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Mammifero italiano di Giorgio Manganelli

di Lorenzo Leone

Parrò strambo ma il sarcasmo – lo humour acido – di Manganelli mi consola (fatto del tutto trascurabile; prometto di non tornarci sopra). Ho letto Mammifero italiano, piccolo testo che raccoglie i corsivi manganelliani – taluni corsivi – apparsi negli anni Settanta e Ottanta su «L’espresso», «Corriere della sera», «Il messaggero» ecc., e ho ritrovato giustappunto quel sarcasmo che… Forse appena appena più ‘accessibile’ questo Manganelli corsivista o elzevirista rispetto al critico, al prosatore ‘romanziere’. Ma forse no. La postfazione di Marco Belpoliti mi ha scontentato. Nondimeno avrei potuto evitare di scriverlo giacché il curatore – Belpoliti – svolge un servizio riguardoso costruendo questa raccolta inedita, tirando fuori un titolo (che è di Manganelli) e ordinando gli scribilli alfabeticamente dopo averli titolati.

Chi stimasse che articoli legati all’attualità di quei decenni non saprebbero suscitare l’interesse dei lettori di oggidì sarebbe manifestamente in fallo per ragioni che mette conto esporre così. In primo luogo i temi – o gli argomenti – si tratti delle vacanze, delle tasse, della patria (cui per nessuna ragione concederò la retorica di una maiuscola), della famiglia, dell’aborto, non sono affatto antiquati; anzi, un presente impercettibilmente – ma forse no – discrasico li ha (ri)gettati sul tavolo delle dispute politicamente malagevoli e sempre filistee. Qui l’acido di Manganelli non può che rallegrare o consolare (ops!) il laico e il loico.

Piglio un esempio – non a caso: l’insoffribile Pasolini. Scrive Manganelli: «Da qualche tempo mi accade di leggere le prose teoretiche di Pier Paolo Pasolini con una sorta di devozionale raccapriccio». E più avanti: «Quello che si nota, in questi ultimi scritti, è una tale quantità di superiorità morale nei confronti dell’universo, da essere difficilmente compatibili con una prosa comprensibile» (p. 11). È, per intenderci, il Pasolini contro l’aborto, il Pasolini che, contro l’aborto, adduce la sua «felice immersione nelle acque materne» e che vede ovunque – e dunque specie nell’aborto – il «coito consumistico», vissuto ovviamente come dovere sociale, da parte del consumatore, ma pure come spasso. Agli argomenti grossolani di Pasolini, Manganelli replica con umorismo e ironia ma pure con durezza: «Diciamo … che l’aborto non ha mai fatto ridere nessuno»; e diciamo che una cultura che «tratta da ‘puttana’ la ragazza madre, che le porta via i figli per infilarli in quelle case di riposo per angeli che sono i nostri brefotrofi, che garantisce un vita di disprezzo, di frustrazione, di irrisione, non ha tutte la carte in regola per discutere della sacra vita» (p. 14).

Ancora più severo in un altro articolo (‘Ebreo’) dove l’antisemitismo – occasione contingente il dibattito che coinvolgeva in quell’ultimo scorcio del 1978 Menachem Begin e i palestinesi – è riletto quale effetto del ‘rimosso’ dell’Occidente medesimo. Scrive Manganelli a chiusura del suo pezzo: «La domanda millenaria … cui siamo chiamati a rispondere è se accettiamo di essere ebrei; giacché mi pare di capire che non v’è alternativa: noi possiamo solo reprimere o accettare questa nostra condizione interiore, questo luogo insieme dei significati e del terrore»; l’ebreo è allora «l’oggetto privilegiato dell’ombra, il buio interiore dell’Occidente» (pp. 45-46).

Di altro tenore il pezzo su Noschese (qui ‘Patria’), forse inedito, il cui materiale ritroviamo in un pezzo successivo, qui intitolato ‘Vilipendio’ del febbraio 1975. In questi pezzi, è la nozione giuridica di vilipendio a titillare l’umorismo di Manganelli. Scrive nel secondo: «Il reato di vilipendio nasce dalla convinzione, del tutto ragionevole e fondata, che l’italiano, lasciato a se stesso, si abbandonerebbe ad un vilipendio virulento, sconcio, iterativo e generalizzato». E il caso del bestemmiatore di Udine che vorrebbe «rompere il culo» (p. 75 e p. 126) a deputati e senatori suggerisce a Manganelli un interrogativo incenerente: «Ma si potrà affermare che anche il culo del deputato sia stato eletto?» (p. 76).

In secondo luogo – ce n’era un secondo –, lo stile. Ne parla Belpoliti in quella sua postfazione (pp. 136 sgg.) ma io preferisco definirlo così: quasi insostenibile per la sua malizia (lo diceva Parise di Gadda), per la sua verve.

 

Giorgio Manganelli, Mammifero italiano, Adelphi, Milano, 2007, pp. 150, € 12,00.

 

Giudizio: 5/5


18.12.2021 Commenta Feed Stampa