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Fifty-Fifty. Sant’Aram nel Regno di Marte di Ezio Sinigaglia

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La recentissima pubblicazione per Terrarossa del secondo e conclusivo volume di Fifty-Fifty potrebbe procurare al recensore difficoltà di quelle patentemente sproporzionate agli scopi di una recensione e sulle quali, nondimeno, mette conto intrattenersi un momento. Avevo già recensito (qui: urly.it/3maz0 [2]), quando uscì, l’anno passato (il 2021), il primo volume di questo romanzo che il provvido editore ha spartito a metà assegnando al titolo un significato supplementare ed estroso. (Per completezza di informazione occorre puntualizzare che ogni volume ha un sottotitolo: Warum e le avventure Conerotiche per il primo e Sant’Aram nel Regno di Marte per il secondo).

Ora, e per cominciare, la spartizione del romanzo mi aveva suggerito per combinazione una grille de lecture del medesimo. Avevo definito Fifty-Fifty il romanzo delle partizioni a metà: bipartito l’io narrante, Aram (Warum), per la sua bisessualità; bipartito Fifì, forma apocopata, nel gioco onomasiologico dei soprannomi, di Fifty-Fifty (un altro soprannome), il benamato di Aram che si concede a metà, semidio o angelo di un amore spirituale o spettrale, romantico o angelico, e che, per ciò stesso, tanto più ammalia. Ora vorrei dimostrare, ma dimostrare è eccessivo giacché anche questa grille de lecture consegue alla circostanza esteriore della spartizione del romanzo ecco le difficoltà di cui sopra –, che Fifty-Fifty è il romanzo dei raddoppi, delle duplicazioni, delle ombre intermediatrici, degli echi.

Siamo nuovamente, all’inizio, in quel presente narrativo e apparentemente sospeso o interrotto, in attesa, benché in attesa di un avvenimento trascurabile: il terzo anniversario di matrimonio dell’ospite, Stocky, e di McMoney, due comprimari che il lettore già conosce. Nessuna dilazione narrativa però: qualcosa accade anche lì, pretesto per Aram, non a caso soprannominato Warum, e cioè perché, di una esplorazione del suo passato recente e di quello remoto – di quello remoto, dei tempi della naia, in questo secondo volume; un passato di cui, ammette, ha «dimenticato troppe cose, cose», e «una ragione ci sarà» (p. 149).

Di qui, va detto, l’elegia – ovvero il tono elegiaco – del romanzo; di qui quel suo ripiego – che è giustappunto un effetto dell’elegia –; di qui la coscienza di una irreversibilità. «L’homme est un irréversible en chair et en os» diceva Jankélèvitch. Sennonché questa è solo una metà della sostanza del romanzo di Sinigaglia. O forse – forse! – Sinigaglia raddoppia. Perché nel suo interrogare e rammemorare, l’io narrante, pur celebrando l’effimero e l’irreversibile in momenti genuinamente commoventi – e penso alle parole che riserva al suo antico e perduto amante, Sciofì, il ventenne chauffeur che scarrozza il callido tenentino, e cioè il medesimo Aram –, questo io narrante, dunque, rinnova quasi prodigiosamente il suo passato.

Direi anzi qualcosa di più; perché se è vero che la magia dell’elegia – dell’elemento elegiaco – è impotenza di fronte all’irreversibile (ancora Jankélèvitch), l’ironia scientifica ma anche umoristica, se non comica, di cui l’io narrante non è privo (e nemmeno Sinigaglia), consente da ultimo di ricomporlo. Tanta parte di questo secondo volume è scabrosa ricomposizione di quel passato. (Il che costituisce per il lettore, specie per quello avvertito e zelante, un autentico diletto, giacché vi si svela qualcosa della struttura rappresentativa in sé. Ma su ciò alla fine). Tornando alla villa dell’amico Stocky in compagnia di uno Sciofì casualmente ritrovato – tornando cioè nel suo presente narrativo – Aram si scopre profondamente trasformato: «Non ero lo stesso uomo che ritorna. La mia memoria si è trasformata in modo tale da cambiare tutto. Lo sguardo, il passo, le risa, le parole» (p. 198).

Trasformazione indispensabile, si direbbe, per concludere davvero le avventure di Warum e del suo amante dimidiato Fifì. Il quale, va detto, si ritrova effettivamente dimidiato – anche e ancora nel nome – allorché si immagina, prendendo un abbaglio (o fraintende la ripresa per usare una parola di Kierkegaard), il doppio o la copia di Sciofì, l’ectipo di un prototipo, e cioè un surrogato. È ciò che ammette a suo modo con un indovinello la cui soluzione occupa le ultime pagine del romanzo e che spazientisce Aram-Warum che conosce l’impotenza di fronte all’irreversibilità del tempo, la beffa del destino e, infine, l’ironia di una ricomposizione del passato che non ammette ressentiment. Ma l’indovinello di Fifì ne nasconde un altro, ben più esistentivo. Saprà Aram riconquistare Fifì? La risposta, in una specie di osservazione metatestuale e parergonale (p. 250), è il romanzo intero che si svela così specchio di sé medesimo, reduplicazione.

 

Ezio Sinigaglia, Fifty-Fifty. Sant’Aram nel Regno di Marte, TerraRossa, 2022.

Giudizio 5/5