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Come Dio comanda (un’apologia)

AmmanitiCome Dio comanda mi ha stupito per alcuni motivi.
Provo a elencarli, in ordine sparso e del tutto non-organico: non sono un critico, prendete quelle che seguono come le impressioni di un lettore qualunque.

Dunque. Primo: era tanto che non mi capitava di non vedere l’ora, letteralmente, di riaprire il libro per continuare la lettura. Questo mi è successo con Come Dio comanda dalla prima all’ultima pagina. Ed è il miglior complimento che si possa fare a un romanzo, mi pare.

Secondo: Niccolò Ammaniti parla di un mondo raccontato, con apocalittica angoscia e senso di estraneamento, da Aldo Nove (e da molti altri: ma Aldo Nove fa al mio scopo): cioè parla della ricca provincia del nord-Italia, di luoghi (apparentemente) privi di storia, fatti di (impersonali) strade tangenziali, di (impersonali) capannoni, di (impersonali e cannibaleschi) shopping center che sorgono come cattedrali nel deserto a intervallare i capannoni e le tangenziali; e parla della gente che il ricco nord-est lo abita: perlopiù persone incolte, grette e intristite dalla nebbia e dal logorìo della vita moderna.

Ho citato Aldo Nove perché Aldo Nove fa una cosa che a me piace (piacque) molto, ma che per certi versi mi ha stancato, forse perché nichilista e il nichilismo, notoriamente, è amato soprattutto dagli adolescenti e io non sono più adolescente: di fronte a capannoni tangenziali shopping center eccetera, Aldo Nove si mette in una condizione di impotenza, rinuncia a raccontarci la gente e intensifica il racconto di sé e del suo disagio.
Un po’ come fa Foster Wallace, che, troppo occupato a raccontarci del suo spleen da ipersensibile, si dimentica di buttare uno sguardo all’Altro (il quale Altro, magari, la vita moderna se la gode pure, tutto sommato).

Invece Ammaniti fa altro: in Come Dio comanda i capannoni le tangenziali e gli shopping center continuano a essere quei simboli di perdizione della modernità, ma Ammaniti guarda al di là e decide di parlarci sul serio della gente che lì ci vive. E la gente che lì ci vive, evidentemente, non è tutta Zombie Alienati Che Corrono Appresso All’Ultimo Modello Di Cellulare: gli abitanti del nord-est, come tutti gli esseri umani, provano sentimenti, desideri, dolori, hanno psicologie complesse o imbecilli, hanno avuto un’infanzia, hanno subìto traumi, si innamorano, piangono, e insomma fanno un sacco di cose che numerosi scrittori hanno deciso di nasconderci, per narrarci invece quanto è dura e profonda la loro percezione dell’alienante anno 2007.

In Come Dio comanda, dunque, ci sono teen-agers un po’ puttanelle che però in fin dei conti non sono tanto felici di essere teen-agers puttanelle e che invece subiscono l’immagine che si sono cucite addosso, pur di stare in un gruppo e acquisire identità; e ci sono assistenti sociali pieni di problemi che si affezionano ai loro assistiti; e ci sono nazisti che alla fine uno fa quasi il tifo per loro, perché sono talmente imbranati e inconsapevoli e teneri e per nulla minacciosi e in fondo buoni che qualunque lettore (e si consideri che sono ebreo) non può non fare il tifo per loro (l’estremismo come scelta in definitiva anarchica e apolitica di rifiuto per tutto); e ci sono storie d’amore di un comico pazzesco, e storie di pazzìa narrate come solo il figlio di uno psichiatra poteva fare; e c’è un sacco d’altra roba.
Il risultato è che ti affezioni a tutti i personaggi e non vedi l’ora di sapere dove cavolo andranno (andrà Niccolò Ammaniti) a parare alla prossima pagina.

Terzo: in realtà il giudizio di Ammaniti su questa cazzo di modernità c’è, ma è molto lieve. E’ una frase. Precisamente, questa (pag. 137):

“Potevi trovare tutto ciò che desideravi: lo sportello bancario del Monte dei Paschi, punti vendita Vodafone e Tim, un ufficio postale, la nursery, i magazzini di vestiti e scarpe, tre parrucchieri, quattro pizzerie, una vineria, un ristorante cinese, un pub irlandese, una sala giochi, un negozio di animali, una palestra, un centro analisi mediche e un solarium. Mancava solo una libreria.”

Ma è l’unico punto (mi pare) in cui N.A. si lascia andare alla critica (snob) di tangenziali capannoni & co. Per il resto, è tutto un partecipare delle pazzesche vicende della banda di matti che sono i protagonisti del libro.

Quarto: i protagonisti dei libri di Ammaniti sono spesso bambini o adolescenti, e anche qui il personaggio principale (nonostante Come Dio comanda, romanzo assolutamente corale, non abbia un vero e proprio protagonista) è un adolescente.
Ammaniti ci parla spesso di adolescenti per un semplice motivo: che è davvero bravo a farlo. Cristiano Zena, questo ragazzino che invece di deprimersi a causa delle (innumerevoli: è una specie di Giobbe in età prepuberale) avversità della vita, reagisce e lotta per (grazie a) l’amore per un padre assurdo, è un personaggio vivissimo, commovente, pieno di pensieri e di emozioni – nonostante i capannoni e le tangenziali e gli shopping center. Chapeaux: assieme a suo padre, è il personaggio più riuscito e umano del libro.

Quinto: (quasi) una critica. Come già mi era capitato di notare negli altri libri di Ammaniti, l’autore non ha alcun intento pedagogico. Cioè: non vuole spiegare, nè tantomento imporre, un senso, una visione delle cose e della vita. Lui racconta, e poi sta al lettore giudicare (e anche codificare: Come Dio comanda è un gran libro e molte scelte, nella trama, non sono casuali, ma dettate da una riflessione, se non filosofica, quantomeno assolutamente ragionata).

Però, ecco, se proprio devo trovare un neo a questo romanzo, è la sensazione che in fin dei conti, dopo l’impetuoso scorrere della narrazione, dopo che è successo di tutto e dopo che ogni paragrafo è stato cucito di fino in quanto tassello di un mosaico che davvero mi vien da definire – in sé – perfetto, manchi quella nota che giustifichi, almeno un po’, le scelte dello scrittore e quanto succede nella trama.
Insomma, una specie di teoria che mi suggerisca che tutto ciò che avviene in Come Dio comanda non sia gratuito. Ecco.
So che è una strana necessità di lettore…
Anche se a ben pensarci, poi, tutto scorre in modo talmente armonioso, in questo romanzo, che anche l’assenza di un significato esplicito deve essere una scelta del grande (e consapevolissimo) narratore Ammaniti.