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Uno su infinito di Cristò

di Lorenzo Leone

Un tale concepisce una bizzarra lotteria che prevede l’estrazione settimanale di un numero da zero a infinito. È una lotteria impossibile ma piace, suscita entusiasmo e, nel giro di qualche tempo, lo show della TV locale assume dimensioni planetarie. L’inventore, tetragono, si muove con studiata cautela: non rivela mai il procedimento dell’estrazione, approva il successo smisurato dello spettacolo, lo showbiz, il gossip, la partecipazione, l’interessamento della politica, ma si tiene solennemente in disparte per ragioni che sfuggono. Il suo nome è Bruno Marinetti e questo Uno su infinito è la sua storia – e la storia della lotteria che ha concepito.

Lascio al lettore il piacere di seguire lo svolgimento della vicenda fino alla sua conclusione forse inaspettata – vicenda (anche) piena di delicatezza e di follia, che, alla fin fine, induce inconcludibili riflessioni sulla vita, sulla morte e sullo stare al mondo. Chi conosce Cristò non si stupirà della virtuosa pensosità che i suoi racconti ‘sollecitano’. Qui invece vorrei concentrarmi sugli aspetti formali e retorici che rendono questo racconto un oggetto irrequieto e cangiante.

E innanzitutto su quella dialettica di débrayage ed embrayage che spiazza.[1] Difatti il nostro racconto non sarebbe che la trascrizione testuale di un certo numero di interviste che uno sconosciuto sceneggiatore ha raccolto su That’s (im)possible (è il nome dello show). Si tratta per lo più di brevi testimonianze, di voci volubili, le più varie (semplici partecipanti, giornalisti, sociologi, filosofi, il presentatore e il produttore dello show, Bruno Marinetti, deus artifex, che, il lettore lo vedrà, racconta una peripezia apparentemente lontana, tutta personale e incongrua). Del documentario, il racconto riproduce il montaggio: il nome degli intervistati in grassetto (per così dire in ‘sovrimpressione’), tre asterischi a indicare uno stacco, l’inquadratura di un nuovo personaggio, brevi note biografiche ex post in un elenco dei personaggi in ordine di apparizione. Il racconto pare dunque demandato (delegato) alle voci colloquiali che si susseguono. Di qui il sottotitolo, in parte sviante, di racconto orale.

Sennonché l’intero racconto orale e corale, com’è chiaro sin dalla prima pagina, con uno scarto diegetico, è (sarebbe) il testo che il medico personale di Bruno Marinetti, a nome Tancredi, pubblica facendolo precedere da una premessa che definisce necessaria e seguire da una postfazione che definisce altrettanto necessaria. Perciò il medico è, se non pienamente il narratore (ipodiegetico), il curatore o l’editore di un testo che lo sceneggiatore (di cui il medico ha significativamente scordato il nome) gli ha consegnato – di un testo che, a giudizio del medico, riveste o rivestirebbe un grande interesse clinico o psichiatrico o anche psicologico-sociale.

E qui, nella premessa necessaria, si colloca un segnale metatestuale che svela il gioco del narratore implicito, l’artificio finzionale. Perché il nostro medico, dopo aver assicurato che i fatti e le persone intervistate sono assolutamente reali, adombra in certo modo ironico una sua condizione di esistenza fittizia: affermazione di finzionalità che cortocircuita la comunicazione, effetto di ripiegamento o di riflessione che perviene giocosamente all’assurdo: «Naturalmente anche voi potreste essere dei personaggi» (p. 8).

Avrei potuto chiudere qui se Cristò, in questa nuova edizione di Uno su infinito (che ha visto tre pubblicazioni presso tre editori in pochi anni), non avesse aggiunto una ‘sua’ postfazione che spiega in breve la genesi del libro, afferrandolo, per così dire, dai suoi orli. È questa un’altra cornice diegetica, un altro scarto, un altro déplacement (embrayage). E ciò comprova la singolare abilità e intelligenza di questo autore.

 

Cristò, Uno su infinito (racconto orale), Terrarossa, 2021, € 11,90.

Giudizio: 5/5

[1] Su questi temi rinvio qui al bel libro di Luca Berta, Oltre la mise en abyme, teoria della metatestualità in letteratura e filosofia, FrancoAngeli, Milano, 2006, e a Gérard Cordesse, Notes sur l’Enonciation narrative, in «Poetique», 65, 1984.


25.06.2021 Commenta Feed Stampa