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Il picchio rosso di Renzo Paris

di Lorenzo Leone

«Nuovo sangue ha macchiato l’Abruzzo e l’Italia. Nella sera di domenica a Celano, uno dei maggiori Comuni del Fucino, un eccidio bestiale è stato perpetrato, a freddo, dal fuoco incrociato dei fascisti del principe Torlonia e dei carabinieri del governo democristiano. Sotto le scariche di mitra e di rivoltelle, due braccianti poveri sono caduti … Nella piazza del paese, trasformata in un mattatoio, altri dodici contadini cadevano falciati dalle scariche, versando il loro sangue sul terreno». Così Luigi Pintor il 2 maggio 1950 in un articolo de «l’Unità» riportato da Paris in questo suo ultimo libro intitolato Il picchio Rosso (pp. 96-97).

(Noterella non trascurabile: quella sera del 30 di aprile, la sera dell’eccidio, in piazza IV Novembre, c’è anche Renzo Paris, Renzo Paris che non necessita di presentazione alcuna. Occorre però rammentare che il 30 di aprile del 1950 Paris è un bambino di sei anni).

Il picchio rosso, questo è il titolo, è il quarto numero della collana «S-Confini» diretta da Fabrizio Coscia (Editoriale scientifica, 2022). La collana ha come obiettivo ardimentoso quello di superare le divisioni fra generi e, in modo particolare, oltrepassare la sfera della fiction. Se non rischiassi di essere frainteso, direi che accoglie (o si propone di accogliere) scrittori che praticano l’intertestualità deliberatamente e con intenti (letterari) spurî, destitutivi. (Ora, è anche assodato come l’intertestualità sia sempre inevitabile…).

Paris, dal canto suo, con frequenti riferimenti metatestuali, definisce il suo libro un memoir. E non v’è dubbio che, almeno in parte, lo sia. È ciò che con certo humour enfatizza nel Prologo. De Il picchio rosso leggeremmo, in soprappiù, una nuova stesura, giacché la prima è (o sarebbe) andata perduta a causa di un bug, come ci spiega affabilmente l’Autore. La non trascurabile complessità della nozione di memoir ne risulta ‘esacerbata’. Da un lato l’autore spera di recuperare il testo perduto, ossia il testo assente, dall’altro è costretto a ricorrere all’accostamento delle informazioni residue della stesura con la memoria degli eventi passati. Nell’affrontare ciò che è (sarebbe) ‘reale’, caratteristica peculiare del memoir, sussisterebbe un duplice obbligo di impegno e fedeltà. Scrive Paris in un dialogo verosimilmente fittizio (come tanti in questo libro): «La mia è diventata un’esercitazione filologica su un testo scomparso e riapparso a metà … I documenti ne sono le fondamenta» (p. 82). Ma assai prima scriveva: «Il mio è un memoir sciamanico» (p. 19). Tornerò anche su questo punto.

Ciò che ne discende, alla fin fine, è una circalità mutevole o volubile. L’attualità drammatica scaturita dal virus di Wuhan interrompe la rievocazione dell’infanzia e della prima adolescenza celanese (Paris nasce a Celano); la memoria privata, psichica, emotiva (sono queste forse le pagine più belle del libro, quelle in cui compare il picchio rosso) si intreccia con le menzioni documentali, le evidenze storiografiche, le testimonianze dei sopravvissuti sull’eccidio. Il decimo capitolo ricostituisce (o tenta di ricostituire) il problematico vincolo con le reminiscenze mostrando (o cercando di mostrare), a distanza di tempo, le contraddizioni che giacciono a fondamento del presente. E a distanza di un lungo lasso temporale ecco le lacrimae rerum.

E qui forse si collocano le ragioni ‘personali’ di questo libro (ragioni che Paris sembra in un primo momento eludere con una laconica affermazione: «O adesso o mai più», p. 35). Paris cita stralci del libro che Francesco Della Costa gli dedica (Nato nel paese della luna. Storia, memoria, antropologia nei ‘romanzi etnici’ di Renzo Paris, Edizioni Kirke, 2018). Per Della Costa nei romanzi del Nostro, e non escluderei in nessun modo questo libretto, è all’opera una «destorificazione del divenire», secondo l’espressione di Ernesto De Martino (Sud e magia, Donzelli, 2015). La scrittura di Paris somiglierebbe a un rito sciamanico che attinge al mito. Credo che Renzo Paris si ritrovi pienamente in questa lettura. Nell’Epilogo del suo memoir, dopo aver ricordato ancora un volta l’impiccagione, avvenuta nel 1923, di Francesco Tomei detto il Peluso (sul misfatto, del Nostro, Ultimi dispacci della notte, Fazi, 1999), e dopo aver ripercorso un frammento di storia sociale, scrive: «Il mito però era ancora vivo e con esso il rito, pur sempre officiati nell’ara sacrificale di piazza IV Novembre» (p. 158, vedi anche p. 82).

Il mito, ha scritto una volta Giorgio Manganelli, è «cibo squisitamente letterario» (Concupiscenza libraria, Adelphi, Milano, p. 108). È anche evidente che la scrittura in questione genera effetti performativi in quanto la narrazione dell’oggetto ne determina la sua stessa produzione. L’incidente del file perduto, che sia effettivo o no, assurge qui a metafora (allegoria) delle difficoltà relative all’inscenazione di ciò che il memoir vorrebbe testimoniare: il suo «commitment to the real», per dirla con G. Thomas Couser (Memoir. An Introduction, Oxford University Press Inc, 2012).

Ne suggerisco un’attenta lettura.

Renzo Paris, Il picchio rosso, Editoriale scientifica, Napoli, 2022, pp. 160, € 13,00.

Giudizio: 4/5


16.12.2022 Commenta Feed Stampa