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Tradimento (ritorno in Sudafrica) di Adriaan van Dis

tradimento [1]Per il viaggio nel viaggio. Il viaggio della memoria”.

Come se seguissi un percorso razionale, benché sappia bene che le mie letture sono soggette a deviazioni e svolte brusche, ritrovo in “Tradimento [1]” di Adriaan van Dis il viaggio come ritorno [2] e riappropriazione dei ricordi. Il romanzo è in grado di dare una visione ampia del Sudafrica a partire dai problemi devastanti che spingono le persone a fuggire fino alla bellezza dei luoghi, ai suoni dell’afrikaans: “I nostri pescatori vivono una vita arcaica tonda e levigata. Parlano uno splendido afrikaans, raccattano le parole nelle loro reti, anche se leggono e scrivono poco o niente. Le loro parole, però non sono adatte ai tempi nuovi. La loro lingua è contaminata. […] Il nuovo Sudafrica era un morso nel polpaccio, si nascondeva dietro muri insuperabili (le comunità protette da vigilanza privata dei bianchi n.d.r.), sprofondava a cercare conchiglie proibite (la pesca di frodo che mantiene in  vita le comunità di pescatori n.d.r.), si prostituiva e sniffava tik (cristalli di metanfetamina n.d.r.)”.

Mulder ritorna in Sudafrica per andare a caccia di ricordi perduti. Parigi, dove vive, è stata la patria dei rifugiati e il centro del movimento di resistenza. Adriaan van Dis oltre a rappresentare la realtà ferita due volte del paese, prima e dopo l’apartheid, comunica anche il senso di speranza e spavalderia della giovinezza: “Erano esaltati alla caccia di grandi complotti. Era possibile vivere in due, tre paesi anche senza essere ricco, e in più culture. Tra il velluto e la carta vetrata. Lo scenario determinava il luogo. Se non si sapeva bene chi si era, si doveva poter essere di tanto in tanto qualcun altro”.

La tempesta e l’acqua ingrossata dell’oceano ridisegnano i confini del villaggio di pescatori in cui è ambientato il romanzo. Donald (l’amico che da tempo vive in Sudafrica legato da sentimenti profondi e laceranti a quella terra) e Mulder (l’olandese della resistenza, l’amico degli anni di Parigi) si ritroveranno sotto lo stesso tetto. E con loro Hendrik, il ragazzo annullato dal tik. L’autore modella un semplice gioco di specchi; la ricerca della memoria passa attraverso altre giovinezze: “Non era Hendrik che vedeva, vedeva un altro ragazzo: si librava sulla propria giovinezza come un satellite attraverso il tempo, e incontrava se stesso, cocciuto. Una sagoma nera contro la luce”. Viviamo o abbiamo vissuto anni che nel tempo diventano paesaggi sfumati in una nebbia magica (e spesso molto comoda quanto ad autoindulgenza); van Dis ha scritto un romanzo essenziale e diretto, con uno stile in grado di tenere perfettamente il ritmo con salti temporali di anni: la narrazione è un lento crescendo, opera memorabile, anche se non siete mai stati a Stellenbosch [3]: “Nella sua vita c’erano parecchie cose che aveva del tutto rimosso e altre che aveva gonfiato, rimpicciolito o ingrandito, ma in questo viaggio le proporzioni reali tornavano a farsi valere e venivano alla luce più semi di sofferenza di quanti non si fosse aspettato…”.

Adriaan van Dis, “Tradimento (ritorno in Sudafrica)” (ed. or. 2010), pp. 275, 16 €, Iperborea, 2013.

Giudizio: 4/5.