me, o che lui possa sapere meglio di me cosa potrebbe piacermi? Io che a malapena mi fido del parere degli amici.

Lo scorso anno feci un’eccezione con Guido Vitiello, e andò bene: non solo perché si trattava di una rilettura, e quindi sapevo già cosa aspettarmi, ma perché i libri erano solo il pretesto per riflettere su questioni personali e filosofiche. I suoi Turbamenti di un giovane bibliomane (Cult Editore, 2012) non erano un ibrido di lista della spesa e autofiction, era filosofia della letteratura.

L’ultimo libro di Daria Bignardi è Libri che mi hanno rovinato la vita (Einaudi, 2022), titolo piacione e perfettamente calato nell’oggi, ovvero nel periodo storico in cui si tende a romanticizzare la passione per la lettura: libri che salvano la vita, libri che rovinano l’esistenza. In che senso i libri salvano la vita? E da cosa, da quali pericoli ci difendono, considerando che siamo tutti d’accordo che cultura e informazione spesso non ci rendono persone migliori? Sono frasi a effetto che però mi convincono poco. Semmai sono l’amore per i libri e la passione per la lettura che possono tenerci fuori dai pericoli, perché quasi ci obbligano a ignorare il mondo circostante e le sue tentazioni, tenendoci incollati alle pagine di un libro. L’immagine di copertina di Emiliano Ponzi è bellissima, e quindi prima di iniziare il libro non potevo che pensare di tenere tra le mani un prodotto ben confezionato, piacevole alla vista ma deludente nel contenuto.

Qui Daria Bignardi ripercorre le tappe della sua vita scandite dai libri letti, amati, accumulati, rubati e scritti (questo è il suo settimo). Ci sono stati tanti libri nella sua vita di bambina, ragazza, donna, figlia e madre: libri preferiti a, e poi rimpiazzati da, uscite con amici e fidanzati, e soprattutto libri che l’hanno formata e obbligata a pensarsi come individuo fatto soprattutto di zone d’ombra. Tre in particolare sono stati i libri che, dice, le hanno rovinato la vita: La foresta della notte di Djuna Barnes, Il demone meschino di Fëdor Sologub e Così parlo Zarathustra di Friedrich Nietzsche.

Questi libri davvero gliel’hanno rovinata, la vita? Davvero l’attrazione verso il pericolo, il lutto e la solitudine sono nocive per un lettore e quindi per una persona? In che misura, mi domando ancora, un libro ci rovina la vita? Che cosa significa esattamente? Che la sua lettura ha influenzato alcune nostre scelte? Che ci ha regalato un’illusione, che poi siamo andati a cercare in posti squallidi e dentro persone nevrotiche, dipendenti e disgraziate? Non è che confondiamo il periodo che abbiamo vissuto con l’effetto che una lettura affrontata in quel dato arco temporale ha avuto su di noi?

A lettura ultimata, ammetto di avere non poche perplessità. Nonostante abbia trovato la scrittura di Daria Bignardi limpida e priva di maniera, ho l’impressione che abbia voluto trasformare alcuni avvenimenti della sua vita in una sorta di mitologia a buon mercato, ma nel momento in cui questo pensiero si affaccia alla mia mente subito lo rigetto, perché una parte di me, quella empatica e priva di giudizi, crede nell’onestà delle parole e della vita dell’autrice – e un’altra parte di me (ancora!) sa che questo succede perché ha un debito molto grande con Un karma pesante, il suo secondo romanzo, letto tre volte e amatissimo.

Ciò che meno mi ha convinto di Libri che mi hanno rovinato la vita si è trasformato in una serie di domande che ho rivolto a me stesso: posso rintracciare, nella mia vita di lettore, un senso alle espressioni “questo libro mi ha rovinato la vita” e “questo libro mi ha salvato la vita”? E se sì, quali sono stati questi libri?

Penso a quando anni fa amavo frequentare le saune e i battuage perché mi sembravano gli unici posti in cui potessi vivere la mia sessualità e tutte le mie trasgressioni senza colpa e senza vergogna e mi portavo dietro i diari di Sylvia Plath: leggevo qualche pagina prima di scendere dalla macchina e con le gambe tremanti e le mani fredde dall’agitazione andavo incontro alla mia notte dissoluta, ripetendo a mente i passi che avevo appena letto, come fossero preghiere; penso a Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F., uno dei libri che ho più riletto in vita mia, e che, se durante l’adolescenza mi spaventò tanto, nell’età adulta più volte mi mise in testa strane idee. Questi possono essere rispettivamente un esempio di libro che mi ha salvato e libro che mi ha rovinato. Non me la sento di attribuire a loro una forza così grande da sostenere che mi abbiano salvato o rovinato la vita, ma senza ombra di dubbio si sono appiccicati a determinate situazioni da rappresentare l’uno un amuleto capace di tenermi lontano dai guai e l’altro un seducente canto di sirena. Anche leggere Nietzsche mi ha aiutato a venire fuori da qualcosa che dentro di me sembrava essersi inceppato. Così come Heidegger con il suo Essere e Tempo, insieme a La signora Dalloway di Virginia Woolf il libro che più mi ha cambiato la vita. Nel senso di rimetterla in discussione. Nel senso di pensarla alla luce di quello che ho letto, di trovare nelle pagine del libro me stesso: la paura di morire, l’altalena di bellezza e terrore nei confronti del tempo che passa.

Quello che Libri che mi hanno rovinato la vita ha fatto una volta terminato di leggere è stato riecheggiare in me, fluire dentro la mia memoria e portare a riva ricordi sommersi, circondati dai libri che leggevo mentre esperivo quelle delusioni d’amore, quelle difficoltà professionali e quelle incomunicabili gioie. È stato come la chiave che accende il motore della macchina: ho chiuso il libro e la mia mente è partita per un viaggio alla ricerca dei libri che più mi hanno segnato, ai quali mentre ora scrivo cerco di assegnare il loro posto dentro la mia vita senza poetizzare la loro importanza.

Libri come questo non salvano e non rovinano nulla, ma aprono stanze interiori dalle quali fuoriesce il passato, con tutte le sue innocenze e brutture, e soprattutto un amore sconfinato per la lettura.

Daria Bignardi, Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici, Einaudi, Torino 2022, pp. 176, 16,50 €.

Giudizio: 3/5


1.03.2022 Commenta Feed Stampa