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La casa delle madri di Daniele Petruccioli

di Luana Mandarà

Ho terminato di leggere questo romanzo d’esordio di uno stimato collega già da qualche settimana, ma non me la sono sentita di recensirlo subito; ho dovuto lasciarlo decantare nelle mie fibre, perché è lì che è andato a depositarsi.

Come giudizio superficiale, posso dire che mi è piaciuto sotto tutti gli aspetti, come romanzo-contenuto e come oggetto-libro. Sì, perché questa casa editrice fino a poco tempo fa a me sconosciuta, TerraRossa Edizioni, mi ha colpita: 1) per l’immagine grafica di un intrigante labirinto, in cui intravedo l’interno di una casa illogica che al contempo riunisce sotto lo stesso tetto i suoi abitanti e li separa escludendo ogni contatto immediato tra di loro; 2) il grazioso e originale dettaglio dei numeri cerchiati a piè di pagina; 3) la simpatica ultima pagina di citazione di tutti i professionisti coinvolti nella realizzazione del libro, tirati in causa con un pizzico d’ironia (es.: «(correttrice di bozze) se trovate refusi o incongruenze la colpa non è dell’autore»); 4) il breve profilo del ‘Lettore ideale’ delineato sulla seconda di copertina: inutile dire che corrisponde in toto alla sottoscritta.

La collana che ospita il romanzo è quella degli ‘Sperimentali’, che Terrarossa scrive essere ‘dedicata agli scrittori in grado di coniugare solidità narrativa e originalità stilistica’. E l’originalità stilistica dell’opera di Petruccioli è decisamente nelle mie corde: nelle quasi 300 pagine del testo non ho trovato nemmeno un dialogo, ma qualcosa di paragonabile a un unico flusso di coscienza, sicuramente apprezzato da chi ama abbandonarsi agli spunti di riflessione lanciati dall’autore più che leggere semplicemente una trama che si snoda in maniera convenzionale. Le lunghe riflessioni portano con sé, sul piano della scrittura, una profusione di lineette e parentesi, e qui riscontro la bravura dell’autore, perché un simile modo di scrivere sarebbe potuto diventare difficile da seguire e incredibilmente noioso, invece nel caso specifico ho subito pensato: ‘Certo che Daniele è stato abile, come fosse riuscito a mettere per iscritto il modo tutt’altro che lineare in cui funziona il pensiero umano e, non da ultimo, il mio modo confusionario di esprimermi durante un’accalorata conversazione intima con un’amica’.

Si tratta di riflessioni acute e sincere sui grandi temi della vita, scaturite dagli episodi di vita dei personaggi che sono sparsi qua e là nel romanzo in un ordine non cronologico: il romanzo sembra procedere come la nostra memoria, ripescando e soffermandosi man mano su alcuni ricordi di situazioni ed eventi passati che inevitabilmente danno il via a pensieri, considerazioni e associazioni. Tra le altre cose, si parla di famiglia, di malattia, di lutto, di opposti, del tempo, dell’incomunicabilità, di amore e di tutti i sentimenti umani. Per questo, il romanzo mi ha dato l’impressione di essere un prisma delle innumerevoli sfaccettature della vita.

Ho trovato azzeccato, e malinconico al tempo stesso, l’intervallare il racconto di vita dei personaggi / abitanti delle tre case di famiglia con pagine in cui si descrivono l’evoluzione e lo smantellamento futuri delle abitazioni tra le mani di proprietari a venire.

I personaggi non sono stereotipati ma vivi, tanto che avrei voluto rimanere ancora in loro compagnia. Tutto ruota intorno a una famiglia composta da una coppia di giovani genitori anticonformisti e dai loro due figli gemelli, paragonati più e più volte a due ‘rette parallele’ perché, nonostante la vicinanza della loro condizione biologica, non avrebbero potuto essere più diversi: uno sano e pieno di vita e l’altro menomato dalla nascita, quindi costantemente messi a confronto e inevitabilmente in competizione. Emerge fortissimo anche il senso di colpa: quello di Elia, che si era «accaparrato la sanità» dei loro corpi di gemelli; o quello dei genitori che, pur incolpando il ginecologo per negligenza al momento del parto gemellare, in fondo temono che potrebbe trattarsi di una tara genetica che li vedrebbe in qualche modo responsabili della condizione del figlio meno fortunato. A questo proposito, l’autore inserisce il concetto greco di hybris – un concetto di peccato laico per definire in senso lato una sorta di punizione che colpisce l’individuo in conseguenza della colpa che reca in sé.

Quella descritta potrebbe sembrare una famiglia non ordinaria (ad esempio per gli elementi della malattia e della gemellarità); e invece può essere assunta come paradigma della famiglia, con le stesse fatiche/colpe/paure che riscontriamo ovunque (vedi p. 161). Qui sta la forza del romanzo, la sua capacità di parlare a tutti, insieme a un’onestà disarmante che mette nero su bianco anche quei pensieri che sappiamo di avere ma che nascondiamo (prima di tutto a noi stessi).

Sono tanti i passaggi che ho amato in questo libro, ma ne cito uno in particolare che, in quanto madre piena di dubbi, mi fa venire un groppo in gola: «Difficile misurare l’aiuto che si può dare a un figlio senza privarlo della capacità di aiutare se stesso» (p. 199). In fin dei conti, «essere genitore è sinonimo di sbagliare, immancabilmente» (p. 159).

In conclusione: un romanzo densissimo per chi ama riflettere e interrogarsi.

Daniele Petruccioli, La casa delle madri, TerraRossa, 2020, pp. 298, € 16,00.

Giudizio 5/5


23.03.2022 Commenta Feed Stampa