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Nella notte il cane di Fabrizio Coscia

di Lorenzo Leone

In ogni poesia vera esiste un midollo di leone, un nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia.

Calvino

Diceva Carlo Sini in una conferenza di qualche anno fa che gli animali giungono alla parola nell’uomo. L’affermazione assume risonanze singolari. Infatti, non significa soltanto che l’uomo parla, ovverosia che è il primo animale a parlare; significa soprattutto che l’uomo parla per gli altri animali e che, parlando per essi, ne diviene in certa misura ‘responsabile’, fino a farsene auspicabilmente, va da sé, non padrone ma angelo e custode. Sicché le risonanze, così le ho definite, sono soprattutto etiche. Con un corollario, chiarisce Sini: ogni specie animale che viene meno, che scompare, è un evento che si riflette sull’uomo, sul suo significato. (Rinvio qui all’ultima pagina del suo L’origine del significato, filosofia ed etologia, Jaca Book, Milano, 2004).

Altri e assai apprezzabili sono i riferimenti di Fabrizio Coscia (Derrida, Kafka, molto Kafka, Kierkegaard, Freud, Dickinson, Mann, Lorenz ecc.) che scrive un libro, un libro di una grazia sommessa, sul cane o, per meglio dire, sul suo cane a nome Pedro. Nondimeno questo mi pare il suo argomento: e cioè il significato ‘uomo’ in rapporto agli altri animali, ai viventi tutti, e la complicazione della parola (umana) che li nomina e che nominandoli se ne impossessa, come insegna il racconto biblico (si veda il cap. 1), ma parimenti li custodisce; della parola che, ancora, li racconta.

E il primo passo, se vogliamo positivo, è tornare a quella notte dell’uomo e del cane, del corpo dell’uno e dell’altro; gettare uno sguardo ‘congetturale’ nel baratro della preistoria al loro incontro. È un libretto, quello di Lorenz, che a Coscia piacerà di sicuro benché sia assai lontano dal suo, lontano, lui, dalla mente del naturalista. Ma Coscia, l’ho accennato, è scrittore morale. Attraverso l’animale e l’etologia, nella sua connessione con l’etica, intende mettere in discussione l’umano, Homo. Lo si coglie da molti indizi. Uno, non trascurabile, nell’accenno alla funzione della scrittura: una funzione, se non salvifica, igienica, antibiotica. Coscia rammenta il passaggio del Genesi in cui Adamo e Eva, dopo il peccato, si nascondono a Dio. Ed è questo episodio (e una chiosa di Buber) a suggerirgli ciò che è o dovrebbe essere la scrittura, la pratica della scrittura: e cioè una risposta al «Dove sei?» di Dio – di un dio anche ridotto a coscienza (laica). Dunque, «scrivere per dire dove si è nella vita, a che punto si è arrivati nel proprio mondo» (p. 32); dunque de-scrivere la propria scena autobiografica. Ma questo è precisamente ciò a cui l’animale non è tenuto a rispondere, ciò che non è tenuto a sapere. E poiché il nostro sapere è incentrato sul vedere, l’animale non è tenuto a  sapere e a rispondere della propria nudità-coscienza. Il che qui non è senza conseguenze.

In uno dei capitoli centrali del suo libro, intitolato non a caso ‘Nella notte il cane’ (il cap. 6), Coscia rammenta taluni episodi della propria infanzia legati all’incontro ‘immaginale’ con l’animale, con il lupo. Subito dopo menziona un altro bambino Sergej Pankeev, il celebre «uomo dei lupi» freudiano. Questa infanzia ricordata, ritrovata, chiamata in causa, per così dire, non è casuale. C’è in Coscia una tentazione temeraria, figlia del suo umanismo, del suo umanesimo, infine di una residuale teologia. (Ma pure della sua empatia, del suo pessimismo, di una crisi). Nemmeno il bambino, come vuole un vecchio luogo comune, sarebbe innocente: «Il fatto che lo sguardo dell’uomo, a differenza di quello dell’animale non sia limpido, ma abbia in sé, già nel bambino, la capacità di produrre mediazioni, proiezioni, rimanda a qualcos’altro … segno di una innocenza perduta per sempre» (p. 54). Molto più avanti: «Il tralala umano è tutto ciò che non è essenziale, originario, innocente: è la sovrastruttura che rende l’uomo inesorabilmente colpevole perché condannato alla consapevolezza non tanto della morte, ma di se stesso» (p. 136).

(È Céline a sostenere che l’uomo non saprebbe morire perché anche nel morire è in scena. Coscia lo ricorda nel cap. 16. Ma qui bisognerebbe spingere il discorso alle sue conseguenze estreme: siamo certi che questa scena, la scena dell’uomo morente, sia solo teatro – sopra ho parlato della scena autobiografica –, dunque non ‘per sé’, kath’hautó, ma ‘per altro’, pròs álla? Siamo certi, detto altrimenti, che non si possa superare il dualismo astratto di arte e conoscenza?)

È (ancora) quella tentazione a porre al centro il grande tema del silenzio – silenzio della bestia in quanto priva di parola, dunque silenzio tra virgolette, ma soprattutto silenzio dell’uomo, e soprattutto, ancora fra virgolette, silenzio dell’uomo che scrive. Nel capitolo seguente (il n. 7), dedicato a Kafka, uno dei prediletti, Coscia rammenta l’amore per i cani dello scrittore praghese; nondimeno è attratto dalle annotazioni su un sogno o un incubo. Ecco il passaggio: «Per stanchezza non ho scritto … Un cane mi stava sul corpo, una zampa accanto al viso». La presenza del cane, annota Coscia, diviene interruzione della scrittura, impotenza creativa (p. 62). La tentazione è anche una condanna. Nel capitolo 9, ‘Nell’anno del cane’ (che è poi l’anno del Covid), il Nostro si trova senza parole, mentre tutto ciò che ha scritto gli appare inutile, superfluo (p. 79): «Mi rendevo sempre più conto, allora, che bisognava trovare il coraggio di abitare il silenzio» (p. 76). E Pedro, il cane, diviene il rimedio: «Pedro mi ha insegnato anche questo: occuparmi di lui, dei suoi problemi di salute, nei primi mesi della pandemia … mi ha aiutato ad avere la mente impegnata in qualcosa per tenere a bada l’angoscia di morte che ci circondava» (p. 77). «Pedro, con la sua muta animalità, mi indicava la possibilità di vivere al di là delle parole. Ma sarei stato all’altezza della situazione?» (p. 79).

(Nel cap. 8, p. 74, Coscia lo definisce il «mio cane filosofo». C’è qualcosa di audace in questo raffronto tra condizione animale e ripetizione o ripresa. Con il concetto di Gjentagelsen, Kierkegaard indica sia un orientamento all’avvenire, come ripetizione di una possibilità, sia la ripresa, un andarsi a riprendere, sia l’irruzione dell’eternità nell’istante. Ma Kierkegaard, come sa bene chi lo conosce, e Coscia lo conosce, ha un suo humour e in questo libro bizzarro, La ripresa, SE, Milano, 2012, p. 12, definisce la ripetizione in vari modi. Per esempio come «la felice certezza del momento», la presenza delle cose a cui si è abituati [che] rende felici» e anche «il pane quotidiano che generosamente soddisfa». Perché allora, con humour, non un cane quale exemplum ma anche quale metafora esistenziale…).

Quella tentazione del silenzio, infine, giunge alle sue estreme conseguenze. Breve il capitolo dedicato a Emily Dickinson e al suo cane a nome Carlo, ma cruciale. Coscia cita il passaggio di una lettera del 25 aprile 1862: «Mi chiede delle mie Compagne, le Colline – Signore – e il Tramonto – e un Cane – grande come me, che mi ha comprato mio padre – sono migliori degli Esseri umani – perché sanno – ma non dicono». Chiosa Coscia: «Io lo guardo fisso negli occhi … e lui ricambia a lungo lo sguardo, che – lo so – custodisce una verità essenziale» (p. 91). Che non vi sia, a questo punto, e cioè giunti sin qui, che una soluzione, un’apertura o dischiusura, pare al Nostro ovvio. Sempre seguendo una suggestione kafkiana: «L’unica via di salvezza è mettersi per terra ‘in mezzo agli animali’, mimetizzarsi fra loro … Solo tra gli animali ci può essere la redenzione» (p. 144). Qui la residuale teologia, la singolarità francescana di un teatro vivente, per dirla con Antonio Attisani, l’umanismo pessimista, e qualcosa come lo sciamanesimo di un divenire animale (con Deleuze e Guattari).

Eppure Coscia scrive un libro. Lo scrive con uno scopo eminentemente morale e con uno scopo eminentemente politico. Lo scrive per gli animali che non hanno parola, lo scrive per difenderli in quanto mancano di parola; ma lo scrive anche per sé, per la compagna, per gli amici, per tutti noi, perché, per dirla con Jean-Luc Nancy, non sono gli animali a soffrire «ma la sofferenza è animale, anche quella di un uomo-dio» (Jean-Luc Nancy, La sofferenza è animale, Mimesis, Milano, 2019, p. 40).

 

Fabrizio Coscia, Nella notte il cane, Editoriale Scientifica, 2021, pp. 152, € 13,00.

 

Giudizio, 5/5


19.02.2022 Commenta Feed Stampa