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Viaggio a Flätz di Jean Paul (Richter)

di Fancesca Fiorentin

Morte dell’eroismo romantico

Il testo integrale di Viaggio a Flätz viene per la prima volta pubblicato in Italia per la cura di Dario Borso dall’editore Del Vecchio (2021). L’opera, contenente due testi, fu scritta in anni di densi eventi politici, fra Jena e Tilsit. Jean Paul viveva a Beyreuth, e la situazione paradossale venutasi a creare tra il 1806 e il 1807, anni in cui la Prussia cade in mano napoleonica, ispira allo scrittore innanzitutto la seconda parte dell’opera, Confessioni del diavolo a un uomo di Stato. La repressione della stampa in quegli anni ne blocca l’uscita. Il testo uscì completo solo nel 1809 per l’editore Cotta. Jean Paul voleva poi ampliare l’opera nel 1822, terrorizzato dalla repressione delle libertà: dopo Napoleone, Metternich pose in atto stretti controlli sulle attività degli insegnanti e sulla libertà di stampa (Deliberati di Karsbad, 1819). Ma Jean Paul non era più in condizione di scrivere e si sarebbe spento nel 1825.

Nella Prefazione, Jean Paul scrive che questo viaggio è una farsa, un autoritratto del narratore. Le note a piè di pagina, pur numerate, non sono legate alle pagine che leggiamo; sono slegate dal testo, e il lettore non è in grado di scoprire la loro giusta collocazione nella narrazione, perché non esiste. Questa circostanza dà l’impressione di un lavoro di testo a parte, di un altro libro, consistente in riflessioni e considerazioni che esulano dalla narrazione.

Flätz è la località immaginaria di uno scontro di guerra in cui il predicatore di campo, Attila Schmeltzle, viene accusato di essersela squagliata durante battaglie importanti e per questo licenziato. Egli dice: «Eppure proprio i meriti della prudenza danno meno nell’occhio (anzi più spesso nel ridicolo) di quelli del coraggio» (p. 26). Attila decide di presentare al generale Schabacker una petizione in cui chiede «di risarcire con una cattedra retribuita di catechesi me quale predicatore di campo cacciato senza colpa» (p. 30). Soprattutto per soddisfare le richieste della moglie, Attila vuole diventare maestro di una cattedra di catechesi.

In generale il tema della prima parte è la paura. La paura domina Attila, la paura di un pericolo di qualsiasi sorta. Mentre il coraggio appartiene alla sfera delle virtù, il suo contrario, la paura, non appartiene alla sfera del vizio o del peccato. Attila possiede il coraggio di volersi presentare davanti al generale prussiano con una petizione, di cui non è letto il contenuto, se non che sappiamo che il protagonista vuole essere risarcito con un impiego di maestro.

Durante il viaggio, un viandante salito nella carrozza, chiamato non a caso Jean Pierre o Jean Paul, sembra la figura opposta del protagonista. Attila pensa di averlo incontrato molte volte nella vita, ma non ricorda dove. Questo personaggio dal mantello rosso si spaccia per consigliere diplomatico. Nel breve dialogo con Attila sul concetto di paura, egli dice: «Ho paura di non aver abbastanza paura della paura, ma di restare, comunque, vile». Questa frase può essere considerata la summa dell’idea di politica in Jean Paul. Il politico non teme la paura del popolo, e resta, nonostante le azioni ingiuste verso di esso, poco vile, ossia con poca forza di essere ancora più ingiusti.

Il politico deve assumere l’atteggiamento di chi ha paura del popolo, mettersi in guardia, passare all’offesa gratuita su di esso. È un’idea di politica come lotta preventiva, che Attila non comprende o fa finta di non comprendere. Per Attila la paura è invece riservata all’ambito individuale: la paura dei fulmini; dei cani senza coda perché, avvicinandosi, non se ne possono capire le intenzioni; del dormire in presenza di persone sveglie oppure di osservare chi dorme, perché si potrebbe essere inaspettatamente aggrediti dagli offesi dall’altrui osservazione fisiognomica; del non poter, durante il viaggio, scaricare le urine ogni quarto d’ora, perché il trattenerle provoca malattie renali mortali; del dormire e poter spifferare segreti nel sonno.

Flätz si presenta come una cittadina di ladroni. Tuttavia, Attila riesce a consegnare la petizione destinata al generale Schabaker. E viene mandato al diavolo da un suo attendente. La cosa sembra non toccarlo molto perché potrà vivere delle ricchezze della moglie, che tuttavia desiderava essere moglie di un uomo importante nelle istituzioni statali.

A Flätz, nell’albergo durante la notte, altre paure assalgono Attila: di poter essere sonnambulo e di uscire per strada senza Berga, la moglie. La coperta si muove come se ci fossero spiriti intorno, e Attila ingaggia una lotta contro di essi fino al mattino. Berga, delusa dalla mancata assunzione del marito, piange, e a questo punto Attila promette di raggiungere altre cariche importanti, fino a diventare «membro corrispondente delle migliori società di dotti nelle migliori capitali», e addirittura «membro onorario», posizione che non è certo istituzionale o sociale.

Il coraggio nelle guerre non è virtù; la politica è ambizione al potere, questa è la morale non espressamente formulata da Attila, che non diventa «coraggioso coi coraggiosi, ma massimamente coi conigli», poiché «in me il cattivo esempio si rovescia nel contrario» (p. 86). Quindi il coraggio sta fuori dalla politica e nasce e si rivela piuttosto tra il popolo inerme, grazie alla solidarietà tra i più deboli.

Se la sbornia romantica dell’esaltazione delle virtù eroiche avesse esaurito presto le sue energie, il Novecento non avrebbe probabilmente visto trionfare il nichilismo letterario e spirituale. L’affascinante astro di luce dell’eroismo si trasforma spesso nel Novecento in distruzione che porta verso il nulla. Altri due pregi  nella pubblicazione di Viaggio a Flätz sono la riedizione di un’opera che fu, ai suoi tempi, nota al vasto pubblico; e l’influenza che quest’opera ebbe sulla scrittura di grandi autori: Kierkegaard, Svevo, Gadda, Cesare Cantù.

Siamo in epoca romantica, e Jean Paul sembra possedere maggiore affinità di pensiero con la letteratura dell’antichità classica, con la sua ironia libera da lacci morali, piuttosto che con il romanticismo. La presa di distanza dal romanticismo si riscontra nella mancata volontà di «elevarsi infinitamente al di sopra di ogni cosa finita» (Schlegel). Chi è l’uomo come filosofo e pensatore? Non soggetto che si riconosce attraverso l’altro (Hegel): al contrario l’altro da sé cela il pericolo di sopraffarci, e l’uomo è centro autonomo di sé stesso. L’umorismo non è il Giano bifronte il cui rovescio è la tragedia, e si libera dal tradizionale dovere di portare con sé il dramma, il dolore.

La politica ha una sua definizione ironico-realista

«Con le istituzioni politiche è come con le carrozzabili: su una strada completamente non battuta dove ogni veicolo lavora nei lavori di sterro e costruzione, si viene sballottati e sbalzati proprio come su una completamente vecchia e dissestata piena di buche. Che c’è dunque da fare qui? Proseguire». (nota 8, p. 59).

Non il riso amaro del proprio limite, il riso di Schlegel, ma la risata che nasce dal vivere il proprio limite reso tale dalle istituzioni e dagli individui, senza preoccupazioni di sorta. È l’individuo che esalta il proprio limite attraverso l’ironia. Durante il viaggio, Attila affronta i propri fantasmi interiori, le paure, non demoni tragici o di nobile bontà. Il viaggio diventa picaresco perché lo pone davanti a una ridda di individui equivoci (la prostituta, il nano, l’avvelenatore di topi).

In parte l’autore sembra aderire alla letteratura di viaggio antica (Apuleio, Orazio, Petronio, Luciano di Samosata), dove centrale è l’incontro o l’evento accaduto durante il cammino e protagonista è il caso. Nella pelle di un asino si coglie tutta un’epoca. Nella pelle di una pecora si conosce il tosatore dell’epoca.

La seconda parte è l’epifania del diavolo a sé stesso. A un integerrimo politico e ecclesiastico viene richiesta la confessione da parte di un essere che gli appare come il diavolo. Il ministro di Stato e sacerdote lo confessa; il diavolo dice che non si può essere diavoli se non essendo «il genio associato di un ometto di Stato cui ho fatto più o meno da guida» (p.103); e continua dicendo di avere «attizzato mediante l’ometto di Stato […] tre guerre di successione e una guerra e mezza di precessione»; d’aver «secondo la purtroppo volubile e forse non del tutto incorrotta natura dei diavoli indotto il mio ometto di Stato a sedurre in più modi il suo principe» (p.104); e di aver volentieri «indotto il buon uomo di Stato all’avidità» (p.105). E oltre a questi peccati lo ha indotto a molti altri. Improvvisamente il diavolo scompare. Il confidente cui l’uomo di Stato racconta questa esperienza gli suggerisce l’idea di aver preso sé stesso per il diavolo, come succede a molti malati psichici; e che inoltre al buio era impossibile distinguere tra la propria fisionomia e quella del diavolo. L’uomo di Stato, come destandosi da un sogno pesante, dice: «Davvero, amico, voi adesso avete assolto, e precisamente me; ma dove avevo gli occhi, bello mio!”» (p. 110). Il sottile gioco di aver posato gli occhi, e non l’anima, su altro da sé nel buio, e di aver scambiato sé stesso per il diavolo, non è peccato; alla luce del giorno, e della ragione, l’essere stato manovrato dal diavolo non è ipotesi minimamente contemplata dall’uomo di Stato. La differenza di identità salva ipocritamente l’anima.

Jean Paul (Richter), Viaggio a Flätz, cura di Dario Borso, Del Vecchio Editore, 2021, pp. 160, € 16,00.

Giudizio 5/5


4.12.2021 Commenta Feed Stampa