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Stella Nera di Marisa Bulgheroni

di Lorenzo Leone

Amore e morte: un accostamento (un binomio afferma Marisa Bulgheroni en passant nella pagina dei ringraziamenti) su cui molto s’è detto – e quel molto non mette conto compendiarlo qui – e che non cessa di esercitare una specie di malìa. Credo che forse solo Canetti lo abbia respinto con ragioni per nulla speciose nella Provincia dell’uomo, affermando che si è data troppa importanza alla morte, che la si è innalzata in quel «legame estetico» con l’amore.

Stella Nera (pubblicato da Il Saggiatore nel 2020) è innanzitutto un libro sul lutto. Marisa Bulgheroni, nata nel 1925, parla della morte del marito, avvenuta qualche anno fa, nel 2011; parla, per frammenti, di una lunga vita matrimoniale nient’affatto monotona; parla dell’amore e dell’amore dopo la morte. (E d’altra parte «raccontare – si sa, ed è un sapere antico, allontana la morte», p. 45). P. 21: «Cominciò così la tua seconda vita: ch’io donai a te sentendoti sempre presente, che tu donasti a me rendendoti miracolosamente presente. Ogni morte è diversa dall’altra».

Amore e memoria in sanscrito hanno una medesima radice: Smara, Memoria, è anche Kāma, Desiderio, Amore. Cogliamo, del nesso, le implicazioni (o complicazioni). Che cosa significa che amore e memoria sono concatenati? È per questo che non si smette di amare tout à coup dopo che la morte ci ha portato via la persona amata? Infine: in quale maniera si continua ad amare la persona amata dopo la sua scomparsa? Marisa Bulgheroni avverte la presenza del marito divenuto invisibile come Pārvatī, Figlia della Montagna, avverte la presenza dell’invisibile Smara (Kāma);[1] ne avverte innanzitutto la voce («Eppure la tua voce abitava ancora la casa: come un’eco nel lungo corridoio…», p. 21)[2]. E questa voce la accompagna per lungo tempo, per i primi mesi, ma è sempre sul punto di svanire.[3] Allora questo libro, in assenza di segni visibili, in assenza di una epifania (ἐπιφάνεια) – questo libro ma non solo questo libro e probabilmente il soliloquio segreto, silenzioso di Bulgheroni – è un compito impossibile: «Devo raccontare e raccontare perché tu non mi sfugga, perché la mia voce sia così seducente da trattenerti sull’orlo di questo mondo. La nostra paura di viventi è che, stanchi di noi, i morti si allontanino per sempre, ma io sarò instancabile» (p. 67). Perciò non v’è che un’unica voce, una voce «troppo elegiaca (p. 82) o «idilliaca» (p. 86),[4] la voce della memoria, di una memoria che contiene tutti gli oggetti, la vita passata assieme e «in questo senso io posso dire che la misura del tuo essere vivo è affidata a me, al mio ricordo di te» (p. 68).

Consolazione e follia in questo libro-incantesimo, necessariamente frammentario (Frammenti di una vita a due ne è il sottotitolo) nel suo raccontare-rammemorare per evocare medianicamente (?) la voce dello scomparso: «Ma è la tua voce che io cerco, la tua voce incessante che voglio che mi parli … e io la inseguo» (p. 92, vedi anche p. 97 e p. 99); «Io aspiro a qualcosa di diverso: saprò chiudere il lunghissimo capitolo del dolore quando riuscirò a sentire la tua voce» (p. 102). Infine: «Subito ho intuito che solo costruendo un libro per te – come una dimora in cui potessi abitare – ti avrei riavuto con me. Quella voce incessante, che mi accompagnò nei primi mesi del lutto, fu l’oggetto della mia ricerca quando sembrò tacere» (p. 105).

Il tema della memoria è legato a quello della nostalgia: «Il dolore del lutto si attutisce … La nostalgia cresce, niente vale a contenerla» (p. 88). La nostalgia «batte all’orizzonte come uno stormo di rondini impazzite» (p. 31). Rammemorare significa provare la nostalgia, il dolore per ciò che si è perduto. Il focolare domestico? L’amore? Per questo amore, «per chi ama», scrive Bulgheroni, «neppure una lunga vita è sufficiente». E una domanda: «Perché l’amore, così precario quando nasce, nella durata assume il carattere di una umana immortalità?» (p. 25). Il momento dell’incontro, i primi passi di questo amore, in una sala da ballo, Bulgheroni li rivela all’inizio (p. 8). Né sono trascurati gli accenni all’infanzia, ai primi amori, senza traccia di gelosia perché «il futuro era nelle nostre mani» (p. 62): il lungo futuro del loro amore.[5] Torniamo alla nostalgia. Perché se il lungo amore (l’eros mite e gentile)[6] vince, almeno apparentemente, il morto passato degli amanti, il tempo in cui non c’era ancora, è impotente quando perde il futuro e cioè quando uno degli amanti muore. Ecco perché il dopo (ma pure il prima che ne segnala l’evenemenzialità) deve essere elaborato in quanto lutto. Ne è stata capace Marisa Bulgheroni con questo libro straziante? Il lettore lo capirà (forse) giunto alle ultime righe.[7]

 

Marisa Bulgheroni, Stella Nera. Frammenti di una vita a due, il Saggiatore, Milano 2020, pp. 108, € 15,00.

Giudizio: 4/5

 

NOTE

[1] Per questo passo della vicenda di Pārvatī si veda Roberto Calasso, Ka, Milano, Adelphi, 1996, pp. 133-134.

[2] Sulla persistenza di questa voce e su altri segni ritrovati o ricercati si veda oltre pp. 32 sgg.

[3] Quando la tua voce incessante si tacque, fu come una nuova partenza, più straziante, più inattesa. Parlerò io, mi dissi. Anzi, scriverò … finché non ritornerò a udire la tua voce» (p. 7).

[4] Anche qui, nella scrittura, nella scrittura di cui constata la nitidezza, l’intensità (p. 71), l’Autrice immagina un dialogo con il marito: «Mi dici: ‘Sei troppo elegiaca. Sii più scabra, o nessuno ti crederà’» (p. 82). Sul ruolo della scrittura vedi anche p. 97 e p. 101.

[5] Scrive Massimo Cacciari in Della cosa ultima, Adelphi, Milano, 2004, p. 246: «L’elemento ‘morto’ contro cui l’amore lotta e di cui si vergogna non è questo o quel possesso, questa o quella ‘cosa’ che continua ad appartenere ad uno solo degli amanti, ma il loro stesso passato».

[6] All’eros a-orgico, árrythmos, che spezza i limiti, ricorda ancora Cacciari, i filosofi hanno opposto un eros eticizzato (op. cit. p. 244-249 passim).

[7] Ma, p. 75: «Il lutto ci spinge ad accettare, ribelli, l’ineluttabile. Chi ci riesce ha saputo elaborarlo, il luto. Io non ci sono riuscita. E se mai riuscirò a risentire la tua voce incessante, non l’avrò elaborato, ma vinto».


10.07.2021 Commenta Feed Stampa