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Pensa il risveglio di Alessandro Cinquegrani

di Lorenzo Leone

Non conoscevo l’opera narrativa di Alessandro Cinquegrani e questo Pensa il risveglio, romanzo appena pubblicato dalla ardimentosa TerraRossa, è per me una felice sorpresa. Cinquegrani è infatti scrittore ‘sapiente’, costruttore qui di un’ingegnosa macchina narrativa. Ma su ciò ritornerò.

Il romanzo si apre con un prologo all’inferno, se mi si passa l’espressione. Siamo in un mondo distopico, assetato di acqua, retto da un regime dispotico o autoritario votato a pratiche eugenetiche. Nell’ultima scena il protagonista, un architetto a nome Morini, inseguito dalla polizia, si lancia in un dirupo con la sua auto assieme alla compagna o allieva. Particolare non trascurabile, l’architetto è stato incaricato di progettare un nuovo edificio pubblico attenendosi ai canoni estetici di Albert Speer – l’architetto di Hitler, l’ideatore dell’apparato scenico e del cerimoniale nazisti, il ministro del regime ecc. L’ultima scena richiama ironicamente – ma tutto il volume è pervaso da una ironia assieme ilare e malinconiosa – il noto film di Ridley Scott. (Il lettore rinverrà altri ‘richiami’ cinematografici: più avanti la bimba con il cappottino rosso di Schindler’s List, il replicante Roy di Blade Runner).

Il prologo, il lettore lo scopre all’inizio del primo capitolo, narra o descrive effettivamente le scene di un film. Ora, con taglio diegetico, una soluzione di continuità, la vicenda, collocata ai giorni nostri, è riferita da un testimone e narratore interno, un io narrante. È l’attore del film, amico intimo del regista, scomparso misteriosamente dopo un battibecco con il produttore. La scomparsa innesca una sequenza di peripezie cui non sono estranee le guise del noir o del fantastico, con ironia e capovolgimento della normalità che poi si rivelerà l’impronta peculiare del racconto. Così, per esempio, il protagonista finisce per sostituire, in maniera perturbante e involontaria, l’amico scomparso anche nel ruolo di compagno della moglie Caterina. Ma fin dall’inizio lo troviamo, per così dire, nel ruolo di indagatore – indagatore un tantino goffo e sbigottito, forse stoico, alle prese con una materia filologica di fasulla filologia.

Difatti il narratore ascolta e ripete (riporta) aneddoti, frammenti di storie (il resoconto di un prozio di Lorenzo, un ex internato nel lager di Sachsenhausen che un tempo meditò e predispose l’assassinio di Mengele in Sud America; quello di un vecchio montanaro, subito ribattezzato il nonno di Heidi ecc.). Inoltre assiste a eventi esplosivi e determinanti, per impiegare una pregnante espressione di Ettore Sottsass. Sicché via via nutre il sospetto che gli avvenimenti non collimino, che i dettagli non siano al loro posto. (Così i poliziotti che lo interrogano obbediscono in maniera grottesca ai cliché cinematografici; così Caterina, a un certo punto, gli appare con occhi grandi come quelli di un pupazzo Disney). Insomma, la storia – o la vita che vive – gli appare manipolata (p. 53 e p. 142) ma anche sgorbiata. Una delle parole che ricorre più spesso nel soliloquio del protagonista è la parola crepa: la storia rivela via via delle crepe, delle crepe nel suo sviluppo destinale: «C’è troppo destino in questa storia. Forse c’è un disegno? Ricordati le crepe, nota le crepe» (p. 81 e p. 142). Infine è il mondo per intero a squarciarsi e a sgretolarsi assieme a lui in un’apocalisse oramai prossima.

Qui si colloca l’altro taglio diegetico. Il protagonista ha ora un nome, Alberto, è un architetto (come Speer, Albert Speer). La vicenda è raccontata in terza persona. Ma è una vicenda che mantiene un legame incanaglito con quella sin lì narrata e che, a sprazzi, la prosegue nella dimensione del fantastico e dell’onirico, mentre un’altra, realistica, meticolosa, vi si sovrappone interpretandola, svelando finalmente gli eventi, le caratteristiche intenzionali, fino ai dolori, alle smanie, ai sentimenti a fior di pelle, svelando finalmente dilemmi esistenziali o morali (che peraltro dànno conto dei ripetuti  e in apparenza incongrui rimandi al nazismo e alla Shoah). (Opera di dipanamento. Né sarà un caso che la compagna di Alberto si chiami Arianna).

Accennavo alla sapienza costruttiva del gioco narrativo, delle modulazioni dell’intreccio. L’acutissima tensione etica ne è un ‘ingrediente’ facendosi principio formale. Solo nelle ultime pagine l’aretè (ἀρετή) del protagonista – dell’eroe? – si rende davvero riconoscibile. Da leggere.

Alessandro Cinquegrani, Pensa al risveglio, Terrarossa,  2021, pp. 230, € 15.90.

Giudizio: 4/5


11.12.2021 Commenta Feed Stampa