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Friedrich Nietzsche di Susanna Mati

[1]Qualche parola sulla collana ‘Eredi’ di Feltrinelli. Il titolo dei volumi coincide sempre con il nome dell’ascendete, autorità morale, de cuius di cui saremmo, in qualche misura, eredi. Belle le copertine dove campeggia il ritratto posterizzato, con gli slogan, i mots d’ordre, la parole famose scritte sui volti in stile comics. E d’altra parte cos’è un filosofo o un intellettuale se non una testa che parla? Aggiungo ancora una nota personale. Ho conosciuto Carlo Sini, Franco Fergnani e Laura Boella; ho seguito i loro corsi, sono loro grato. Non ho letto i loro contributi inclusi negli ‘Eredi’ e, ad oggi, mi sono limitato alla lettura di questo Friedrich Nietzsche di Susanna Mati – di Susanna Mati che non ha bisogno di presentazioni.[1] [2] E allora ecco una prima conclusione, male che vada superflua: non sono in grado di valutare la collana, di additarne l’indirizzo, se c’è. Ma Bando alle premesse.

Di questo Nietzsche scriverò e dirò innanzitutto che è anche una monografia scrupolosa nell’aderenza ai testi (spessissimo citati) e di bella perspicuità analitica; ma che è pure una lettura ‘personale’ di Nietzsche e un procedimento (una attività riflessa) in cui l’autrice pensa se stessa – voce fuori scena ma udibile. Si obbietterà che è ciò che accade sempre in certa misura. Eppure qui la voce è particolarmente sensibile – e pure il suo procedere lo è: «Seguiremo qui – scrive – un intrico di passi nietzschiani, privilegiando le zone più in ombra, meno battute, le vie laterali, cercando di far parlare N[ietzsche] quanto più possibile, lasciandolo libero nell’esposizione» (p. 14).

C’è un varco, una via di accesso; questo varco introduce tuttavia in un labirinto, perché Nietzsche è labirintico (conosce l’inganno, l’accesso illusorio…). E però Nietzsche è anche la ‘preda’, quella che (in)seguiamo battendo le vie laterali – privilegiando quella lateralità che discernerebbe l’insight perché ha rinunciato alla frontalità dominante e verticale. «Io sono una nuance» scrive Nietzsche in Ecce homo (p. 124).[2] [3] Calasso gli contrappone quest’altra affermazione: «Io sono dinamite».[3] [4] Ma l’ossimoro dell’accostamento non deve turbarci: quanto vi è di ossimorico ricade nel percorso delle nuances che riproduce l’intero spettro dei colori. Così Mati: «Ci sarebbe molto da scrivere, per lo psicologo, sulla raffinatezza e la delicatezza, la solo apparente grossolana bellicosità di N[ietzsche] … Considerarlo assai più una sfumatura, una sapiente dissimulazione, una finezza estetica, che un Gewaltmensch…» – un Gewaltmensch, un violento, un bruto. Dunque tutto o molto da mettere «in prospettiva» (p. 17). Un insegnamento del medesimo Nietzsche d’altro canto.

Ciò che forse non si nota subito: tentativo di labirinto. (È il sottotitolo del nostro volume). Nel che si vedrà un approccio sperimentale, nel senso meno problematico della parola, dell’autrice, ma pure l’approccio del medesimo Nietzsche – di quel Nietzsche che, volta a volta, appare (è) elusivo e senza una vera e propria psicologia (p. 12), teatralmente vocato (p. 18), in fuga dal mondo, «fugitivus errans … da una cameretta all’altra da ‘garçon meublé’» (scriveva Nietzsche alla sorella il 15 ottobre 1887).[4] [5] Una critica psicologica – nietzschianamente sanare una ignoranza in psychologicis e pure in physiologicis – appare a Matti necessaria pratica igienica quando si tratti di filosofi. Ci restituirà, ma non ci si inquieti troppo, la pato-logia nietzschiana – che è poi (anche) uno sguardo gettato su quel suo voler scrivere «con il pathos, ragionare partendo dal pathos, innescare da qui tragicamente il discorso» (p. 30).[5] [6] (Il pathos, scriveva Klossowski in una delle sue pagine su Nietzsche, è l’essenziale).[6] [7]

Mati non commette però l’errore di psicologizzare (troppo) Nietzsche. Lo si è già notato che «N[ietzsche] non mostra alcuna psicologia» (p. 20).[7] [8] Dunque non si franerà sul personale. Viene in mente la storiella della cipolla: se l’io (o la psiche umana) è una cipolla, ogni velo tolto non è ravvicinamento al nocciolo, giacché la cipolla non ha nocciolo, ma al nulla (come forse mostra, ed è l’esempio che solitamente si adduce, il Peer Gynt ibseniano). Fuor di metafora (o se volete di allegoria), nessun volto autentico dietro le maschere. Il che nemmeno inacerbisce il ruolo della maschera.

L’ignoranza in physiologicis (e in psychologicis), il «maledetto idealismo», e cioè «la vera fatalità della mia vita, il suo elemento superbo e ottuso»,[8] [9] dovettero essere risanati – erano anche malattia. Ma il risanamento fu (è) uno sperimentare gli effetti – una dieta, il clima, una località. Possono suonare strambe le pagine del capitolo intitolato ‘Perché sono così accorto’ di Ecce homo, ma vanno prese sul serio. D’altra parte testimonianza degli ‘effetti’ sperimentati sono le sue opere; e la critica (commento) che si misura con esse dà prova di comprensione o di fraintendimento dei medesimi o di iniquità (il caso Heidegger). Mati insiste sulla fisiologia (o sulla psicofisiologia) in (di) Nietzsche: dobbiamo prendere «come guida la frase nietzschiana secondo cui l’estetica – intesa nel suo doppio significato di riflessione sull’arte e di teoria della sensibilità – ‘è per l’appunto nient’altro che fisiologia applicata’» (p. 116).[9] [10] Prenderla come guida ma per guardare altrove.

Gli è che, sempre per non psicologizzare banalmente, l’esperienza e gli esperimenti di Nietzsche valgono come avvenimento epocale (come evento) e, per dirla tutta, «come una catastrofe storica». Le indisposizioni di Nietzsche che leggiamo (accessibili cioè a una lettura sintomale) nel corpo dei suoi testi sono subito le indisposizioni della sua epoca e della nostra – della nostra soprattutto giacché l’ora della leggibilità di Nietzsche è finalmente suonata (p. 158). Così il pessimismo (patico), così il nichilismo. E, d’altra parte, è superfluo affermare che dopo Nietzsche certi ‘casi’ non possono più essere discussi e che, se lo sono, lo sono timidamente (badando al tono con cui si pronunciano certe parole).[10] [11]

Al sistema o alla piramide[11] [12] si sostituiscono il magazzino o, se si preferisce, il labirinto. Giorgio Colli assume l’ipotesi che difetti «in modo estremo [della] capacità deduttiva»: non sa far stare assieme le «rappresentazioni astratte» nel sistema o nella piramide.[12] [13] Derrida cita un frammento del § 231 di Al di là del bene e del male: «… queste verità sono appunto soltanto – le mie verità».[13] [14] La sottolineatura è di Nietzsche. Derrida ne ricava che le verità, per Nietzsche, sono «molteplici variegate, contraddittorie».[14] [15] Dunque «s’instaura il regime epocale delle virgolette per tutti i concetti appartenenti al sistema di questa decidibilità filosofica».[15] [16] Qui (ancora Derrida) il problema dello stile (sprone).[16] [17] Dunque e ‘filologicamente’ si domanda Mati: «Nietzsche crede davvero ai suoi pensieri? … E, se sì, in che misura si tratta di polemica, di sofistica, di ricostruzioni ad hoc per fini immediati, di trucchi estetici?» (pp. 57-58).[17] [18] Non finisce, Nietzsche, come pure afferma in quell’opera fuori della filosofia (Janz), per divenire, e per sua stessa ammissione, un buffone[18] [19] – o un commediante al pari di Wagner?

Ancora un passo e un’altra domanda: ha Nietzsche una filosofia? Nel libro di Susanna Mati leggerete anche ciò che qui, sinora, non avete letto; leggerete del supermuomo, dell’eterno ritorno, della volontà di potenza – «delle formule della ‘metafisica’ nietzschiana» (p. 132); leggerete del perché la progettata Volontà di potenza fallì ecc. (pp. 133 sgg.). «Appare chiaro – scrive Mati più oltre e dalla sua prospettiva laterale – che i ‘concetti di N[ietzsche] sono sempre stratagemmi, mai dogmi o dottrine; al massimo sono dei Sollen, degli stimolanti, pensieri cui lui stesso deve abituarsi…» (p. 150). Simulacri di dottrina nel senso di Klossowski?[19] [20] In tutti i casi, «l’eredità di Nietzsche» – e non dimentichiamo che gli eredi di Nietzsche siamo noi – «è l’incredibilità della filosofia intesa in modo tradizionale» (p. 163)…

… Alla quale non resta, per salvarsi, che l’assenso a una «verità estetica» (p. 164), alla parvenza, o una «sapienza estetica», una sapienza della sensibilità – una pratica di vita che cerchi il «proprio … nella precarietà» (p. 171).

 

Susanna Mati, Friedrich Nietzsche, Feltrinelli, Milano, 2017, pp. 186, € 14,00.

Giudizio: 5/5

 

[1] [21] Susanna Mati, Friedrich Nietzsche, Feltrinelli, Milano, 2017.

[2] [22] Vedi anche p. 19.

[3] [23] Friedrich Nietzsche, Ecce homo, Adelphi, Milano, 1965 e 1981, p. 127, e p. 180 del seguente saggio di Calasso.

[4] [24] Federico Leoni, nel suo Follia come scrittura di mondo, Jaca Book, Milano, 2001, p. 27, nota che il labirinto è sì claustrofobico, minuziosamente claustrofobico, e che nondimeno ha una certa familiarità con il «gesto vivo e libero della danza». Tutta una faccenda che concerne lo spazio e il movimento, ovviamente. Inutile insistere qui sull’importanza della danza per Nietzsche. Nella Nascita della filosofia, Adelphi, Milano, 1975, p. 29, Giorgio Colli ci ricorda che «l’enigma è l’equivalente nella sfera apollinea di quello che il Labirinto è nella sfera dionisiaca». Ma il labirinto è pure il logos.

[5] [25] Si veda Nietzsche, Ecce homo, cit., p. 95.

[6] [26] Pierre Klossowski, Nietzsche, il politeismo e la parodia, Adelphi, Milano 2019, pp. 73 sgg.

[7] [27] A Constantin Georg Naumann (l’editore), il 26 novembre 1888, da Torino: «Egli [E.W. Fritzsch] mi ha attribuito le più vili motivazioni personali per il mio scritto contro Wagner, a me, l’essere più impersonale che forse sia mai esistito».

[8] [28] Nietzsche, Ecce homo, cit. p. 38.

[9] [29] La frase è tratta dal Nietzsche contra Wagner. Si veda Nietzsche, Scritti su Wagner, Adelphi, Milano, 1979, p. 214.

[10] [30] Si veda per esempio Nietzsche, Ecce homo, cit., p. 136.

[11] [31] Giorgio Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi, Milano, 1974, p. 51.

[12] [32] Ivi, p. 18; si vendano anche le pp. 25-26.

[13] [33] Jacques Derrida, Sproni, Adelphi, Milano, 1991, p. 94 (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968 e 1977, p. 142).

[14] [34] Ibid.

[15] [35] Ivi, p. 97.

[16] [36] Nietzsche, Ecce homo, cit., p. 61: «Voglio dire qualcosa sulla mia arte dello stile in generale. Comunicare uno stato, una tensione interna, un pathos, per mezzo dei segni – questo è il senso di ogni stile; e visto che in me la molteplicità degli stati interni è straordinaria, mi ritrovo ad avere molte possibilità di stile». Si veda anche il seguente passaggio di Carlo Sini, Etica della scrittura, Mimemis, Milano-Udine, 2009, p. 25: «La parola patica intramata con l’azione non si preoccupa ad esempio della contraddizione. Tale parola si concentra unicamente sul senso, il quale è intimamente connesso al pathos e ai pathemata (alle ‘passioni’, togliendo però alla parola le nostre connotazioni psicologistiche)».

[17] [37] Fino al gioco che dispiace a Colli (Dopo Nietzsche, cit., p. 33): «Siamo stupefatti di certi suoi entusiasmi e infastiditi da molti suoi attacchi, rivolti gli uni e gli altri a opere e autori minori del suo tempo … Sarebbe stato meglio per lui leggere il ‘Times’ ogni mattina».

[18] [38] Nietzsche, Ecce homo, cit., p. 127.

[19] [39] Si veda Klossowski, Nietzsche il politeismo e la parodia, cit., p. 103. Si veda anche Klossowski, Nietzsche e il circolo vizioso, Adelphi, Milano, 1981, p. 140 e p. 229.