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L’imitazion del vero di Ezio Sinigaglia

[1]Dirà così, abbastanza provocatoriamente il recensore di questo libro, che per comprendere L’imitazion del vero di Ezio Sinigaglia occorre aver letto il Sofista di Platone. Dirà così, e subito revocherà il ‘detto’ – lo ha fatto – per non scoraggiare il lettore. Il quale, perciò, comprensibilissimo e godibilissimo troverà questo romanzo o lungo racconto o lunga novella di cento pagine (TerraRossa, 2020). E già dalla prosa – lingua, stile –, che si fa apprezzare per quella patinatura parfumée d’archaïsme, non priva di cultismi lessicali, sequenze rema-tema, modalità elative ecc. ecc. Esornativa? Exquise; e, oltrediché intellegibilissima, salvo forse per gli acerbi lettori di cose letterarie, e lastra sensibile sulla quale viene a riflettersi la storia (fabula) pepata o piccante di Mastro Landone e del suo garzone a nome Nerino. Se è vero, come pare, che negli scritti erotici assai si dice e per il piacere di narrare e in obbedienza al genere epidittico, qui è soprattutto il primo, e cioè il piacere di narrare, a prevalere. Di qui il gusto fantasioso e fastoso per quella che Lausberg chiamava la «permixta apertis allegoria», la quale non si contenta di segnali e ricorre alla similitudo. Basterà un passaggio: «Né com’una botte quest’organo ove l’amor si raccoglie immaginare dobbiamo […] bensì com’un di quegli otri ove l’acqua pel viaggio si serba, i quali quando son vuoti, pendono rugosi e rinsecchiti […] ma, come dentro a versarvi l’acqua si piglia, la pelle donde son fatti tosto s’alliscia e si tende» ecc. (p. 82).

Ora, il recensore, che all’inizio di questa recensione ha forse velleitariamente convocato Platone e il suo Sofista, si trova nell’imbarazzo di doverne argomentare il perché. Un primo tragitto mentale, consueto, domestico, ci fa riandare dall’eros (ἔρως) alla paideia (παιδεία) – all’educazione, formazione del giovane da parte dell’uomo maturo. Nerino è, in effetti, il garzone di Mastro Landone, genio, creatore, artifex (τεχνίτης) di congegni lignei e meccanici; e allievo di sicuro talento («L’ingegno e il talento di Nerino erano, ancorché naturalmente acerbi, tuttavia luminosi, ed alla sua sete d’apprendere, che gli scintillava nei carboni degli occhi, corrispondeva al di là di questi un cervellino ch’era un portento del Creato», p. 47). Ma se la paideia è possibile è perché, sin dal primo istante del loro incontro, Nerino ha acceso il desiderio (eros) in Mastro Landone («Andò Mastro Landone ad aprire: e, sulla soglia, impietrito rimase come colui che la folgore subitamente trapassa. S’era essa folgore, nel precipitar ch’aveva fatto dal cielo, nelle membra d’un fanciullo incarnata, donde giammai non aveva Mastro Landone veduta bellezza eguale», p. 9). È la bellezza, dunque e per ovvio, a suscitare il desiderio, la Sehnsucht. Prevedibile consustanzialità di bellezza e verità – verità che nella sua forma aggettivale compare sin dal titolo – che fa della via erotica la via della conoscenza.

Ma quella di Sinigaglia è intelligenza mistificatrice, esigente, ammaliante. Il patrimonio cui attinge è, un po’ come la sua prosa, ‘falsificato’. Intanto, di quale verità si tratta in questa imitazione? La prima risposta, non a caso quasi banale, è che questa verità è la lingua desueta – ciò che che Ezio Sinigaglia ha mefistofelicamente confermato. La seconda è più importante: imitatore è anzitutto Mastro Landone che plasma il legno come materia informe (ὕλη, la materia da Aristotele in poi, ma anche il legno originariamente) per trarne oggetti, macchine, dispositivi prodigiosi. E sin qui si tratta di idee tecniche, geometriche, matematiche. Ma questa produzione è un ‘imbroglio’. Le macchine di Mastro Landone sono oggetti impossibili, sono lanterne magiche, ‘fonografi’, dispositivi ergonomici che spiazzano le esperienze percettive. Dove il gioco imitativo si fa (mostra, svela) affatto ambiguo è nella progettazione e realizzazione della botte (di cui il lettore leggerà con dilettazione). Ecco il passaggio: «Non può certo maravigliar ch’un artefice espertissimo qual Mastro Landone era, e che d’imitar la Natura cogli artifici suoi supremo talento aveva, anche il talento contrario avesse, d’imitar colle naturali membra d’un artificial organismo gl’immaginari moti» (p. 27). Natura e artefacta (mirabilia) non sono più distinguibili. Ciò che getta su Mastro Landone, ma pure su Nerino allorché scopre l’inganno, e cioè il «vero» (p. 38), il sospetto dell’impostura, dell’immoralità, dell’eresia – e di una vitalità stravagante e impudica. (La botte di Nerino, d’altra parte, richiama quella di Diogene il cinico – di quel Diogene che si masturba per la strada, di quel Diogene che cerca l’uomo: e cioè l’uomo che sa vivere di poco. Quel poco, che è il bisogno naturale a imporre, quel bisogno condannato dagli spregiatori del corpo, spaventa e non spaventa, a un tempo, Nerino; sicché nel momento in cui finge trovandosi nella «necessità di piangere per l’imitazion del vero» ritrova «nella natural commozione sostegno», p. 72, corsivo mio).

Il sofista, lo sappiamo, appartiene alla schiatta degli incantatori (θαυματοποιῶν). Ora nell’arte mimetica, dice Platone (Soph., 235d) è possibile ravvisare una distinzione. Da un lato, infatti, è possibile copiare fedelmente il modello (235d, 7 sg.), dall’altro (236a, 4 sg.), senza tenere conto della verità, produrre immagini, simulacri (εἴδωλα). Ebbene, se torniamo un momento alla consustanzialità di bellezza e verità (e al nesso di eros e paideia), emerge qui il problema di separare il vero dal falso imitatore – il vero  dal falso pretendente. Si distinguerà non solo la copia dal simulacro ma anche il vero imitatore, che sa, da quello falso, che non sa (267d). (È obbligatorio qui tralasciare il ruolo della figuratività nella filosofia greca e il nodo gnoseologico).

Si sarà già indovinato il terzo interrogativo: a quale schiatta appartiene Mastro Landone (dunque, di nuovo, di quale verità…)? Fra i momenti più seducenti della vicenda c’è la fabbricazione di un automa, di un Nerino artificiale «simile in tutto al suo carnal modello» e capace di imitare perfettamente «i gesti del fanciullo» ecc. (p. 96; ma qui si veda Soph., 235d 7 sg.). Eppure questo automa non è privo di difetti e del vero Nerino resta un grottesco simulacro (εἴδωλον, anzi φάντασμα). Ma Mastro Landone ne è perfettamente consapevole – e perfettamente consapevole di ingannarsi nella sua eroica eresia. Si lascerà al lettore de L’imitazion del vero di trovare la risposta a questo terzo interrogativo – e di capire se sia in qualche modo davvero indispensabile.

Ezio Sinigaglia, L’imitazion del vero, TerraRossa, 2020, pp. 102, 14,00 €.

Giudizio: 5/5