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Sputerò sulle vostre tombe di Boris Vian

di Lorenzo Leone

Quando, nel 1950, Boris Vian e il suo editore finiscono sotto processo per oltraggio al buon costume, sia il sostituto procuratore sia Georges Izard (il difensore di Vian) faranno il nome di Charles Baudelaire.[1] Condannato o riabilitato, il poeta di Les Fleurs du mal resta la pietra di paragone, ma pure πέτρα σκανδάλου, di una letteratura legata al male; e d’altra parte «questo elemento del Male è assai manifesto nelle opere di Baudelaire».[2]

Ma che ne è di questo elemento del male (rinuncio all’enfasi della maiuscola) in Vian e innanzitutto nel romanzo del 1946,[3] nel romanzo che gli valse il processo e la condanna? Torno alle parole del sostituto procuratore. In un momento della sua requisitoria afferma (mi si perdonerà la lunghezza della citazione): «Non è poi così difficile scrivere un romanzo noir: è […] una semplice ricetta di cucina […] Prendete un nero, aggiungetevi alcune ragazze in numero variabile, dei gangsters bianchi, trafficanti, magnaccia, un numero ragionevole di poliziotti, Colt, mitragliette e qualche Cadillac. Condite il tutto con qualche scena di stupro, di assassinio, di sadismo, a discrezione. Innaffiate di whisky. Ci vuole whisky, molto whisky. Montate tutto a neve, su un ritmo sincopato. Naturalmente alla fine, togliete il nero e fatelo bruciare, perché il nero deve bruciare, generalmente annaffiato di petrolio, facendolo passare su una sedia elettrica».[4]

Rimarchevole il fatto che in questa formula, in questa ricetta, il sostituto veda lo scandalo, il cattivo esempio, l’oltraggio al buon costume (aux bonnes mœurs) e finanche la cattiva qualità estetica (un noir, «una forma commerciale e inferiore di letteratura»),[5] ma non il male perpetrato dal bianco – non il male del bianco in quel mélange (anche facile) di ingredienti (di misoginia, di sadismo, di sesso, di violenza, di razzismo).[6] In effetti, questa cecità del sostituto che si avvia, con le sue parole, «a prendere posto fra le fila dei procuratori della Repubblica oltremodo illustri che […] hanno fatto condannare Baudelaire»,[7] questa cecità dell’uomo bianco, maschio, cittadino della grande città (per dirla con Deleuze) è anche perspicua. Lo si sarà capito: è proprio questa cecità, questa semicecità che vede solo il bianco e il nero, il bianco-bene e il nero-male, è questa cecità spirituale, assieme al male che ingenera, il tema di Sputerò sulle vostre tombe (quanto distanti da Baudelaire!).

Procederò speditamente. Questo male perpetrato dall’uomo bianco ai danni dell’uomo nero opera una deminutio del nero, della sua salute, della sua forza, della sua superiorità antropologica. Questo male produce quell’umiltà abietta (humilité abjecte) che, instillata nel nero, consente al bianco malriuscito una supremazia altrimenti inverosimile – quell’umiltà odiosa (humilité odieuse) che fa fiorire parole di pietà sulle labbra del nero (vedi p. 74).

Con il male il bianco ha un suo commercio. E d’altra parte è un elemento della sua creatività; e in certa misura è in grado di gestirlo. Ecco allora la lindezza del bianco celare appena, sotto gli abiti alla moda, un corpo ripugnante, cereo, minato nella salute (si pensi al personaggio di Dexter), o il candore delle bobby-soxer tradire nella mise adolescenziale le malizie di una sessualità pandemica, il désordre sexuel.

Il paradosso è rappresentato da Lee Anderson, il protagonista del romanzo, il nero bianco (nègre blanc), il meticcio e il camaleonte, doppiamente capace di commercio con il male perché doppiamente dotato. Dotato anzitutto della natura del nero non conculcato – ne ha la complessione robusta, flessuosa e agile, ne ha l’armonia, la musicalità, ne ha l’erotismo –; e poi della cultura del bianco appagato, della cultura libresca, della cultura affaristica, della cultura di sopraffazione del bianco appagato, levigato, smussato. Non stupisce affatto che Lee Anderson sembri l’unico in grado di ritorcere il male contro il bianco in una vendetta completa.

Boris Vian, Sputerò sulle vostre tombe, trad. it. di Stefano Del Re, Marcos y Marcos, Milano, 1998 e 2005, pp. 189, € 14,00.

Voto: 4/5

[1] Baudelaire venne condannato per oltraggio aux bonnes mœurs nel 1857. La sua riabilitazione giudiziaria, assai tardiva, è del 1949. Il processo a Vian per oltraggio aux bonnes mœurs è, lo si è detto, del 1950. Ovvio dunque che il procuratore e il difensore facessero il nome di Baudelaire.

[2] Georges Bataille, La littérature et le mal, Gallimard, Paris, 1957, p. 28.

[3] Boris Vian, Sputerò sulle vostre tombe, trad. it. di Stefano Del Re, Marcos y Marcos, Milano, 1998 e 2005. Il processo del 1950 censura sia J’irai cracher sur vos tombes sia Les morts ont tous la même peau, romanzo del 1947. Per entrambi i romanzi Vian ricorre allo pseudonimo di Vernon Sullivan.

[4] Cit. in Martine Poulain, ‘Le procès du roman noir J’irai cracher sur vos Tombes de Boris Vian’, in Incontournable morale: colloque international de Besançon, 9-10 octobre 1997, a cura di Annie Stora-Lamarre, Presses Univ. Franche-Comté, 1998, pp. 73, trad. mia.

[5] Ibid. Ma il medesimo Vian definiva il proprio romanzo un canular, un imbroglio, un pastrocchio che attiene più al divertissement che alla letteratura.

[6] Si è detto – lo ha scritto Noël Arnaud nel suo Les vies parallèles de Boris Vian – che J’irai cracher sur vos tombes le rivendicazioni antirazziste affogano nella sessualità. Eppure è in questo impasto che il male diviene assai manifesto – nell’impasto della πέτρα σκανδάλου.

[7] Cit. in M. Poulain, ‘Le procès du roman…’, cit. p. 72.


9.08.2020 Commenta Feed Stampa