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Sedetevi davanti al pc, aprite il browser, digitate www.italia.it [1], e guardate con pazienza lo spettacolo.
Sia il browser Internet Explorer, Mozilla Firefox, Opera o Safari, il risultato sarà lo stesso. Cioè, nulla. Una pagina bianca vi terrà compagnia, fino al messaggio finale la pagina richiesta non è stata trovata.

pagina di caricamento di Italia.it

Italia.it, il sito più costoso della storia, 45 milioni di euro stanziati nel 2004 dall’allora Ministro per l’Innovazione e la Tecnologia Lucio Stanca, chiude [2] i battenti e sparisce silenziosamente. Uno sperpero di rara portata, per un sito carico di bug e malfunzionamenti fin dal primo giorno, con uno dei loghi più brutti e costosi (100.000 euro) che la grafica abbia mai visto. Una storia vecchia, fatta di proteste alla Presidenza del Consiglio [3] e siti di contestazione, finisce.

L’annuncio di resa è arrivato tempo fa [4], ed eccoci all’addio, nonostante le speranze della redazione [5]. Sembra prenderti in giro la cache di Google, ancora lì a segnalarne la presenza.

Il sito sparisce, ma le domande restano. Perché tanti soldi per un portale? Perché un logo così caro? E soprattutto, come dice giustamente Gennaro Carotenuto [6], quando si accorgeranno che non sono i soldi, ma la qualità a contare nel mondo del web? E’ l’open source, il futuro. Il fallimento di questo sito ne è la dimostrazione.

Italia.it doveva essere il sito di riferimento per turisti stranieri. E ora, con quella pagina bianca, con quell’inutile caricamento a vuoto, ha un sapore tutto particolare, quasi a rappresentare un segnale di resa.
E se chiudessimo l’Italia?