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Il tempo tessuto di Dio. Ritratto filosofico di Dacia Maraini in vari atti di Margherita Pascucci

[1]Intenzione originale di questo saggio: costruire un ritratto filosofico di Dacia Maraini dove letteratura e filosofia si compenetrino tra loro, perché, secondo Margherita Pascucci, «la filosofia è ovunque nella sua opera» (p. 17). La filosofia di Dacia Maraini riporta la facoltà dell’immaginazione a uno stadio importante, quello kantiano, come facoltà di sintesi, ordinatrice, dei dati sensibili. Ma non solo. L’immaginazione, infatti, è identificata con l’anima stessa, e dunque è il punto di partenza che rende possibile l’etica. L’immaginazione è il lume della nostra interiorità che si svolge nel tempo; pone in relazione le cose sensibili in un atto di assoluta libertà. È l’unica possibilità di creare, di creare sé stessi nella libertà. Una realtà le si oppone e la contrasta: il tempo. È un mistero il tempo, e il mistero del tempo è Dio, che svolge la sua trama corporea attraverso di noi, sue creature.

Ogni capitolo è sapientemente costruito da una lettera dell’autrice rivolta alla scrittrice; da un breve saggio; da un dialogo immaginato dall’autrice tra Dacia Maraini e M, il mistero supremo che è Dio; e, infine, da un «Tratto» conclusivo, costituito di riflessioni che ricalcano e ripercorrono il pensiero di Dacia Maraini.  Ogni parte presenta ampie citazioni tratte dalle opere della scrittrice.

Nel primo capitolo si ha subito un corpo a corpo con Dio, in un dialogo diretto. Dacia Maraini, così come è immaginata dall’autrice, si rivolge così a Dio: «Come puoi parlare d’amore quando ci hai immersi nel mistero?» (p. 26); e ancora: «Io mi rifugio nello scrivere, nel mio corpo a corpo col tempo, nella battaglia che faccio col tempo per dargli un nome, a lui, il tempo, a te che sei il mistero, al dolore della vita che lotta costantemente contro la morte» (p. 27). Se Dio è mistero, sacri sono gli esseri umani in quanto emanazioni di questo mistero. Il corpo a corpo con questo mistero è il lavoro proprio dell’immaginazione, non della ragione. Mai come nell’immaginazione viene meno l’io e ci avviciniamo alle immagini del mistero. Il ruolo dell’immaginazione è così essenziale, da far pensare al poeta Williams Carlos Williams. Per W. C. Williams l’immaginazione è una forza reale superiore alla vita o meglio, è un ordine ontologico superiore alla vita e separato da essa, capace di illuminarla. Ma rappresentare la vita non deve essere assolutamente lo scopo dell’immaginazione. Questa non è una sua ancella. Al contrario, attraverso l’immaginazione tocchiamo una dimensione altra che trasforma la vita. In Dacia Maraini, invece, l’immaginazione è un ordine ontologico sullo stesso piano della vita, è la vita che si dispiega liberamente.

Nel secondo dialogo, Dio si sente in colpa di avere creato la vita, perché la vicinanza a Dio è come l’essere «vicini a un petto di notte» (p. 39). L’anima si muove nel buio, ma possiede le parole dell’immaginazione che danno luce e corpo alle cose. L’identità linguistica tra parola e corpo parlante dismette l’io solo se il corpo si rimette alla parola e muore in essa. Allora nasce il nuovo, siamo creature creanti, esiste il divenire. Occorre affidarsi all’immaginazione: «L’immaginazione per me è il motore più potente dell’essere umano, qualcuno la chiama anima, per me è l’immaginazione: se abbiamo immaginazione capiamo il dolore degli altri» (p. 48, cit. da Dacia racconta Dacia).

Il romanzo in Dacia Maraini narra il divenire del mistero del tempo. Il tempo, mistero di Dio, di un Dio invisibile, non dell’onnipotente della creazione biblica. Il tempo è «luce concentrata», luce che deve esplodere e manifestarsi nelle immagini che lìinteriorità trova e trasforma in parole. Il tempo è creazione, come tessitura di un nuovo essere. «Il tempo, si dice Marianna, è il segreto che Dio cela agli uomini. E di questo segreto si campa ogni giorno misteriosamente» (p. 63, citazione da Marianna Ucria). Il corpo che si incarna nella parola, si priva con ciò del suo peso e si fonde nell’immagine.
Politica è questa scrittura che pesca nelle acque profonde, oltre la ragione, in un mondo prelinguistico; politica perché pensare l’impensato permette di sovvertire i rapporti di potere. Anche la fede si nutre di immaginazione, perché Dio è amato senza la mediazione sensibile del corpo.

Siamo corpo del tempo perché intessiamo immagini. Il sé si brucia e si metamorfizza nell’opera creativa delle immagini dell’interiorità. L’autrice si riferisce molte volte a Deleuze espressamente citandolo: «La letteratura sgorga da una cavità, è invenzione di una nuova lingua laddove c’è decomposizione o distruzione» (p. 156), a tal punto che «Io filosofo vivo la letteratura come l’inconscio della filosofia, un inconscio liberato» (p. 157).

Il tempo della vita è anche il tempo del romanzo. La scrittura, secondo Dacia Maraini, è «una tela lavorata da dita divine, il tessuto di Dio» (p. 176). Il tempo, contemporaneamente, è tessuto da Dio, perché è esperito come vita non creata da noi. Si potrebbe pensare a una sorta di teologia o di teosofia perché Dio vive in noi attraverso la sostanza del tempo, e la vita si sviluppa in questo tessuto che le sue mani hanno creato. Tempo nel corpo significa tempo nella nostra mente, nella nostra interiorità, capace di divenire e di divenire infinitamente. Quello che può essere un limite, il tempo e la corruzione, è la cifra del dono divino che possediamo. Nei dialoghi con Dio, tuttavia, non si sviluppa una teosofia o una mistica. Si sta saldamente appoggiati a questa vita, memori del fatto che il mistero del tempo è anche dolore, e a questo non abbiamo risposta, nemmeno da parte di Dio. Nulla sappiamo dell’aldilà, tranne che quando la morte c’è, noi non ci siamo.
È un Dio spinoziano quello di Dacia Maraini, ma va oltre.  Noi siamo gli infiniti attributi di Dio concepito come tempo, e siamo nella sua sostanza temporale. Il tempo introduce però una caratterizzazione precisa della «sostanza» di Dio, mentre in Spinoza la sostanza di Dio è i suoi infiniti attributi. La creatura, immaginando, crea, nello spazio di Dio, grazie a questo spazio, un altro spazio, un altro territorio, un altro tessuto o un altro pezzo di tessuto. È la libertà della creatura a prevalere nella sostanza di Dio, non la necessità, come in Spinoza.

Possiamo allora dire che il tempo è tessuto di Dio in quanto ne è sostanza e mistero, attraverso le creature nell’operare dell’immaginazione; e le creature sono come le dita di Dio, si muovono con una sapienza loro, senza emanare deterministicamente dalla sapienza di Dio. Le dita di Dio sono le sue creature.

Quindi gli attributi di Dio, le creature del mondo, giocano un ruolo fondamentale nella libertà perché operano come creazione di tessuto in cui Dio è in sé e per sé. Dio è il luogo di custodia delle creature, e attraverso di loro esistono il mondo e vita. Una concezione lontanissima da quella di Essere e tempo di Heidegger, dove il tempo è la dimensione possibile del prendersi cura della vita ma anche la dimensione che inchioda l’individuo, come una prigione. Si tratta davvero di una filosofia compiuta, originale e anti-nichilista quella che Margherita Pascucci rivela nelle opere di Dacia Maraini.

Margherita Pascucci, Il tempo tessuto di Dio. Ritratto filosofico di Dacia Maraini in vari atti, Il ramo e la foglia edizioni, 2021, pp. 192, € 15,00.

Giudizio: 4/5