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Giapponeserie d’autunno di Pierre Loti

di Lorenzo Leone

Ufficiale di marina, viaggiatore o avventuriero attratto dall’esotico e dalla sua ideologia (l’esotismo), scrittore, come Segalen (il tormentato Segalen), come Claude Farrère, membro dell’Académie française dal 1891 (passando sous le nez di Zola), Pierre Loti, al secolo Louis-Marie-Julien Viaud, pubblicò queste sue Japoneries d’automne nel 1889. Seguivano il romanzo Madame Chrysanthème[1] del 1887, primo del ‘ciclo’ giapponese che vedrà ancora un romanzo, La troisième jeunesse de Madame Prune, del 1905. Le Japoneries (Giapponeserie d’autunno) sono tuttavia un récit de voyage in otto capitoli disgiunti e compiuti in sé e legati semmai, in qualche modo, da una continuity umorale e, per così dire, stagionale (l’autunno del titolo).[2]

Si è detto che il Giappone di Loti è un falso e anche un arsenale di stereotipi strabilianti; che il compte rendu, in un’epoca in cui la letteratura sarebbe soprattutto descrizione, è snaturato da schemini e preconcetti, dallo sciovinismo razziale. Forse paradossalmente ciò è meno vero per questi testi ‘anfibi’ che per i romanzi. Certo, per l’autore delle Japoneries i giapponesi sono pur sempre scimmie («io trovo in tutti, e sempre, non so quale stretta rassomiglianza con le scimmie», p. 49);[3] la «razza gialla» non riscuote le sue simpatie. Ma le spiccate idiosincrasie si stemperano di fronte alla grandezza monumentale ed enigmatica del Giappone tradizionale. A Kyoto, nel tempio dei Trentatré Cubiti: «Intorno all’anno mille della nostra era, mentre noi eravamo ai santi naif delle chiese romaniche, il Giappone aveva già artisti capaci di creare questi orrori raffinati e ricercati» (p. 36). Lo sguardo irrequieto che getta sui giapponesi conosce ‘modulazioni’: «Quantomeno i contadini, seppure piccoli, esprimono forza, hanno belle forme, i denti bianchi, gli occhi vivaci. Ma che miseria fisica in questi cittadini di Edo, nei negozianti, negli scrivani che usano l’inchiostro di Cina, negli artigiani che deperiscono di padre in figlio…» (p. 147). Soprattutto il Giappone che detesta cordialmente è quello moderno, «pietosamente grottesco» (p. 143), quello nuovo e ridicolo (p. 185),[4] quello della città, quello che a Edo riunisce il bel mondo per un ballo europeizzato in costume settecentesco,[5] quello che «oggi sprofonda nella grande corrente occidentale, ma che ha un passato meraviglioso» (p. 82), ancora perfettamente inalterato nei templi edificati sotto l’antidiluviana foresta di cedri sul pendio della Montagna Santa di Nikkō, nelle tombe dei samurai, nell’abito straordinario dell’imperatrice guerriera.

È sul terreno dell’arte che un ‘garbato’ raffronto diviene possibile. Quelle dedicate all’arte sacra e monumentale del Giappone sono le pagine più belle di questo libretto ‘ambiguo’. L’arte giapponese è, agli occhi dell’occidentale, indecifrabile ma solo perché non ne possiede la chiave: «Non solo è troppo indietro nel tempo [e addita qui un miscuglio di forme estetiche e formule rituali], ma soprattutto è troppo lontano il periodo nel quale le razze della Terra si sono separate. Lo stesso vale per gli antichi templi di questo paese: li guardiamo senza capire bene, i simboli ci sfuggono. Le differenze delle origini primarie scavano un profondo abisso fra quel Giappone e noi» (p. 21). Più avanti: «Si rimane colpiti nel gustare quest’arte così lontana da noi, dalle origini molto diverse; nulla che derivi … dalle nostre antichità, greca, latina o araba, alle quali attingiamo ogni giorno, senza che ce ne rendiamo conto, le nostre nozioni originarie sulle forme ornamentali. Qui il più piccolo disegno, la più piccola linea, tutto ci è profondamente estraneo» (p. 115). Profonda e incantata incomprensione del ‘decorativismo’ da cui scaturisce un salubre ‘relativismo culturale’.[6]

Quel vecchio e rimpianto Giappone trova il suo ‘epicedio’ nell’ultimo testo (L’impératrice Printemps), in cui Loti racconta il suo incontro con l’imperatrice nei giorni della festa dei crisantemi. Il crisantemo in Giappone non ha nulla di funereo ma il Nostro finisce per sovrapporre il significato europeo a quello primitivo dal momento che per lui, come si è accennato, si tratta di commemorare il vero Giappone; il vero Giappone «che svanisce laggiù, alla curva del sentiero, che entra nella notte delle cose passate, poiché né i costumi né il cerimoniale si vedranno mai più» (p. 184).[7] E così i grandi teli neri che ostacolano la visuale di alcuni sentieri dei giardini imperiali gli paiono già paramenti funebri (p. 171).

C’è un momento davvero comm0vente in questo libretto e non ha nulla di solenne. Loti cammina lungo un sentiero adiacente un torrente, nei dintorni di Nikkō. Le grandi rocce tondeggianti del letto del fiume gli rammentano una mandria di elefanti morti affondata. Incoccia in un bambino di otto anni che porta sulla schiena il fratellino in fasce e gli dà un soldo. Qualche ora più tardi, sulla via del ritorno, il bambino gli si fa incontro con un mazzetto di campanule, in segno di gratitudine. Loti è commosso; rovescia tutta la moneta della sua borsa nella piccola mano aperta. Scrive: «È l’unica testimonianza di affetto e di riconoscenza che mi sia stata data in Giappone dopo sei mesi che lo percorro» (p. 124).

 

Pierre Loti, Giapponeserie d’autunno, trad. it. di Maurizio Gatti, ObarraO, 2019, pp. 185.

 

Giudizio: 4/5

[1] Tradotto da Maurizio Gatti per ObarraO (prefazione di Francesca Scotti, 2014) con il titolo Kiku-san. La moglie giapponese.

[2] Il libro è una raccolta di testi usciti in rivista tra il 1886 e il 1887.

[3] Pierre Loti, Giapponeserie d’autunno, trad. it. di Maurizio Gatti, ObarraO, 2019. Poco prima: «In Giappone il fascino della prima giovinezza, dell’infanzia, è incontestabile. Purtroppo il fiore misterioso dell’inizio della vita appassisce più velocemente che altrove; con il passare degli anni all’improvviso si deteriora, raggrinzisce, tende alla vecchia scimmia» (p. 40).

[4] «C’è di tutto lungo il mio percorso, il vecchio straordinario Giappone e quello nuovo, ridicolo» (pp. 184-185).

[5] «Il fatto è che non sono delle selvagge quelle che hanno travestito, sono donne che appartengono a una civiltà molto più antica della nostra e di grande raffinatezza» (p. 52). Di questo avvenimento mondano, «Un bal à Yeddo» è un documento esatto. Loti non è uno sprovveduto e sa bene di fotografare un momento di passaggio della cultura e della civiltà giapponese. «Tutto ciò forse divertirà anche gli stessi giapponesi quando […] leggeranno cosa fu un ballo al Rokumeikan, decorato di crisantemi, in occasione della nascita di Sua Maestà l’imperatore Matsuhito nell’anno di grazia 1886» (p. 58).

[6] Che perviene a un apprezzamento del contegno del giapponese di fronte all’arte dei suoi luoghi di culto: «Una conservazione di questo tipo è già di per sé uno di quei prodigi giapponesi che sarebbero impossibili da noi, con le folle di gente maleducata e rumorosa» (p. 112).

[7] «Per la prima volta avverto una sorta di vago rimpianto pensando all’imminente e completa sparizione di una civiltà che è stata così raffinata per lunghi secoli» (p. 185).


1.09.2020 Commenta Feed Stampa