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L’eternità attraverso gli astri di Blanqui

di Lorenzo Leone

«… Blanqui che, alle soglie della morte, riconosce nel Fort du Taureau il suo ultimo carcere e scrive questo libro per aprirsi nuovi varchi fra le sbarre».[1] Il libro è L’éternité par les astres (L’eternità attraverso gli astri),[2] l’opuscolo che Louis-Auguste Blanqui scrive in una cella della prigione nel 1871 (e che uscirà nel 1872); la chiosa è di Walter Benjamin. Chiosa in senso proprio del resto, ché nel résumé (ultimo capitolo del libretto) lo stesso Blanqui è assai esplicito e, a dire il vero, stupefacente: «Quel che scrivo in questo momento in una cella di Fort du Taureau, l’ho già scritto e lo scriverò in eterno, su un tavolo, con una penna, con vestiti e circostanze assolutamente simili» (p. 75); e poco più avanti: «Uomini del secolo XIX, l’ora delle nostre apparizioni è fissata per sempre, e ritorneremo sempre gli stessi, senza altra prospettiva di qualche fortunata variante» (p. 76). Il che dà (o darebbe) l’idea di una situazione disperante e malavventurata – e, certo, anche di una fuga alata e fantastica del vecchio comunardo. È ciò che Benjamin non manca di rilevare: «Al tramonto della sua esistenza [Blanqui] era costretto a riconoscersi sconfitto»;[3] sebbene poi cercasse, con questo libretto, «nuovi varchi fra le sbarre» giustappunto. A prevalere è perciò il pessimismo: «Contropartita della visione del mondo di Blanqui: l’universo è un luogo di perenni catastrofi»;[4] «La visione cosmica del mondo che B[lanqui] vi progetta, riprendendo i dati della scienza della natura meccanicistica propria della società borghese, è una visione infernale».[5]

Eppure, nota giustamente Fabrizio Desideri nella sua postfazione al testo, c’è un lato (esito) felice in questa cosmologia che contraddice, almeno in parte, la lettura geschichtsphilosophisch di Benjamin (p. 88 e pp. 92-93). Infatti, è lo stesso Blanqui a parlare di speranza: «Non dimentichiamo che tutto quel che si sarebbe potuto essere qui, lo si è altrove, da qualche parte» (p. 76, corsivo nel testo). È, come si accennava, l’esito felice delle deviazioni, delle biforcazioni (clinamen) che interrompono la ripetizione (ritorno) o la replicazione del medesimo in un universo che adopera corpi semplici (gli elementi della tavola periodica) e produce tipi o originali, e cioè a dire matrici, conî. Perché la cosmologia di Blanqui, dedotta da Laplace, da quel Laplace che doveva influenzare anche Nietzsche impegnato a fondare scientificamente la sua ‘dottrina’, va presa anche seriamente: e cioè a dire alla lettera. L’universo è anche un multiverso dove destini diversi e divergenti e cogenti coesistono. C’è dunque un Blanqui che si salva…[6]

La cosmologia congetturale di Blanqui, questa cosmologia che a Benjamin «appare insulsa e banale» («a una prima lettura»),[7] il bric-à-brac di un autodidatta, è (sarebbe), soprattutto, «un’unica grande allegoria»[8] della società capitalistica del XIX secolo. La consolazione di sapersi «su miliardi di terre, in compagnia di persone amate» (p. 76), questa eternità dell’uomo attraverso gli astri, è forse malinconica; e forse si accompagna a una buona dose di fatalismo perché con il passato di barbarie abroga l’avvenire progressivo degli sciocchi positivisti; ma se non altro, e va detto, ha il merito di riportare il progresso nell’immanenza (delle scelte): «Quel che chiamiamo progresso è imprigionato su ogni terra, e con lei svanisce» (p. 77).[9] La visionarietà dei mondi paralleli (di sosia e menecmi) ha un ufficio critico.

L’operina ha una sua forza oratoria e un pathos che tracima dai limiti frigidi di una esposizione ‘scientifica’ (e d’altra parte non è un’esposizione scientifica). E qui vale la pena di riportare qualche frase che testimoni di questa esondazione. Ecco: «Due elementi terrestri [idrogeno e ossigeno] illuminano l’universo, come illuminano le strade di Parigi e Londra» (p. 22); «Le cosmogonie secondo cui il mondo è nato solo ieri possono credere che gli astri stiano bruciando le loro prime gocce di olio» (p. 38); «Quanto alla materia caotica, non avrebbe dovuto riapparire nel secolo XIX» (p. 42); «Il nostro possedimento nell’universo sarebbe così iscritto a catasto» (p. 43); «Ogni pollice di terra che calpestiamo ha fatto parte dell’universo intero. Ma è un testimone muto, e non racconta quel che ha visto nell’eternità» (p. 46); «Nelle pagine che seguono, le cifre, il solo linguaggio disponibile, mancano tutte di precisione, o sono vuote di senso» (p. 51); «… l’uomo non ha più titolo degli animali e delle cose ad aspirare all’infinito» (p. 58); «… la fatalità non esiste nell’infinito, che non conosce alternativa e ha un posto per ogni cosa» (p. 60); «Così agisce la materia da quando è tale, ossia da un po’ più di una settimana» (p. 64); «Non ci si indigni contro questi globi che precipitano a miliardi dalla penna» (p. 69).

 

Louis-Auguste Blanqui, L’eternità attraverso gli astri, Se, Milano, 2005, pp. 100, € 18,00.

Giudizio: 5/5

[1] Walter Benjamin, I «passages» di Parigi, in Opere Complete, Einaudi, Torino, 2000, vol. IX, p. 119.

[2] Louis-Auguste Blanqui, L’eternità attraverso gli astri, Se, Milano, 2005.

[3] Benjamin, I «passages» di Parigi, cit., p. 121.

[4] Ibid., p. 119.

[5] Ibid., p. 121.

[6] Nella postfazione leggiamo il seguente stralcio di una lettera che Blanqui indirizza alla sorella: «Con mia grande disperazione, non hai mai voluto prestare attenzione al mio sventurato manoscritto […] Tu non hai mai voluto comprendere che là ho scritto quest’opera per difendermi dal dragone che vedevo minaccioso. Ogni mio rifugi9oo, ogni mia difesa erano in quest’opera» (p. 92). Il manoscritto è quello de L’eternité.

[7] Benjamin, I «passages» di Parigi, cit. p. 120.

[8] Ibid., p. 354.

[9] E «il progresso, quaggiù, è riservato ai nostri nipoti» (p. 76), Benjamin: «In L’éternité par les astres Blanqui non mostra alcun astio contro la fede nel progresso, ma fra le righe la sommerge di scherno. Non è affatto detto che egli sia perciò divenuto infedele al suo credo politico. L’attività di un rivoluzionario di professione, quale fu Blanqui, non presuppone la fede nel progresso, ma solo la ferma risoluzione di abbattere delle ingiustizie presenti» (I «passages» di Parigi, cit, p. 367).


20.10.2020 Commenta Feed Stampa