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I sogni di un visionario di Immanuel Kant

di Lorenzo Leone

«La ragione umana ha una tendenza naturale ad oltrepassare questi limiti [dell’esperienza possibile], e […] le idee trascendentali sono per essa altrettanto naturali, quanto per l’intelletto sono naturali le categorie: vi è tuttavia la differenza che, mentre queste ultime portano alla verità […] le idee invece producono una semplice illusione – tuttavia irresistibile – al cui effetto ingannevole ci si può a stento sottrarre mediante la più severa delle critiche».[1]

Che cos’è questa tendenza naturale (natürliche Hang) produttrice di una illusione (Schein) ingenua (blosen) e tuttavia irresistibile (aber unwiderstehlichen) che tanto preoccupa il filosofo da farci sospettare che egli ne sia, a suo modo, pateticamente, una vittima? C’è, in questa tendenza qualcosa dell’ascensione del mercurio nel barometro, c’è qualcosa, celia Kant nei Sogni di un visionario, della ventosità intestinale (inflatio) che se scende produce un peto, se sale, produce «una visione o un’ispirazione santa»,[2] l’approdo all’hortus caelestium deliciarum… Ma innanzitutto: il moto anagogico, l’ascensione, l’allocazione in cielo della dimora dei beati riflette il volo della speranza: «Una meravigliosa illusione fa sì che l’alto volo della speranza sia sempre legato col concetto del salire, senza riflettere – aggiunge ironicamente Kant – che per quanto si salga in alto, si deve pur di nuovo ricadere per metter piede forse in un altro mondo» (p. 118, nt.).[3]  E, paradosso tutto retorico, la speranza pesa meccanicamente sul piatto della bilancia intellettuale alleggerendo le «speculazioni per sé di maggior peso» (pp. 137-138).[4]

Ma è quella ‘popolare’ fisiologia che spiega gli incubi con cause organiche a interessarci di più. È sempre qualcosa di ‘quasi fisiologico’ a spiegare la tendenza (Hang): «Per tendenza (propensio) – scrive Kant molto più tardi in La religione nei limiti della semplice ragione – intendo il fondamento soggettivo della possibilità di un’inclinazione (cioè di un desiderio abituale, concupiscentia) in quanto tale inclinazione è accidentale per l’umanità in generale». E nella nota in calce: «Una tendenza non è altro, propriamente, se non la predisposizione a desiderare un godimento, ed essa produce l’inclinazione verso tale godimento, quando il soggetto ne ha fatto esperienza». Tendenza è quella degli uomini grossolani per l’ubriachezza (un desiderio «difficilmente sradicabile»[5] e dunque irresistibile).

L’epifenomenismo del sogno (o dell’incubo, della fantasima irresistibile) o la sua natura di oggetto del desiderio e del godimento: pare che i sogni, le chimere, gli spiriti e i concetti della metafisica, giacché «i nostri concetti razionali più elevati […] si avvicinano abbastanza agli spirituali, assumendo abitualmente una specie di veste corporea per acquistare chiarezza»,[6] si spieghino meglio come ‘necessità vitali’, come ‘bisogni’. C’è dunque una bizzarra compromissione della ragione con l’impuro della natura e del corpo, con la «contingenza della generazione» (Zufälligkeit der Zeugungen) che, in effetti, costituisce un’obiezione alla «vita pura e spirituale» e che imparenta l’uomo alle «creature irrazionali».[7] «Dalla fanciullezza alla tomba – commenta Rosso – la ragion pura percorre un ciclo vitale che è tutto umano, tutto vitale, tutto impuro».[8]

Di qui proviene quella strana simpatia per il visionario Swedenborg pur nella rinunzia (Entsagung) a ogni volo pindarico (o icariano) sulle «ali di farfalla metafisica»,[9] pur nell’appassionato invito, che Simone Weil un giorno avrebbe fatto proprio, a divenire «completamente svegli» (p. 129) rivolto ai «fabbricanti di castelli in aria» (p. 128) e ciò a dire ai filosofi, pur nella negazione di ogni portata teoretica alle meraviglie raccolte dai «telescopi metafisici» (ibid.), di ogni profezia, di ogni cabala. Qualcosa della tendenza (inclinazione, propensione) kantiana al sogno metafisico, qualcosa dell’entusiasmo vaticinante dei poeti (quando «per caso si trovino d’accordo con gli avvenimenti» ‹p. 149›) resta, ironicamente, nella saggezza (Weisheit) o prudenza teoretica di Kant (nel suo agnosticismo); resta anzitutto, e significativamente, nel suo linguaggio, nella sua retorica.

C’è ancora un’altra maniera per spiegare i fenomeni di apparizione, le chimere dei «sognatori della sensazione» (p. 129) – tenendo ferma quella parentela tra questi e i concetti della metafisica. È l’illusione ottica che trasporta «là dove s’incontrano le diverse linee dell’impressione prodotta dall’oggetto, quando esse vengano prolungate» (p. 131); è qualcosa di simile all’immagine virtuale prodotta dai prolungamenti dei raggi riflessi da uno specchio concavo: un focus imaginarius. Parecchio più tardi, un quindicennio dopo, lo sappiamo, questa stessa metafora spiegherà le idee di ragione; e le spiegherà senz’altro come illusioni, ma anche come regole sistematizzanti e finalizzanti la conoscenza quando se ne faccia un uso sorvegliato: «Tali idee, per contro, hanno un uso regolativo assai pregevole e indispensabilmente necessario, che consiste cioè nel rivolgere l’intelletto ad un certo scopo in vista del quale le direzioni di tutte le regole dell’intelletto convergono in un punto, il quale, pur essendo soltanto un’idea (focus imaginarius), cioè un punto completamente al di fuori dei limiti dell’esperienza possibile […] serve tuttavia a procurare la più grande unità e la più grande estensione a tali concetti. Da ciò, è vero, sorge in noi l’illusione che queste linee di direzione siano tracciate a partire da un progetto, il quale si trovi esso stesso al di fuori del campo della conoscenza empiricamente possibile […] Questa illusione (cui si può tuttavia impedire di trarre in inganno) risulta però indispensabilmente necessaria, se oltre agli oggetti che stanno di fronte ai nostri occhi noi vogliamo […] indirizzare l’intelletto al di là di ogni esperienza data».[10]

Se ne dedurrà che queste idee prive di essere, immaginarie, eppure necessarie e indispensabili, rispondono a dei bisogni vitali dell’uomo ecc… Vogliamo definire tutto ciò una legittimazione del ‘sogno’?

Kant, I sogni di un visionario spiegati coi sogni della metafisica, Milano, Bur, 1982, 1995, p. 136.

 

Note

[1] I. Kant, Critica della ragione pura, Milano, Bompiani, 1987, p. 658.

[2] I. Kant, I sogni di un visionario spiegati coi sogni della metafisica, Milano, Bur, 1982, 1995, p. 136.

[3] Vale pure il seguente monito sofocleo (Antigone, vv. 615-616, tr. it. di Ettore Romagnoli): «ἁ γὰρ δὴ πολύπλαγκτος ἐλπὶς / πολλοῖς μὲν ὄνασις ἀνδρῶν, / πολλοῖς δ’ ἀπάτα κουφονόων ἐρώτων [La molto errabonda speranza utile a molti mortali adduce, ad altri molti di vane frivole brame l’inganno]».

[4] Commentando alcuni passaggi della Critica della ragion pura scrive Corrado Rosso (‘La lingua impura di Kant’, in Pagine al vento, Bulzoni, Roma, 1982, p. 123): «È una retorica inquieta, fatta per tarpare il volo alla famosa colomba». La colomba kantiana sta naturalmente per la ragione impegnata nel suo moto anagogico. Vale la pena di riportare il passaggio tratto dall’introduzione alla Critica (cit., pp. 52-53): «Infatuato da una tale dimostrazione [ovviamente quella delle matematiche] della potenza della ragione, l’impulso ad estendere le conoscenze non vede più alcun limite. La lieve colomba, mentre nel suo facile volo fende l’aria di cui sente la resistenza, potrebbe rappresentarsi di riuscire a ciò molto meglio ancora nello spazio privo di aria. Allo stesso modo, Platone abbandonò il mondo dei sensi, poiché questo pone le barriere tanto ristrette all’intelletto, e si avventurò al di là di esso, sulle ali delle idee, nello spazio vuoto dell’intelletto puro». Naturalmente è possibile la metafora inversa. Nella Critica (cit., p. 379), ci ricorda ancora Rosso, appare anche la talpa: «Ci sforzeremo di appianare e di consolidare, per quei maestosi edifici morali, un terreno, in cui si trovano ogni sorta di cunicoli di talpe, che sono stati scavati da una ragione vanamente – ma fiduciosamente – in cerca di tesori».

[5] I. Kant, La religione nei limiti della semplice ragione, in Scritti di filosofia della religione, Mursia, Milano, 1989, p. 84.

[6] I. Kant, I sogni di un visionario, cit., p. 125. Kant insiste sul punto (p. 129): «Coi sognatori della ragione hanno una certa affinità i sognatori della sensazione»

[7] I. Kant, Critica della ragione pura, cit., pp. 765-766.

[8] C. Rosso, op. cit., p. 126.

[9] I. Kant, I sogni di un visionario, cit., p. 159.

[10] I. Kant, Critica della ragione pura, cit., pp. 659-660.


19.08.2021 Commenta Feed Stampa