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Abbronzati a sinistra di Elio Paoloni

di Lorenzo Leone

Un romanzo? Forse un reportage o, meglio, un diario di viaggio in cui si avverte però l’incongruenza di una stesura ex post, poiché l’autore, proprio lui, dichiara di non aver scritto una sola riga lungo il cammino verso Santiago di Compostela; e tuttavia non un semplice resoconto, disseminato com’è di cognizioni di varia cultura (o natura?), di materia meditatoria.

Torno un momento alla domanda di apertura: un romanzo? Scelta editoriale. Eppure, non senza affettata ingenuità, potremmo domandarci quale contatto (nesso) vi sia tra il romanzo (il simulacro, la finzione) e il resoconto, la relazione, la trattazione. Affermare che anche il resoconto più obiettivo, la confessione più sincera (confessio intima), affermare che contengono ingredienti o gradienti di finzione non basta; direi invece che l’ambizione di chi scrive, talvolta persino quando si propone di intrattenere, di suonare la cetra, è (quella) di compiere un ‘giro d’orizzonte’. Proposito etico e di tanto in tanto parenetico in cui può riuscire o può fallire, o riuscire e fallire parzialmente. Giro d’orizzonte tutt’al più in votis. Non si negherà una simile ambizione al libro di Elio Paoloni.

La narrazione, per ovvio, segue un suo cammino obbligato, scandito dalle tappe, dai nomi delle località (da Leon a Santiago), dalle caratterizzazioni geografiche, orografiche. A percorrerlo, in quell’unica possibile direzione, quattro personaggi bastantemente caratterizzati, quattro tipi nervosi e spirituali (razzi viventi), uno dei quali è l’io narrante. Ma a levarsi, forse perché scrittura ex post, è soprattutto la voce narrante che sembra parlare per tutti e, prima di tutto e generalmente, per sé, con quella sua enfasi che è (sempre apprezzabile) belligeranza di faccia alla vita. E questa voce, a dispetto del proclamato pencolìo (o forse in virtù di esso) tra scepsi (σκέψις, sképsis, ricerca, dubbio) e fede (p. 64), ci restituisce un mondo (κóσμoς) sotto un cielo (oὐρανóς) chiuso. Si può tentare qui il ‘gioco’ (che è scoperta) delle influenze, delle alleanze.

Intanto Maritain, il suo thomisme vivant, la sua legge (naturale) eterna e partecipata dall’uomo storico. Immancabilmente, all’inizio, il pregiudizio metafisico-teoretico-pretesco: «Non potrei certo dire – nessun essere umano sano di mente potrebbe dirlo seriamente – di non credere in un creatore o motore, o ordinatore» (p. 129). Ciò detto, «siamo in un campo immateriale, spirituale, affettivo» ed anche «in un campo morale, in una dimensione etica» dove non sarà il cosiddetto caso a «farci scontare ogni orgoglio, ogni hybris, ogni dannata presunzione» (p. 164). Ontologicamente piombata, la legge naturale è accessibile all’uomo, nel suo cammino (storico), anzitutto a livello precategoriale, affettivo, mentre le aberrazioni o perturbazioni restano il frutto di una positivizzazione estrema, nichilista, relativista. Attento ai ‘segni’, al sentire e ai sentimenti è il nostro narratore, perché «ciò che sperimenti, ciò che ti pervade come sensazione, è vero […] e adesso io questa legge la percepisco, la sento» (pp. 164-165).

E in attesa di segni. In un punto del suo tragitto, lo sorprendiamo sopraffatto dalla stanchezza: «La stanchezza svolge la funzione della meditazione trascendentale: mi guardo le mani, ogni poro, ogni minuscolo solco, e mi sembrano così tenere, vulnerabili, miracolosamente uniche. Poi lo sguardo resta sbarrato sulla superficie che si è ritrovato di fronte, la scorza del tronco di castagno, fitta di ghirigori dove gli occhi affondano ghiotti e meravigliati tra le miriadi di minuscole volute ognuna diversa dalle altre» (p. 82). Da un canto l’immobilità attenta e devota, dall’altro la presenza di Dio nella bellezza del creato, come scrive Simone Weil. (E nell’amore per il prossimo, che è argomento non trascurato del nostro libro).

Di qui (ancora) l’adesione alle ‘forme’ della devozione, delle pratiche religiose, l’attaccamento alle rappresentazioni sacre: «severi santi di cartapesta sotto campana di vetro, stampe incorniciate, santini, lumini, sangue, spine, cuori trafitti» (p. 118): forme dell’amore implicito di Dio (Weil).

Di qui (però, anche) certo sbragare nell’invettiva misoneista, arroccata, certi uzzoli, certi estri, solo fiaccamente contraddetti da un leggero tono autocanzonatorio o dalle formule di incredulità (che vanno a braccetto con le formule di fede) un tantino esibite.

Lingua media, un periodare esatto e agile. Nuocciono gli abbondanti refusi.

Elio Paoloni, Abbronzati a sinistra, Melville Edizioni, 2019, pp. 198, 18,50 €.

Giudizio: 3/5


3.06.2020 Commenta Feed Stampa