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Tutto finisce con me di Gabriele Esposito 

di Riccardo Sapia

In epigrafe al libro troviamo un estratto da Al culmine della disperazione di E. Cioran in cui l’autore fa una distinzione tra la solitudine che troviamo dentro di noi e quella che avvertiamo nel mondo, al di fuori di noi, e si domanda quale delle due possa essere la peggiore. Domanda che non attende risposta perché la chiosa di Cioran è quanto di più eloquente possa esistere: la solitudine, in quanto tale, è comunque e in ogni caso «già abbastanza».

L’io narratore di Tutto finisce con me impiega un po’ ad avvertire e a comprenderne il livello e la qualità della sua solitudine. Ci arriva dopo mille tapis roulant, dopo altrettante flessioni, dopo aver partecipato a svariati convegni e/o riunioni, cercando, in ogni occasione, di esporre e porre sempre il proprio ego su di un piedistallo, una postazione di controllo, quindi, ma anche di comando sugli altri. Ma non è un percorso indolore, quello che sta intraprendendo il protagonista. Si viaggia sull’onda dell’adrenalina, e prima o poi anche lei non basta più, arriva il momento in cui scoppi, il momento in cui il cervello non riesce più a mantenere il livello di lucidità e, soprattutto, di efficienza, quell’efficienza che ha rincorso tutta la vita.

Questo è quello che è accaduto, in maniera silente e inconsapevole al nostro protagonista. Senza l’ombra dell’indizio o di avvisaglie, si ritrova improvvisamente in un mondo parallelo, “sguarnito” di tutto il resto dell’umanità. Il suo è un trauma di rottura. Una dimidiazione dell’io. Adesso è un uomo spaccato in due. Già dal secondo capitolo il protagonista inizia infatti un percorso doppio, su due binari paralleli, dove i due Io, reciprocamente ignari l’uno dell’altro, percorrono contemporaneamente la propria strada. E anche questa, ovviamente, non è una scoperta semplice:

Ho chiuso gli occhi, ed eccomi sveglio, in un luogo senza suoni. E la luce è quella delle dieci.

Il silenzio è assoluto. I muri non c’entrano, per accertarmene batto con le nocche e il risultato è il rimbombo di una grancassa.

Prendere contezza dello stato delle cose è un processo tanto lungo quanto è forte lo spirito di conservazione. Fino all’ultimo, spesso, si rifiuta l’evidenza, tanto che le prime reazioni a farsi sentire sono quelle inconsce, quelle psicosomatiche, dove il corpo parla e anticipa sulla ragione, dandoci dei segnali che non ri-conosciamo. È la paura. È il panico:

… dove sono? Sento i loro odori: petrolio, ascella, naftalina; effluvi sempre più marcati via via che noto la magnitudine di questa assenza di provenienza. Intorno a me solo polveri sottili. Mi fermo nel mezzo di un attraversamento pedonale. Sono solo. Sento gocce d’acqua cadere per terra, sulla pittura bianca; non è pioggia: una lieve carezza alla fronte rivela un’intensa sudorazione che poco mi si addice.

Superato il momento iniziale di paura e di totale spaesamento, il ritrovarsi in un mondo senza potersi confrontare con nessuno presuppone però l’impossibilità di competere, non avere qualcuno su cui cercare di imporre la propria supremazia. Un’esistenza svuotata, quindi, di ogni suo significato.

Dimostrazione, esibizione, performance sono le attività che più gli vengono a mancare, quelle sulle quali contava nel mondo abitato per raggiungere obiettivi sempre più alti.

L’unico filo che continua a mantenere legati i suoi due mondi sono i social, con e attraverso i quali lui seguita a interagire e ad aggiornarsi su tutto ciò che accade «dall’altro lato»:

Il social network è in piena attività, la notizia del giorno la commentano tutti, la politica è come lo sport, mentre nessuno sembra rilevare la mia sparizione già dalla mattina, direi da quasi ventiquattro ore.

In questa solitudine il nostro uomo inizia a rimuginare sulla sua vita là fuori, dove la sua supposta supremazia è messa in discussione dal suo migliore amico, che si va via via trasformando nel suo ipotetico rivale. Considerazioni che gli fanno montare dentro rabbia e desiderio di vendetta, a tal punto da spingerlo ad assumere, a fare:

Mi faccio strada per i corridoi infiniti dell’appartamento del Giova… Apro tutti i cassetti, li tiro giù, volano le carte, volano le madonne dei santini della Grazia e le mie, faccio suonare una radiosveglia, disfo il letto, apro l’armadio, mi ci nascondo dentro, gioco a fare l’amante di lei.

o a desiderare di fare assumere:

Sorseggio il tè. Quanto vorrei ruttare, quanto vorrei poterlo fare: un flato al sapore buono di bergamotto – niente di volgare, niente mortadella – e però fragoroso, inaspettato, capace di chiudere tutte le discussioni…

Comportamenti tipici di un adolescente ribelle. Ed è così che Esposito ci presenta il suo protagonista, un uomo che non è evidentemente riuscito ad affrancarsi dall’adolescenza, il periodo della propria vita in cui, con i giusti limiti e considerazioni, è lecito provare e vivere simili sentimenti.

Un sottotesto, quindi, permeato di gelosia, invidia e sospetto, atteggiamenti che, come abbiamo visto sopra, hanno come bersaglio principale il suo amico, il Giova, suo potenziale rivale nella vita professionale, nell’ascesa alla leadership e, come si vedrà, anche in quella privata. Ed è qui che il protagonista scatena tutti i suoi peggiori sentimenti, nella sua vita privata appunto, dove inizia a maturare tutta una serie di sospetti che coinvolgono Veronica. È un inferno quello che, nei momenti in cui il mondo è scomparso, inizia a costruirsi attorno a sé. Un inferno che poco alla volta gli impedirà di vedere come stanno veramente le cose. Nella vita reale, di contro, matura sempre più un atteggiamento cinico nei confronti degli altri, che cresce proporzionalmente alla paura di non essere più il favorito, il migliore, privo di qualsiasi forma di emotività ed empatia verso gli altri, siano essi amici o emeriti sconosciuti.

Lo stagista non sarà assunto, eppure si è tanto impegnato in questi mesi. Non ho fatto alcuna richiesta in suo favore alle risorse umane, meglio non punzecchiarli troppo in questo periodo, ogni atto di disturbo non farebbe altro che tirare la volata al Giova, e invece no, io voglio che il Giova pedali duramente, come tutti, come me, senza aiuti, e allora che si fotta lo stagista, io non mi spendo per lui. 

Il nostro protagonista acquisisce consapevolezza delle sue debolezze nel mondo reale, nel mondo abitato, debolezze che peraltro tenta sino all’ultimo di contrastare attraverso l’allenamento e la sua prestanza fisica, e matura poi il bisogno di vendicarsi quando si trova nel mondo disabitato, il mondo dove gli unici a tenergli compagnia sono uomini soli come lui. Ed è questo il punto d’incontro tra questi due “mondi”.

C’è nel libro un punto di non ritorno, dove si rende conto che non si può più tornare indietro, ed è il momento in cui il protagonista da solo, tra le stanze della casa ormai disabitata di sua madre, contempla il mescolarsi «di caldi colori della mia infanzia e quelli freddi degli ultimi anni di lei», osserva gli oggetti della casa, le foto, ricordi che scompariranno con lui, perché «tutto finisce con me».

E si addormenta per terra, tra gli stessi oggetti, pagine e immagini, «riassunto di una vita non lunga ma già intrisa di malinconia».

Al suo risveglio, però, non ci sarà un altro mondo, e non ci sarà nemmeno una scelta tra questi due che gli sono stati offerti dal suo autore. Il protagonista ci appare totalmente consapevole di tutto quello che lo circonda, di questo mondo, chiamiamolo, reale e iperconnesso, che con i suoi strumenti tecnologici gli consente comunque di tirare avanti, senza dover necessariamente decidere adesso dove stare.

Ci sono stati momenti durante la lettura di questo romanzo in cui mi è sembrato di intravedere alcune affinità del nostro protagonista con Alberto, di Pensa il risveglio di Alessandro Cinquegrani. Altro bel testo sulla dualità, sulla dimidiazione dell’io, sul bisogno di crearci un percorso ‘parallelo’ dentro cui scappare, elaborare o, a volte, risolvere i nostri conflitti. In entrambi i libri il motore che muove la storia è rappresentato dalla solitudine e dall’invidia. Nel libro di Cinquegrani ci sono un mondo di sotto e uno di sopra, uno pieno di mistero, di dubbi e di incertezze e uno dove Alberto trova la sua soluzione per andare avanti. E la soluzione non è scappare in un mondo disabitato, bensì restarci usurpando la vita dell’amico. Una vera e propria sovrapposizione delle identità, Alberto diventa Lorenzo sia nella vita pubblica che in quella privata, si trasforma, come fece il citato Rudolph Speer, nell’amico Lorenzo acquisendone nome e conquistandone persino la compagna. In Tutto finisce con me avviene proprio il contrario, il nostro protagonista rimane fermo dov’è, è il mondo a sparire dalla sfera dei suoi sensi (ad eccezione dell’olfatto), e lui tarda a elaborare l’accaduto, inizialmente sprovveduto, ma pian piano e dopo una serie di accadimenti accarezza di buon grado di lasciare le cose come gli sono, suo malgrado, capitate.

È indubbio che alla base di tutto, sotto questo comportamento ossessivo compulsivo del nostro protagonista ci sia una sindrome depressiva, sindrome che lo porta a maturare crescenti ostilità e diffidenza nei confronti del mondo. Ma viene prima la depressione, o la stessa si manifesta in seguito a un atteggiamento di diffidenza, che avrebbe potuto far parte, comunque, del suo carattere? L’autore, allora, nel costruire il cerchio dell’esistenza, ne costruisce uno parallelo e attraverso entrambi riesce a mettere in pratica la teoria di cui all’epigrafe. Quale delle due solitudini è la peggiore? Qui, Esposito fa una scelta ben precisa, il lavoro sulla struttura narrativa del romanzo gli è servito proprio a questo, a raggiungere una sorta di conclusione che lui ci offre sotto forma di ammonimento: è nella solitudine fisica che si avverte, si percepisce o, semplicemente, si teme di essere soli al mondo, nei momenti in cui non abbiamo nessuno con cui condividere nulla. A questo punto iniziamo a temere di non essere nei pensieri di nessuno, ed è lì, in quella bolla di cieca autocommiserazione, che la mente rischia di giocare brutti scherzi.

Dal punto di vista dello stile l’autore mantiene sempre la scelta di non evidenziare il cambio di forma, dialogo o racconto, tutto scorre come un pensiero unico, perché è nella sua unicità che riesce il protagonista a venire a capo di quello che gli sta accadendo, che riusciamo noi a seguirlo nelle sue peregrinazioni e che è riuscito, soprattutto, Gabriele a consegnarci questo bel libro.

 

Gabriele Esposito, Tutto finisce con me, Wojtek Edizioni, Pomigliano d’Arco (NA), 2022, pp. 152, € 16.00.

 

Giudizio: 5/5 

 

 


21.12.2022 Commenta Feed Stampa