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Bobi di Roberto Calasso

[1]Bobi non è slegato da Memè Scianca venendosi a collocare, limitatamente ai fatti che narra, negli anni successivi al trasferimento da Firenze a Roma di Calasso. Bobi è dunque un’operina a suo modo autobiografica.

A Roma, scrive il Nostro, «chiunque arrivi non è un turista ma un pellegrino. Fra i quali occorre contare i non pochi expatriates che passarono a Roma subito dopo la guerra, anni di potenziale felicità e sicura facilità … La città esigeva solo un po’ di dollari e offriva magnifici palazzi fatiscenti da affittare al prezzo di squallidi appartamenti» (p. 24, corsivo nel testo). Ovvio il cenno all’ironia dei romani alle prese con gli intellettuali in ‘trasferta’; ma Bobi, prosegue, «non era né turista né pellegrino» (loc. cit.). Come, va da sé, non lo era Calasso.

Operina autobiografica a suo modo, s’è detto. Se è ben vero che in questo ritrattino di Bazlen, restituito dalla memoria, il Nostro giunge a lasciargli spesso la parola, tirandosi indietro, la sua ombra compare qua e là, inevitabilmente. All’inizio è in compagnia di Zolla che lo invita, fatalmente, chez Bazlen; più tardi è l’insaziabile che domanda dei libri: «Quello che più mi importava erano i libri» (p. 19, corsivo nel testo). E Bazlen fa i nomi degli scrittori (Daumal, Gilbert-Lacomte, Guénon, Strindberg), menziona la rivista che la coppia di francesi aveva battezzato «Le Grand Jeu», il Vedānta. Quando Adelphi nasce (il Nostro) è uno dei due «mutanti» – il nomignolo è di Bazlen e l’altro mutante è Rugafiori, Rugafiori che curerà l’edizione del Grand Jeu, del Monte analogo – che si prodiga non si capisce bene come (cfr. p. 66). Un giorno, scrive, «Bazlen mi parlò per la prima volta di Adelphi»; ed «era appena cominciata una torrenziale sequenza di lettere su libri a Foà, con giudizi, segnalazioni disparate, che sarebbe durata per Bazlen fino al suo ultimo giorno» (p. 72, corsivo nel testo), peraltro non lontano (muore nel 1965).

Molte pagine di questo piccolo testo, s’è detto sopra, sono di Bazlen: i frammenti di una Lotta con la macchina da scrivere (pp. 28 sgg.), le lettere all’amico Ludovico Sain (pp. 41 sgg.), i frammenti di diario (pp. 47 sgg.), un gustoso e stravagante ritratto di Freud (pp. 82 sgg.). La scrittura di Bobi: una macchina verbale che impiega il tedesco, l’inglese, il francese, il dialetto triestino. Ebbene, di Bazlen, Calasso è anche traduttore e curatore dei testi apparsi presso Adelphi. I frammenti citati qui, trascelti fra i tanti, adombrano appena il proponimento che il personaggio si presenti, per così dire, da sé. E quando ricorda come cinquant’anni prima lo avesse definito uno sciamano «in abiti borghesi», pur trovando la definizione esatta, è indotto a censurarsi quella parola troppo a sproposito ripetuta. Allora «direi soltanto che Bobi era la persona più veloce nel vedere il ‘dettaglio luminoso’ (Pound) che abbia avuto la fortuna di incontrare» (p. 89).

Ma Bazlen – o la sua opera – fu Adelphi (cfr. p. 66 e sgg.). I nomi degli scrittori, i titoli dei libri, suggeriti o passati al vaglio, tutto ciò che poi la casa editrice avrebbe pubblicato, specie nella «Biblioteca» – tutto ciò rivela Bazlen meglio di ogni ‘ritratto’. Almeno è ciò che Calasso pare suggerire. E pensare che di quella collana Bazlen fece in tempo a vedere solo il primo numero, il primo dei libri unici, L’altra parte di Kubin. (Adelphi è anche Foà, è l’edizione critica di Nietzsche curata da Colli e Montinari, va da sé).

Oggi dobbiamo dire lo stesso di Calasso (senza nulla togliere allo scrittore): Adelphi è la sua opera.

Roberto Calasso, Bobi, Adelphi, Milano, 2021, pp. 97, € 12,00.

Giudizio: 4/5