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Nessun nome per Emilio di Fabio Morábito

di Lorenzo Leone

Primo romanzo dello scrittore e poeta messicano Fabio Morábito, nato a Alessandria d’Egitto nel ’55 da genitori italiani, Nessun nome per Emilio (Exòrma, 2021) è un romanzo sull’infanzia e sulla sua ‘mitologia’ o, per dirla con Savinio, sul suo donchisciottismo.

Non a torto Christopher Domínguez Michael (la sua recensione è reperibile al seguente link: urly.it/3h2gy) afferma che ci troviamo di fronte a un «romanzo di avventure ridotto all’essenziale». L’eroe (Emilio), scrive, «attraversa i riti di passaggio decisivi in ogni mitologia»: l’iniziazione erotica, l’incontro con la maliarda (Euridice, la donna che ha perduto il figlio), quello con l’androgino (il chierichetto), quello con il mostro (il muratore), la battaglia per lo spodestamento del padre (mi sono permesso di ritoccare e completare l’elenco di Domínguez Michael). Si tratta, in effetti, di mitologemi, di archetipi. E archetipico è il cimitero-giardino-labirinto; archetipica la spelonca buia in cui il ragazzino si avventura nel finale, sorta di catabasi. Non stupisce allora quella «servitù freudiana» degli adulti, in un «mondo di bambini governato da leggi proprie», che ancora Domínguez Michael rileva en passant. Difatti gli elementi e le immagini del mito si prestano a letture psicoanalitiche o psicologizzanti (ché, in certa misura, è il mito a produrre l’inconscio).

L’avventura pare dunque ritrovare felice rifugio nell’infanzia, nella puerizia, mentre il passaggio all’età adulta, con i suoi riti – quelli accolti dal mito, interpretati dall’analisi –, ne segna forzatamente la fine. (Così, simbolicamente, la prodigiosa memoria di Emilio, quella che per ora esercita imparando tutti i nomi dei defunti incisi sulle lapidi e, in certo senso, interpellandoli, sembra desinata a scomparire con la crescita).  Nessun nome per Emilio si interrompe un momento prima. Il destino – forse prevedibile – del protagonista resta ignoto.

Ma quel passaggio, credo di poter aggiungere, è già suggerito dal titolo originale. L’originale spagnolo (Emilio, los chistes y la muerte) menziona, accanto al nome del protagonista, le barzellette e la morte – e cioè a dire la parola ludica e il sapere antropologico κατ’ ἐξοχήν che proprio la parola veicola. Qui, va da sé, è la soglia o il passaggio dalla puerizia alla pubertà. Ma non meno pregnante è il titolo italiano che menziona il nome del protagonista e una sua paradossale ellissi. Il che trova una sua spiegazione nel racconto. Per esempio qui: «In un cimitero è meglio non pronunciarlo finché non si è sicuri che ci sia un defunto con lo stesso nome. Altrimenti i morti, per guadagnare il nome che non c’è, avrebbero provato a ucciderlo» (p. 11). Il tabù del nome è però solo un mezzo tabù: Emilio sa oramai – è un sapere che ha maturato – che il nome proprio, ‘designandolo’, lo rende presente anche quando è assente – o morto.  (Non vorrei dilungarmi troppo su una questione su cui Carlo Sini ha scritto pagine brillanti alle quali rinvio. Si veda C. Sini, Gli abiti, le pratiche, i saperi, Jaca Book, Milano, 1996).

(Alla morte e ai morti, Morábito consegna le sue pagine più belle. Basteranno due passaggi. P. 136: «Il nome di suo figlio non la colse di sorpresa; lo aspettò con ansia mentre ascoltava gli altri, e quando lo udì, sentì che … quel nome brillava con l’intensità di qualcosa di antico, liberato da ogni debito con il presente»; p. 137: «Per i morti … conta solo la perdita di luce, di calore e di parole, persino quelli che hanno emesso solo alcuni gemiti prima di morire non sono da meno degli altri. Basta un giro completo del sangue per sapere tutto quello che c’è da sapere sulla vita»).

Nessun nome per Emilio è un romanzo incantevole, scritto con intelligenza e con garbo. Morábito contempera l’aneddotico, il lirico, l’ironico; ed è proprio questo impasto – questo impasto è il suo tono – a sedurre. Da leggere.

Fabio Morábito, Nessun nome per Emilio, Exòrma, Roma, 2021, € 15,00.

Giudizio: 5/5


15.01.2022 Commenta Feed Stampa