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Memorie dal sottobosco di Tommaso Lisa

di Lorenzo Leone

Tommaso Lisa, autore poliedrico e cogitabondo, ha scritto un libro singolare e affascinante.[1]

Nella breve introduzione, sotto un titolo apparentemente innocuo, ‘scrivere di coleotteri’, l’autore affronta un dilemma arduo a partire da un pensiero (che vorrei chiamare propos) di Wittgenstein enunciato nel § 293 delle Ricerche filosofiche.[2] Quel paragrafo parla del dolore (cosa che Lisa non dice); parla altresì del coleottero, e questo può apparire davvero curioso. Ecco il passaggio: «Se dico di me stesso che soltanto dalla mia personale esperienza io so che cosa significa la parola ‘dolore’, – non debbo dire la stessa cosa anche agli altri? E come posso generalizzare quest’unico caso in maniera così irresponsabile? Ora qualcuno mi dice di sapere che cosa siano i dolori soltanto da se stesso! – Supponiamo che ciascuno abbia una scatola in cui c’è qualcosa che noi chiamiamo ‘coleottero’». Ebbene, esattamente come il dolore individuale (privato) così la cosa dentro la scatola, la cosa chiamata coleottero che ciascuno vede ma che nessun altro vede, perché gli è impedito, è incomunicabile. Sebbene la parola dolore e la parola coleottero abbiano un uso linguistico, l’oggetto, per così dire, sfugge o è insignificante (p. 114). Nel § 291, poco prima, Wittgenstein contrappone il disegno, il piano prospettico, l’esploso a ciò che comunemente chiamiamo descrizione e avverte: «C’è qualcosa di fuorviante nel pensare a una descrizione come a un quadro verbale dei fatti». Ne discende (§ 292) che non bisogna «credere sempre di ricavare le … parole dalla lettura dei fatti; di raffigurare i fatti in parole, secondo certe regole! Perché l’applicazione della regola al caso particolare dovrai farla tu, senza alcuna guida».

Si perdonerà questo lungo détour ma era necessario per comprendere il gioco letterario (e ‘soperchievole’) di Tommaso Lisa. Che è poi l’applicazione accanita di un principio ‘ecfrastico’ e ‘fenomenologico’: e cioè a dire fino al limite delle possibilità rappresentative del linguaggio. Perché Lisa, persuaso del fatto che «nella dimensione pubblica del linguaggio tutto sembrava … essere stato già detto» – ovviamente una forzatura –, si predispone a scrivere del suo «rapporto privato» con il coleottero immaginando «una vasta zona oscura da indagare» (p. 7); e per ciò stesso di piegare il linguaggio a un uso privato, fino alle soglie dell’incomunicabilità, e di fermarsi un momento prima che esso perda «senso, scivolando nel delirio». Lisa, dunque, seguendo il ‘monito’ di Wittgenstein, escogita una sua applicazione della regola al caso particolare – al suo caso, al «caso Diaperis». Il coté psicanalitico, sfiorato qui e là, il cenno alle Memorie di un malato di nervi del presidente Schreber e un titolo alternativo, Memorie di un malato di insetti, gli accenni al delirio di interpretazione (per utilizzare un’espressione di Minkowski),[3] nondimeno, lasciano intravedere l’ironia: sarà una testimonianza «in forma più misurata» (p. 8): sarà cioè, e ovviamente, fiction (per usare una parola cara a Manganelli).[4]

Un «caso Diaperis», dunque. (Ma leggerete anche di altri coleotteri, di funghi, del legno, della ὕλη, della maschere rituali, del cervello, degli anelli saturno, delle parole…). Di questo piccolo coleottero Lisa propone dapprincipio un’accurata descrizione ‘scientifica’ (p. 28) con postilla iperrelistica ed esornativa, un po’ ‘école du regard’, dello spillo in acciaio che regge il cartellino (p. 29). Ma il ‘quadro’ e le formule (cerimonie) verbali si complicano subito. Il narratore confessa il proprio coinvolgimento emotivo, l’incontro patico, privato, illogico; si identifica con il suo insetto, immagina una metamorfosi, ne fa un desiderio, un manque, l’oggetto di investimento libidico (pp. 82-83), un oggetto transazionale (p. 50), un totem (p. 104). E sempre è il linguaggio a essere messo nuovamente in discussione – il linguaggio, il discorso, la sintassi: «Nella polpa della materia, nelle venature della midolla del legno, apparve riflesso, il Grande Altro, la somma di regole del discorso che classificano il magma indistinto della natura … L’azione del linguaggio, sia scientifico che filosofico, è la norma di regole applicate sull’oggetto vivente … Questo linguaggio stesso, che scinde e nomina, sottrae al mio corpo il godimento dell’interezza del coleottero che diventa ‘oggetto perduto’».[5] Né manca la mimesi del delirio: «Perciò infine il Diaperis abita il mio corpo, nella carne fatta albero. Nel tronco del torace, fino nella midolla, nel cuore. Nel silenzio del sottobosco» (pp. 113-114); «Sono situato dentro una corteccia, io sono la corteccia, il fungo, l’insetto, in un procedimento infinito di echi e di mimesi» (p. 163).

L’inclinazione al (o la mimesi del) delirio (privato), con le sue deroghe, le sue analogie, le enumerazioni, gli incanti, con quella che Federico Leoni, commentatore di Minkowski, chiama «monarchia del significato»,[6] costituisce il termine del gioco letterario di Lisa; e la testimonianza di un corpo a corpo con il linguaggio o con la scrittura. Di qui la ‘percezione’ di certo tormento, di certa spossatezza; ‘percezione’ che tuttavia persuade e seduce.

Tommaso Lisa, Memorie dal sottobosco, Exòrma, Roma 2021, pp. 190, € 15,00.

Giudizio: 4/5

[1] Tommaso Lisa, Memorie dal sottobosco, Exorma, Roma, 2021.

[2] Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino, 2009.

[3] Si veda Federico Leoni, Follia come scrittura di mondo, Jaca Book, Milano, 2001, p. 62.

[4] Se una metamorfosi (in coleottero) è immaginabile – un desiderio infantile che l’autore-narratore si attribuisce – sarà ovviamente kafkiana; e lo sprofondamento nel sottobosco e il rimpiccolirsi sarà un accedere al ‘cuore tenebrionide (ancora un titolo, la deformazione di un titolo).

[5] A p. 83, di nuovo non senza ironia: «Il mio bel tenebrionide è l’oggetto perduto a causa del linguaggio che lo nomina» (p. 83). Numerosissime, nel volumetto, le riflessioni sul linguaggio e sulla scrittura (anche in direzione antropologica). Si vedano in particolare le pp. 95, 106, 127, 129, 139, 162, 163. Al Wittgenstein citato all’inizio vorrei affiancare qui alcune riflessioni di Carlo Sini sulla parola. La parola, scrive Sini, «ha l’assente dentro di sé … Il suo assente non è diverso quando la cosa nominata è lì davanti». Ancora: «La cosa di cui parla la parola … è utopica e intemporale», il suo «altrove» è il concetto. Infine, «si tratta … della verità, come ciò che vale per tutti»; della verità pubblica (Carlo Sini, Gli abiti, le pratiche i saperi, Jaca Book, Milano, 1996, pp. 38-39).

[6] Leoni, Follia come scrittura di mondo, cit., p. 70.


16.03.2021 Commenta Feed Stampa