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Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia di Enrico Macioci

di Riccardo Sapia

Si legge per passare il tempo, si legge per acquisire informazioni e si legge, soprattutto, per riflettere, per fermare l’attenzione su qualcosa che fino a quel momento ci era molto probabilmente scivolata via; e ciò, il più delle volte, succede in maniera assolutamente casuale. Allora accade che riflettiamo su eventi del passato, sull’autore, ma anche su noi stessi, perché è dentro noi stessi che ritroviamo le tessere del puzzle della nostra esistenza, quelle che, magari a nostra insaputa, mancavano all’appello e che ci ritornano grazie ai libri.

Macioci ambienta la sua storia in un periodo, quello suo, che, attraverso anche una serie di avvenimenti di portata nazionale e internazionale, ha segnato un punto di svolta nel panorama politico-sociale del nostro paese. È un periodo storico in cui, a ogni modo, si è cresciuti senza alcuna ‘supervisione’, senza il simultaneo e odierno controllo digitale da parte di un adulto. Cosa che se da un lato ci rendeva potenzialmente vulnerabili, dall’altro ci garantiva una libertà che, a causa di questa ‘foresta digitale’ dentro cui siamo rimasti intrappolati, si è purtroppo persa.

Macioci trae ispirazione da un fatto di cronaca di un passato recente, quello di Alfredo Rampi, che corrisponde anche al suo, a quello descritto nel libro. Ma non è di lui che parla. Alfredino, come siamo abituati a ricordarlo, entra nella storia a tratti, incidentalmente. L’autore, come ha recentemente dichiarato attraverso un canale radiofonico nazionale, non se la sentiva di trattare un argomento così decisamente intimo e fare dell’altrui dolore cibo per le sue pagine, non rientra nel suo carattere, un carattere decisamente attento. Chi più chi meno, conosciamo tutti questa storia. Io, ricordo, l’ho seguita con partecipazione, con ansia, a tratti con angoscia, ma posso affermare di averne un ricordo lucido, per quanto la memoria collettiva sia ingombrata dalla presenza partecipata e commovente dell’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Enrico, malgrado la giovanissima età di allora, dimostra di averne anche lui un ricordo nitido, a tal punto da mettere giù la storia dei due amici, della stessa età sua e di Alfredino, uno dei quali, Christian, vive un’esperienza simile a quella di Rampi. Potrei considerare la scelta di questa ‘sovrapposizione’ di storie (reale e di fantasia) opportuna? funzionale? furba? Non lo so! Quello che posso affermare con certezza è che funziona, funziona parecchio.

La trama è costruita attorno a un’amicizia, un’amicizia schietta, siglata da un patto che nessuno dei due è disposto a trasgredire. La fedeltà e la coerenza di quando si è giovani sono caratteristiche che si perdono nell’età adulta, l’autore sembra volerci dire questo, e anche una certa ritualità e rigore che servono a suggellare un rapporto fondato sulla reciproca e tacita intesa e, soprattutto, sulla complicità, quella stessa complicità che, una volta adulti, diventa un bene prezioso. E sono i bambini i primi a rendersene conto, nel momento in cui viene meno la fiducia negli adulti. È questo un momento cruciale nell’acquisizione della consapevolezza, quando il mondo sembra crollargli addosso: «Ai miei occhi li accomunava tuttavia una caratteristica: entrambi mentivano sulle questioni essenziali. Di lì a poche ore avrei del resto avuto conferma che i miei genitori non avevano fiducia in me e io non avevo fiducia in loro: ancora oggi credo sia stata una delle scoperte più devastanti della mia vita». E più avanti ancora: «È dura prendere coscienza dei limiti dei propri genitori». Da questa presa di coscienza, Francesco si sente sempre più legato a Christian. Le loro confidenze acquisiscono una progettualità che, con la scomparsa dell’amico, si sgretola confondendo completamente l’immagine trasparita, come capita con un vetro infrangibile colpito da un sasso.

Quando si è giovani, si sa, viaggiamo molto più con la fantasia che con le gambe, ma è anche vero che le gambe ci portano dove sappiamo, mentre la fantasia ci spinge spesso oltre, dove non avremmo mai immaginato di andare, al limite del baratro. Christian immaginava una base spaziale da dove poter un giorno raggiungere Sirio, e con Francesco sognava il giorno in cui lo avrebbero potuto realizzare. Ma può la fantasia condizionare la realtà fino a questo punto? Può Christian avere deciso di anticipare la realizzazione del suo progetto credendoci sino all’ultimo e senza coinvolgere l’amico? È questo un pensiero che frulla nella testa di Francesco, malgrado gli riesca faticoso, sentendosi persino un traditore, ammettere e proporre agli adulti questa tesi quale ultima soluzione per salvare l’amico, ma il fine, in questo caso, avrebbe giustificato il mezzo.

Purtroppo, il racconto che Francesco riferisce, quello sulla base spaziale, segna la crepa profonda che l’autore vede tra il mondo dei bambini e quello degli adulti, perché, come scrive Macioci, «gli adulti… debbono dimenticare di essere stati bambini». E dimentichiamo anche di tutti i viaggi che la fantasia era stata in grado di farci fare. Ci dimentichiamo, rimuoviamo e non siamo più in grado di credere a un bambino.

Il libro, con uno stile colorito ma semplice e in un arco temporale di pochi giorni, è una profonda riflessione sull’infanzia, sulla crescita, su ciò che siamo stati e che non saremo mai più, su tutto quello che abbiamo fatto ma, soprattutto, su tutto ciò in cui abbiamo mancato.

Giorni fa, a radio 3, ascoltavo un giornalista che, parlando di un noto autore, diceva che lungo il ‘percorso’ di uno scrittore c’è sempre un libro, tra quelli che ha scritto, o una pagina dentro la quale lo ritroveremo, riconoscendolo tra quelle parole scritte da lui stesso. Bene, in Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia c’è, a p. 83, una profonda riflessione dentro la quale, appunto, credo di avere riconosciuto l’Enrico uomo: «Mi chiedo cosa le impedì di baciarmi, giorno dopo giorno, mese dopo mese e anno dopo anno, e cosa impedì a me di baciarla – se si eccettuano la mia timidezza, la mia superficialità e la mia tendenza alla fuga. Basta tanto poco a disgiungere due vite? Non lo saprò mai. È il genere di pensieri che ci assale quando una morte improvvisa ci sottrae una vecchia conoscenza – un egoismo retroattivo o un altruismo tardivo, o entrambi. Tutto ciò che non scopriremo più. Tutto ciò che non potremo più domandare né rispondere. Tutto ciò che abbiamo perso. La morte è di chi resta. La morte ci nega quel che diamo per scontato e invece è fragile e prezioso. La morte stabilisce ciò che non potrà mai più accadere».

Un’ultima considerazione lega questo testo al suo precedente, e riguarda il fatto che l’autore in entrambi i libri consegna la salvezza di entrambi i protagonisti, Tommaso e Christian, a due rappresentanti di quella fetta di società, sempre più grossa, che vive un po’ ai margini, a volte perfino di se stessa, e anche questo fatto tradisce in maniera eloquente l’Umanità (con la U maiuscola) del suo autore.

 

Enrico Macioci Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia, TerraRossa, 2022, € 14,00.

Giudizio: 4/5


4.06.2022 Commenta Feed Stampa