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La notte che arrivai al caffè Gijón di Francisco Umbral

di Lorenzo Leone

Esce, per la prima volta in Italia, per le Edizioni Settecolori, La notte che arrivai al caffè Gijón di Francisco Umbral (1932-2007), scrittore spagnolo che ha passato la sua vita a Madrid, autore di un cospicuo numero di libri e di un numero eccezionale di articoli, elzeviri, reportage.

La notte che arrivai al caffè Gijón è un memoir che racconta i primi anni di Umbral a Madrid: i Sessanta:[i] gli anni in cui, via via, la società spagnola si fa meno asfittica, gli anni in cui il franchismo si mummifica e si disinteressa della cultura. Umbral arriva a Madrid dalla provincia, da Valladolid, e a Madrid intende insediarsi, dare inizio a una carriera di letterato («Verso il Sessanta, Madrid era ancora una città assediata dalla letteratura, minata di covi letterari e vocazioni ostinate. Io avevo il problema di volerla conquistare con una macchina da scrivere, che all’epoca maneggiavo e accarezzavo come se fosse stata una mitragliatrice», p. 42). E la carriera di letterato è in quegli anni inscindibile da quella del pubblicista, del giornalista. Vi giunge invitato da José Hierro all’Ateneo, gestito in quegli anni dall’Opus Dei, per tenere una lettura. Tuttavia la sua prima meta è il celeberrimo Café Gijòn, crocevia che, per il vero, ha tante repliche nella Madrid di quegli anni e che raccoglie conventicole di letterati, di poeti, di pittori, di scultori, di artisti. Sono le cosiddette tertulias i cui membri occupano o affollano i divanetti e i tavolini del Gijòn.

Il Gijòn è il luogo ‘mitico’ su cui Umbral torna molte volte. Nondimeno ci sono almeno altri due luoghi che l’autore ritrae con intensità e perfezione. Da un canto l’Ateneo, «una caverna culturale con ampie scalinate, ombrosi nudi, vetusti uscieri, letargiche biblioteche, insospettati uffici, algide mostre d’arte, rilucenti bar e cancerogeni saloni da parrucchiere» ecc. (p. 53). Dall’altro la Gran Vía: «Trovarsi nella Gran Vía significava essere a Madrid, essere presenti a qualunque cosa accadesse, non perdersi niente di quel che succedeva, o almeno così si era tentati di credere. La Gran Vía la imboccavo lentamente dal Café Gijòn, e la vedevo scorrere dall’inizio alla fine, come in un film» (p. 103). Ma non posso tacere il seguente passaggio che si distingue per la sua icasticità: «I quartieri del Manzanarre, con le serate di festa di primavera, gli ori sudici dell’estate e le piscine piene di lesbiche e omosessuali, mi regalarono l’odore singolare e di cloaca di Madrid, lo stesso olezzo di affossamento umido sul cui fondo acquitrinoso Eraclito l’oscuro si sciacqua i piedi in un rivolo torbido di versi e povero d’acqua» (p. 41).

Un libro, questo di un Umbral, gremito di nomi: nomi di scrittori innanzitutto, di scrittori viventi, di scrittori defunti; gremito di nomi di artisti, gremito di nomi di sconosciuti. È un libro affollato, ancora, di apparizioni anonime, «gente senza tempo» (p. 69): modelle, straniere europee e americane, ballerine (p. 77), attori, comici, ‘odiatori’ («Perché una cosa che imparai al Gijòn, e nella vita letteraria in generale, è che ogni signore importante aveva il suo antagonista», p. 122.). Umbral regala spesso piccoli ritratti di queste figure primarie e secondarie, a capriccio, e si tratta sempre di ritratti efficacissimi. (Accanto agli scrittori brillano i ritratti di un mondo muliebre variopinto e lussureggiante).

Il libro non ha un ordine scrupoloso. Vi hanno luogo alcuni eventi apprezzabili. Per esempio, all’inizio troviamo Umbral che dorme nelle pensioni e che cerca collaborazioni con giornali e che comincia a ottenerle con alterne fortune e con certo scetticismo («Dovevo andare avanti, tra gli altri motivi, perché non si poteva fare altrimenti. E così il giro riprese: di mattina agli studi cinematografici in cerca di qualche trafiletto e di pomeriggio al Caffè. Verso sera all’Ateneo e poi di nuovo al Gijón, fino alle prime luci dell’alba. La letteratura era già una routine mediocre, perfino prima che cominciassi a essere un letterato», p. 88). Sapido e caustico l’episodio in cui riceve il suo primo premio letterario a Tomelloso: «Allora capii che la gloria letteraria era una cosa di provincia e, soprattutto, l’affare di un giorno» (p. 144). Poi, molto più avanti, ecco che il Nostro si trasferisce in un piccolo appartamento, e quando conquista questo spazio, questo piccolo spazio vitale, subito estende le sue ambizioni. Pensa a un libro, come se nella stanza di una pensione o al tavolo di un bar non si potesse pensare che a un articolo, a un articolo di poche pagine, come se un libro richiedesse un rifugio, una dimora. Benché in ogni modo resti convinto del fatto che «il lavoro dell’intelligenza su un tema dur[i] quel che dura un articolo» (p. 249). Il che spiega molto del suo stile e dello stile di questo libro.

La scrittura di un libro diviene una necessità per Umbral «Bisognava fare un libro. Io dovevo scrivere il mio primo libro». Si colloca qui una delle sue pagine più significative della sua ‘poetica’ (mi si perdonerà la lunghezza dell’ennesima citazione): «Bisognava scrivere un libro pieno di tempra, pieno di penetrazione, pieno di novità, pieno di sorpresa. Era da un po’ che pensavo a [Mariano José de] Larra. Non era molto originale l’idea perché su Larra erano già stati scritti diversi libri, ma io ne avrei fatto uno diverso. Migliore o peggiore ma diverso dagli altri. E, soprattutto, un libro da lancio, come un’arma o una pietra. Il vantaggio di scrivere un primo libro su un personaggio a cui si è più o meno affini è che ci si può confessare, scaricarsi di tutto quello che si ha dentro sfruttando la persona biografata come richiamo» (p. 185)

L’ultimo evento, che chiude il libro, è il funerale, nel febbraio ’63, del grande scrittore espatriato a Buenos Aires Ramón Gómez de la Serna. Pare che Umbral voglia così, in un libro che è un po’ memoir e un po’ biografia intellettuale (persino speculazione), un po’ cronaca di costume e un po’ gossip, ma privo di riferimenti temporali precisi, e giocato sulla frammentarietà, sulla brevità, sulla ripetizione, segnalare emblematicamente un termine. C’è persino qualcosa di troppo ovvio nella scelta, un che di artefatto. Certo anche di beffardo. Ramón de la Serne diviene subito colui che con «ostinazione infantile» ha immaginato «la letteratura come Arcadia» (p. 272); ma si era così pateticamente scavato la fossa dentro se stesso «con la penna in mano». «Tutto ciò», prosegue raccontando la cerimonia, «era una farsa di popolarità postuma» (p. 270). Ramón de la Serne, insomma, a giudizio di Umbral, chiudeva un’epoca, ma, va detto, chiudeva un’epoca che si era già chiusa: «Perché insistere con la letteratura, allora, mi domandavo, ormai senza più sperare che la letteratura fosse la salvezza da qualcosa, bensì il più modesto degli impegni con la storia. Bisognava cominciare da dove lui aveva terminato. Dal disincanto» (p. 272).

Proprio ciò che Umbral avrebbe realizzato con la sua crudeltà intellettuale e la sua irruenza stilistica. Imperdibile.

 

Francisco Umbral, La notte che arrivai al caffè Gijón, Edizioni Settecolori, 2022, pp. 303, € 26,00.

Giudizio: 5/5

[i] La notte che arrivai al caffè Gijón uscì nel 1977 e fa parte di una specie di trilogia dei primi anni madrileni (con Retrato de un joven malvado e Trilogía de Madrid).

 


24.07.2022 Commenta Feed Stampa