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Casa di morti di Francesca Farina

di Fancesca Fiorentin

Casa di morti di Francesca Farina, edito da Bertoni nel 2017, è un’opera che ha la particolare e rara capacità di attraversare diversi generi letterari. Se la struttura della narrazione è la saga familiare, a questa si intrecciano la confessione, la biografia, il diario, la cronaca, il racconto storico e sociale, il mito.
La saga familiare è stata da sempre occasione di riflessione sul significato della storia degli individui e di un popolo. G.G. Marquez ha declinato la saga nella dimensione del realismo magico abitato da molte solitudini individuali (Cent’anni di Solitudine, 1967). Pochi sono stati, nei decenni successivi, i tentativi letterari e riusciti di saga familiare. A distanza di venti anni, Rosetta Loi (Le strade di polvere, 1987) ha rappresentato la storia familiare e la storia dell’umanità come una retta senza progresso, dove le solitudini si annullano solo per brevi momenti e ritornano poi a essere elemento costante nell’esistenza.

Casa di morti ha scelto una strada per alcuni versi accostabile a quella di Memorie da una casa di morti di Dostoevskij; una strada assolutamente non imitativa, dato che la scrittrice non si è ispirata a Dostoevskij, dovuta al percorso di vita della scrittrice, che si avvicina a quello del grande scrittore russo. La solitudine individuale è sciolta, riaggregata e allacciata alla vita degli altri grazie alla capacità di saper leggere il mondo nelle sue concatenazioni, nelle sue relazioni. Questa facoltà, acquisita dalla protagonista fin dall’infanzia attraverso la lettura, scopre l’ordito dei legami che uniscono gli individui nei loro vissuti individuali e vicendevoli, nella storia, nella geografia fisica, nella società e nel tempo.

I vari personaggi del romanzo dialogano tra loro e il dialogo è sapientemente ricostruito dal binomio Narratrice-Discendente (protagonista); è lei che scava a fondo nell’anima di ognuno e comprende quelle solitudini.

Nel rappresentare l’infanzia, spesso l’autrice si serve dell’universo linguistico dei suoi famigliari (definita da Bachtin “intenzionale costruzione pseudo-oggettiva”): questo permette al narratore di non dover esprimere alcun giudizio morale sugli eventi, lasciando al lettore un notevole spazio di immaginazione.

Il personaggio principale, la Discendente, è creato da uno spazio bisemico di voci: “l’oggetto è avvolto dalla parola altrui, è detto, contestato, variamente interpretato, variamente valutato: è inseparabile da una sua assunzione nella coscienza sociale pluridiscorsiva” (Bachtin, Estetica e romanzo, Einaudi 2001, pag.138). Siamo di fronte a un procedimento linguistico di ibridazione: “la mescolanza di due lingue sociali all’interno di una sola enunciazione, l’incontro di due diverse coscienze linguistiche, separate da un’epoca o da una differenziazione sociale” (ivi, pag.166), quella dei membri della famiglia e dell’autrice che narra a distanza di molti anni la sua progenie, la sua terra. Si tratta di una ibridazione consapevole. La voce della Discendente è modulata in crescendo lungo il procedere della trama e diventa l’unica voce sul finire del romanzo quando, lontani, i fantasmi di famiglia sembrano latori di lutto e tristezza.

La morte ha un triplice significato: quello di fine della vita, quello della scelta di una non vita in vita, e infine quello di memoria rievocante tutte le persone della casa, presenti nei sogni e nei pensieri della Discendente. Tutte tre le forme sono presenti nel romanzo, e il titolo le evoca da uno spazio e da un tempo che si oppone alla ripetizione di una scelta di morte.

Miti di un popolo

Il villaggio dell’infanzia della protagonista, ai piedi del Monte Albo, è cupo e desolato. In tempi antichi nelle grotte del monte Albo si rifugiavano gli abitanti dell’isola per scampare ai massacri di popoli invasori. Essi hanno conservato nella memoria diversi miti di origine.

Si diceva che il villaggio dove nasce la protagonista fosse nato dal sangue di una cerva, e questa testimonianza avvalora la tesi del Il ramo d’oro di J. George Frazer, che descrisse il culto di Diana come il più arcaico.

Numerosi sono invece i miti che narrano l’origine dell’isola. Gli Iliensi di Troia, scampati al massacro dei greci, si sarebbero rifugiati negli anfratti del monte Albo dove, nonostante il dominio di molti imperi, avrebbero conservato la loro identità come pastori di pecore.

Quel popolo si riconosceva anche come discendente di Sardus, figlio di Ercole, venuto sull’isola dalla Libia; e di Didone fenicia, sbarcata in Sardegna con i punici (a Didone assomigliano gli isolani, più che agli Iliensi e ai Romani); diceva anche di essere discendente di Aristeo; e discendente da quei popoli che gli Egizi chiamavano “i popoli del mare”, i quali, dopo aver lasciato in Egitto l’enigmatica traccia di scure torri nel deserto, ritornarono misteriosamente nell’isola.

Periferia degli imperi

I romani fecero dei sardi degli schiavi. Per molti anni ci furono lotte tra padroni e isolani. I romani non li consideravano come parte dell’Urbe Eterna; ne dispersero la lingua; ne fecero il granaio di Roma. Nessun imperatore vi lasciò il cuore. Dopo le scorrerie dei popoli del nord, un pontefice consegnava l’isola agli stranieri spagnoli, che la considerarono territorio di sfruttamento di risorse ambientali, proprio come i loro successori francesi. I sardi erano esclusi dalle cariche di corte e dall’esercito. La cattiva nomea degli abitanti dell’isola nacque in epoca di dominazione romana.
Gli ultimi dominatori furono gli aristocratici del continente. Anche essi la spolpavano di risorse e diffondevano nel mondo l’infamante nomea dei sardi come predoni.

Aristocrazia pastorale. Un mondo prima della borghesia.

I ricchi miti dell’origine crearono gli dèi. Barones erano chiamati i primi dèi del villaggio, dèi malefici, non come i Mani e i Lari; dèi degli inferi, tremendi nella collera come il dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. A questi dèi attribuivano la loro ascendenza le famiglie di cognome Barones.

Ogni membro della famiglia è designato dall’autrice con un nome collettivo: il Bisnonno, la Madre, il Padre, la Discendente, ecc. Questa indeterminazione permette una visione universale delle figure familiari. Inoltre, il dettaglio anagrafico non è essenziale alla narrazione romanzesca.

La storia familiare prende avvio da un Bisnonno, partito per la guerra di Crimea per ricevere dal Regno poche lire durante un’epoca in cui la fame nel villaggio è nera; egli partecipa anche alla seconda guerra di indipendenza italiana. Chiamato da tutti “Caporale”, ebbe una figlia che morì giovane, lasciando quattro bambini piccoli. Suo marito, pastore di pecore, sposò in seconde nozze una Barones che curò e allevò i suoi figli con quelli di primo letto del marito.

Sarebbe lungo enumerare i morti della famiglia, i lutti e i conflitti familiari che nacquero sia nel ramo della famiglia Barones, aristocrazia di pastori, sia nel ramo della famiglia povera.

Il futuro di una casa di morti.

Come si può crescere e sopravvivere a una vita di miseria materiale e trovarsi nello stesso tempo in una situazione di tabula rasa degli affetti familiari, interrotta solo da conflitti al suo interno?

Il romanzo dimostra che si può. Come nel romanzo della scrittrice Mercè Rodoreda, La piazza del diamante (1962), la salvezza da un trauma infantile e giovanile è considerata possibile. In Rodoreda la coppia “tabula rasa e conflitto (guerra)” viene medicata dal tempo, attraverso la presenza costante, anche se in età adulta, di figure di affetto. In Casa di morti la guerra interiore e la fame d’amore si spostano sui libri, le cui figure offrono gratuitamente amore; la protagonista raggiunge così il distacco dai grandi problemi che la circondano senza esserne interiormente devastata.

Il male interiore che si era insinuato nell’anima della studentessa universitaria (la Discendente) fin da bambina, quella crudeltà derivata dall’educazione priva di affettuosità proprio nell’infanzia, è curato attraverso l’unico mezzo da lei conosciuto: i libri.

Dèi in lotta sono presenti nell’animo della Discendente, e fame di amore, tanto che l’amore viene odiato come tiranno della sua mente; in lei la bellezza si rivelò attraverso “la bellezza dei luoghi” dell’infanzia (ivi, p.463), ma soprattutto attraverso la lettura:

“Ovunque e in qualunque tempo, la lettura sarebbe stata sorella e madre, amante e amica, unico bene e diletto il colloquio incessante con la popolazione benigna dei grandi, sorridenti e dolcemente annuenti verso le sue mani che si protendevano senza sosta ad accarezzarli.”(ivi, p. 476).

Fedor Dostoevskij e Francesca Farina.

Il titolo dell’opera è simile a quello dell’opera di Dostoevskij Memorie di una casa di morti. La coincidenza è casuale, tuttavia non possiamo non fermarci a riflettere sul perché i vivi, in tutte due le opere, sono chiamati morti. Inoltre, come abbiamo sopra accennato, entrambi i narratori ridanno vita ai morti, nella memoria e dalla memoria alla scrittura, ponendoli alla luce delle loro esistenze e al loro destino di esseri umani. In Dostoevskij i condannati che scontano il loro reato nella colonia penale siberiana non provano alcun rimorso per i loro delitti: “nel corso di alcuni anni non ho mai visto tra questi uomini il benché minimo segno di pentimento, e nemmeno il minimo pensiero penoso riguardo al proprio delitto”; “gran parte di loro interiormente si considerava davvero nel giusto” (ivi, p. 26); e ancora: “la maggior parte di loro non si considerava affatto colpevole. Ho già detto di non aver notato alcun rimorso” (ivi, p. 241). C’è un altro fattore che li rende simili ai morti: la difficoltà di stabilire rapporti di amicizia: “era raro che un detenuto entrasse in rapporti amichevoli con un altro. (…) Da noi in generale tutti avevano tra loro rapporti duri, aridi, con eccezioni assai rare, e si trattava di una sorta di tono formale, assunto e stabilito una volta per tutto” (ivi, pp. 174-175). Nella colonia penale “sempre e solo cattiveria, inimicizie, alterchi, invidia, continue punzecchiature nei confronti di noi nobili, sempre e solo volti incattiviti, minacciosi” (ivi, p. 269). In più, i ceti elevati sono “separati dal popolo semplice da un profondissimo abisso”, e viceversa il nobile non conoscerà mai la vera essenza del popolo. Il popolo si sente un mondo a parte; con i nobili non è possibile alcuna forma di solidarietà: il nobile, per quanto “sia giusto, buono, intelligente, sarà detestato e disprezzato per anni interi da una massa di persone; non lo capiranno e, soprattutto, in lui non avranno fiducia”; “non sarà mai dei loro in eterno, tormentosamente avrà consapevolezza della propria estraneità e solitudine. Questa estraneità a volte si realizzerà senza alcuna cattiveria da parte dei detenuti, ma così, senza nemmeno volerlo. Non c’è nulla di più terribile del non vivere nel proprio ambiente” (ivi, p. 326).

Immutabilità del carattere e mancanza, impossibilità di manifestazioni di affetto, anche se per ragioni molto diverse che ora qui non esamineremo, sono presenti sia fra i condannati della Siberia sia negli avi della Protagonista di Casa di morti.

Inoltre, in Siberia Dostoevskij era sostenuto dal libro della Bibbia, aggrappato a questo libro come un naufrago, l’unico che avesse con sé. La Protagonista di Casa di Morti visse per anni lo stesso rapporto che Dostoevskij aveva con la Bibbia con i suoi libri.

E come in Dostoevskij, la comprensione intellettuale e psicologica colloca la persona in uno spazio illuminato dove le distanze tra gli esseri umani si accorciano.

Francesca Farina, Casa di morti, Bertoni, 2017,  € 18,00.

 


5.09.2021 Commenta Feed Stampa