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di Riccardo Sapia

MOTHER

 

REPORT

Ogni qual volta che, lungo il corso della vita, si attraversano brutti momenti sembra di avere raggiunto il “fondo”. Purtroppo, il più delle volte, non è così!

La flebile luce che penetrava dalle tapparelle la illuminava a stento, risaltandone le forme che l’hanno sempre caratterizzata: il profilo del naso un po’ “a patata”, le dita delle mani, ossute, ben disegnate, trasfigurate dalle camole del tempo. Ciò che riempiva la stanza, conferendole un senso di oppressione, era il suo respiro, un respiro rumoroso, affannoso, un respiro che aveva tutta l’aria di essere l’ultimo, respiro. Avrei voluto dirle tante cose, quanto l’amavo, quanto mi fosse stata necessaria in certi momenti della vita. Quanto adoravo il profumo del suo viso, la sera, quelle poche volte in cui riuscivo a varcare la soglia della loro camera da letto e, come un ladruncolo, a infilarmi sotto le lenzuola, per starle vicino. Erano momenti che contenevano il senso pieno della mia esistenza. Il resto era ignoto, buio, come buia, del resto, era la notte da cui scappavo per farmi risucchiare da un sonno mendicato.

Adesso, vederla lì, in quello stato, mi separa da lei per sempre e per digerire ciò frappongo i miei figli, fra lei e me. Quasi a voler consegnare a loro questo distacco obbligato, e condividerne il dolore. La sento ansimare e mi domando perché non muoia. Elaboro la sua assenza, il vuoto lasciato da una madre, un vuoto che non puoi e non devi colmare, lo devi abitare, avvertendo, persino, l’eco del più piccolo rumore, come in una stanza svuotata.

 

MEMORIES

Tento di recuperare quanti più ricordi possibile, e mi rendo conto che avrei bisogno di parlarti, di sapere, di fermare dettagli di una vita che passa sempre troppo in fretta. Vorrei chiederti se c’è qualcosa di cui ti rammarichi, qualche atto mancato, un amore non corrisposto. Come quell’estate in cui mi accorsi quanto contasse per te l’amico Andrea. Sono momenti che, quando si è adolescenti, non si mettono a fuoco mai abbastanza. Percepivo qualcosa d’importante che non mi era concesso sapere, ma ne subivo l’onta, la pesantezza, l’angoscia di papà col viso rigato dalle lacrime. Vedere un padre piangere è una tragedia, è una rivoluzione interiore, è destabilizzante, è un capovolgimento dei ruoli imposti da una vita borghese di merda! Tu mi apparivi grande, enorme, un freddo macigno su cui non potevo fare affidamento.

Tutto sfumò insieme a quell’estate afosa, bagnata da un mare cui non si doveva rinunziare mai, per nessuna ragione al mondo. La vita riprendeva in città con la solita routine, con i soliti ruoli, con te che occupavi il tuo posto di moglie, di madre, di figlia, di sorella, esercitati sino allo sfinimento, accusando i colpi che la vita, purtroppo, non ti ha mai risparmiato. Ogni ruga sul tuo volto è un colpo inferto alla tua tranquillità. Il tuo viso è un inventario di insulti cui sei stata predestinata. La guerra, un padre dolcissimo ma, al contempo, collerico e violento. Gli stenti, le privazioni, il trasferimento obbligato in Sicilia: la vostra ultima spiaggia, l’ultima occasione per voi sorelle per ricominciare, per proseguire il percorso faticoso della vostra esistenza. Forte di una forza dettata da una fede congenita e, più probabilmente, da un’eredità che ci ha visto affrontare e superare periodi di ben più gravosi ostacoli, ti sei ambientata, ti sei creata il tuo spazio vitale. Hai conosciuto papà e con lui hai deciso di condividere il resto della tua vita. Nel frattempo i colpi hanno lasciato le loro tracce irreversibili, corrodendoti e sprofondandoti nella depressione che, con alti e bassi, non ti ha più abbandonato.

 

REGRETS, GRUDGES AND THE FINAL COMPENSATIONS

Ora, mentre scrivo queste righe, davanti a queste onde che s’infrangono rumorosamente sulla riva, lasciando nell’aria un fresco pulviscolo di acqua di mare, mi è arrivata la notizia che sei stata trasferita in reparto, stanza 808. La qual cosa mi ha rallegrato così come il numero, tondo, pieno e rassicurante. Ti immagino lì, nella stanza, sul letto, nel letto, sotto le lenzuola bianche, la tua piccola testa, più piccola di quanto non sia effettivamente, dispersa e persa in tutto questo biancore.

Ci sono ancora tante, troppe, cose che desidero sapere. Voglio chiederti di tua madre di cui conservo uno tra i più bei ricordi della mia infanzia. Una persona che nutriva nei miei confronti un grande affetto, assolutamente ricambiato. Voglio sapere cosa ricordi di lei nella tua infanzia, cosa serbi di lei nel tuo cuore malandato.

Voglio, anche, chiederti scusa per alcune cose che ti hanno arrecato dolore. Per esempio, la volta in cui io e Michi abbiamo preso il treno, a vostra insaputa, per andare chissà dove. Ci avete cercato in lungo e in largo per tutta la città, e noi, stupidi e ignari siamo tornati a casa la sera, inconsapevoli di quello che avevamo combinato. O la volta che, tornando a casa sei incappata in un incidente: una moto identica alla mia e il cui conducente, peraltro mio amico trasportato d’urgenza in ospedale. Anche in quel caso, non avevate idea di dove fossi, e lì la paura, mi hanno riferito, ti ha fatto perdere i sensi.

Allo stesso modo, vorrei farti notare le volte in cui sei stata tu ad assumere un atteggiamento che mi fece molto male. Quando, per esempio, ti sei trincerata dietro una stupida, illogica, presuntuosa certezza: la certezza di avere sempre ragione, quella certezza che ti ha reso complice della nostra incompresa sofferenza. La tua presunzione rappresenta una porta chiusa sulla tua presunta santità. Non sono più disposto a tollerare tutto ciò, adesso non ho più spazio per questo tipo di dolore. Adesso mi oppongo, oppongo la tua, la vostra, totale dipendenza dalla nostra efficienza, alla vostra pretesa di dire, stabilire, ciò che per noi non è nient’altro che la legge della sopravvivenza. È necessario essere umili, non di un’umiltà d’occasione, è necessario essere umili riconoscendo i propri limiti, i limiti dell’uomo: bisogna dubitare e, perché no, manifestare il piacere di dire “non lo so!”, “non lo ricordo!”, “pensaci tu!”. Adesso è necessario ammettere il bisogno degli altri, quanto il vostro benessere dipenda da noi, dalla nostra disponibilità, in una parola, dal nostro amore.

Tutto ciò è motivo di malessere, di in-sofferenza, soprattutto con papà. Lui che con le sue certezze ci ha saputo “equipaggiare” dell’unica certezza di cui siamo in possesso: la certezza dell’incertezza. E di questo, comunque e col segno di poi, gli sarò sempre grato. Ma è arrivato il momento di abbassare le ali, arrendersi, consegnare le armi, riconoscere i propri limiti e lasciarsi, infine, guidare. Tutto sarebbe molto più semplice.

Tu, intanto, prosegui il tuo percorso riabilitativo. Disintossicata dai farmaci, “decidi” di ancorarti al letto da cui non riemergi più se non con il nostro aiuto e con un conseguente immane sforzo fisico. Appagata dalla nostra costante presenza, ritieni superfluo dedicarti alle attività che gli altri svolgono in vece tua. E a te non rimane che rintanarti tra le tue lenzuola, ultimo rifugio e anticamera del tuo “prossimo” viaggio, se non altro per recuperare il necessario distacco da tutti.

Se mai, cara madre, il mio oggi dovesse rappresentare un debito, un risarcimento nei tuoi, nei vostri confronti, di tutto ciò che avete fatto voi per noi, tutto questo sarebbe troppo da sopportare. Non ho messo al mondo i miei figli per garantirmi la vecchiaia. L’ho fatto per consegnarli al mondo, perché è a esso che appartengono. Li ho amati e li amo senza clausola di restituzione. Aborrisco alla sola idea di immaginarli in un futuro intrappolati nei nostri “bisogni fisiologici”.

Che senso avrebbe avuto vivere?


7.01.2023 Commenta Feed Stampa