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Amore e vecchiaia di François-René de Chateaubriand

[1]Nel denso saggio che accompagna Amore e vecchiaia (Amour et vieillesse) nell’edizione Adelphi, saggio ideologicamente orientato, Marc Fumaroli menziona un passaggio dei Lundis di Saint-Beuve – erroneamente indica il pezzo del 14 aprile 1862 e non quello del 21 e 22 aprile – in cui il glorioso critico accenna ai frammenti di Chateaubriand definendoli una «confessione in cui si riproduce, una volta di più, questa appassionata e delirante natura di René». Ovviamente di un René ormai avvizzito. Sainte-Beuve riporta alcuni di questi frammenti espurgandone, scrive, solo qualche tratto troppo ardente che «non sarebbe al suo posto che nel Cantico dei Cantici» (Nouveaux Lundis, Paris, 1866, vol. II, pp. 257-258, trad. mia). Ma ciò è ancora poco. Infatti, prosegue – è il passaggio citato da Fumaroli –, «pur allontanando e respingendo il suo omaggio, non gli dispiacerebbe occupare e agitare il giovane cuore, lasciargli un turbamento … una goccia di filtro che, se non sa più donarla, sa nondimeno corrompere e avvelenare per sempre la gioia» (loc. cit., p. 259). Sainte-Beuve, chiosa Fumaroli, ci aveva visto bene.

Dunque Sainte-Beuve ci aveva visto bene per il fatto che un secondo René, «nelle vesti di vecchio Anacreonte cristiano» (p. 31), Chateaubriand lo aveva davvero vagheggiato. Nondimeno, accenna Fumaroli, le pagine che compongono lo scribillo vengono da epoche diverse e la «relativa coerenza è dovuta alla ripetizione di crisi analoghe, che hanno costellato l’invecchiamento fisico di Chateaubriand» (p. 32). (La pretesa da Sainte-Beuve – «page déchirée» dai Mémoires d’Outre-Tombe proveniva in realtà dai quattordici foglietti che compongono Amore e vecchiaia, Amour et vieillesse, e che le circostanze hanno voluto ci giungessero grazie alla ruberia di un copista malfido). Fatto di per sé assai intrigante che mostra l’esibizionismo felicemente agencé del suo assillo erotico – di un eros cristiano, di un eros che, per dirla con Nietzsche, bevendo il veleno cristiano «non ne morì, ma degnerò in vizio» (Al di là del bene e del male, af. 168). (E dunque Sainte-Beuve aveva visto bene anche per ragioni più stringenti).

Vengo allo zibaldone. L’incipit presenta un vero e proprio topos letterario: «Emana dalle donne, un effluvio di fiore e di amore» (p. 11).  È una specie di segnale che spiega i pochi fatti ma principalmente i sentimenti evocati. Difatti quel pensiero generale diviene subito quello di un vecchio innamorato di una giovane. E che paventa, in un improvvido ménage, gelosie, silenzi, tristezze, «capricci di un’indole sciagurata, che non si piace ed è convinta di non piacere agli altri». Sicché, ma pure per legge naturale, la separazione: «Un giorno … lo sguardo di un uomo giovane ti strapperebbe al tuo fatale errore» (p. 12). All’uomo abbandonato non resterebbe che il tormento e il crimine. (p. 13). La climax giunge poco dopo: «Io non credo a me stesso. Non mi conosco. La passione mi divora, e sono pronto a pugnalarmi o a ridere. Ti adoro, ma fra un istante più di te amerò il rumore del vento fra le rocce, una nuvola in cielo, una foglia che cade … Vuoi davvero colmarmi di delizie? Fa’ una cosa: sii mia, e poi lascia ch’io ti trapassi il cuore e beva il tuo sangue» (p. 15).

Romantisme noir? senza dubbio: il diavolo si manifesta a Chateaubriand come a Lamartine; ma pure ironia illuministica. Scendendo a più miti consigli: «Se mi dirai che mi ami come si ama un padre, inorridirò; se sosterrai di amarmi come un amante, non ti crederò»; dunque «va’ a cercare il giovane che possa intrecciare graziosamente le sue braccia alle tue; ma non dirmelo» (pp. 16-17). Di qui, e sono le ultime pagine, una specie di lucida riflessione su di sé. Il vecchio, infatti, non ha ceduto «alla tentazione di [imporre] carezze» e riconosce il proprio demone – quel medesimo demone che lo ha tormentato negli anni della giovinezza (p. 18). La fantasima di una ninfa cui nessuna donna somiglia: ecco ciò che lo assilla fin dall’adolescenza. E sullo sfondo Lucile de Chateaubriand, la sorella, donna infelice e forse suicida, scrittrice originale, che il fratello immortala in Amélie, in René, preda di una passione incestuosa.

Ma c’è ancora tempo per un piccolo ‘colpo di coda’: «Lo spettacolo offerto dagli amori felici delle nuove generazioni che mi crescevano attorno suscitava in me impeti della più atroce gelosia: se avessi potuto annientarle, lo avrei fatto con il piacere della vendetta e della disperazione» (pp. 22-23).

Fumaroli inserisce Chateaubriand nella comunità dei peccatori, di coloro che hanno conosciuto «la piaga feconda del cuore e della carne moderni». Ne discenderebbe tutta una posterità, da Baudelaire a Rimbaud; e tutti avrebbero sottratto l’eros all’idillio pagano (p. 42), ma pure alle «illusioni dei Lumi sulla felicità» (p. 48). Questo l’effetto della verità cristiana. Forse il giudizio di Fumaroli è un po’ affrettato. Delizioso invece il paragone di Amore e vecchiaia con la musica di Ligeti o di Nono (p. 45).

 

François-René de Chateaubriand, Amore e vecchiaia, a cura di Marc Fumaroli, trad. di Ena Marchi e Graziella Cillaro, Adelphi, Milano, 2007, pp. 49, € 5,50.

Giudizio: 5/5