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Allucinazioni americane di Roberto Calasso

di Lorenzo Leone

Avverte una breve nota introduttiva che i due soli pezzi inediti di questo libretto di Roberto Calasso, inediti e recentissimi, sono ‘Figmentum’ e ‘Il ballo dei fosfeni’. Entrambi indagano Vertigo (La donna che visse due volte), il film di Alfred Hitchcock. Editi dunque gli altri scritti. Per esempio il ‘Teatro di posa della mente’ (su La finestra sul cortile) e ‘Il guanto di Gilda’ avevano già trovato accoglienza in un altro libretto di Calasso intitolato La follia che viene dalle ninfe. La summenzionata nota specifica nondimeno che i testi di questo libretto andrebbero letti «di seguito come una sequenza priva di interruzioni». Di fatto, lo stile adottato da Calasso può ricordare, almeno in parte, lo stile aforistico. E qui bisogna intendersi sulla parola aforisma. Non si tratta di proposizioni brevi e icastiche bensì di pensieri (di una pagina, una pagina e mezza o poco di più) ordinati conformemente a un ‘sistema’ (o metodo). Così, per esempio, un chiarimento giungerà dopo una digressione. (Ciò è più evidente in taluni di questi scribilli).

Curiosamente anche questo piccolo libro, come La follia che viene dalle Ninfe cui pare in qualche modo legato, contiene uno scritto su Kafka (il cui titolo, lo noto en passant, è anche quello del volume). Il Kafka ‘inquisito’ qui non è quello ilare che appare fra i nudisti nel precedente volume: è quello di Il disperso (o Amerika, giacché con questo titolo lo pubblicò Max Brod).[1] Verrebbe da chiedersi ora che posto abbia Kafka o il suo romanzo incompiuto in un volume, lo si sarà capito, dedicato al cinema (con certa predilezione per quello hitchcockiano). L’attinenza è però per Calasso indubitabile: «Se c’è un romanzo che permette di capire che cos’è il cinema, è Il disperso. L’occhio di Rossmann è già l’obiettivo della macchina da presa – e l’America che gli si offre è una visione allucinatoria di tutto ciò che il cinema è diventato» (p. 115). Allucinazione e iperrealtà, requisiti del cinema, sarebbero già nel romanzo di Kafka, in cui il Karl Rossmann vaga nel nord America «sulla superficie di una pellicola» (p. 122). Benché poi occorrerebbe «una osservazione da microscopista» per dire esattamente il perché (p. 115).

Questo libretto, si è detto, ha un argomento di fondo. Questo argomento è il cinema; è il cinema e il suo prerequisito: l’immagine – l’immagine o il simulacro o anche il figmentum (cfr. p. 30), l’idolo (della tradizione biblica), la copia (della tradizione platonica), il feticcio (cfr. p. 34 e p. 41). E, infine, l’occhio che ne è connesso: l’occhio umano, l’occhio potenziato della cinepresa (e si pensi anche al cannocchiale o all’obbiettivo fotografico di Jeffries in La finestra sul cortile).

Naturalmente l’immagine non è semplicemente ciò che l’occhio vede là fuori ma anche ciò che è prodotto dalla visione e dalle sue distorsioni, ciò che starebbe al di qua o nella testa, nella mente: le immagini mentali, le allucinazioni, i fosfeni (che ritroviamo in Vertigo). «La concezione stessa della sala e dello spettacolo cinematografico», scrive nel testo su Kafka, «tendono a ricostruire la condizione di una mente che, in solitudine, è intenta ad allucinare» (p. 117). Ma è soprattutto nelle pagine dedicate a Max Ophuls, già comparse ne La rovina di Kasch, che questa ‘dialettica’ di dentro e fuori dell’immagine cinematografica trova una elucidazione: c’è una «doppia vita» delle immagini cinematografiche: da un lato nelle strade del mondo là fuori, dall’altro nella mente come sua radianza (cfr. pp. 109-110). Ciò che Forse Marelau-Ponty, nell’Occhio e lo spirito, ha messo a fuoco con esattezza: «La parola immagine ha una cattiva fama perché si è creduto sconsideratamente che un disegno fosse un ricalco, una copia, una seconda cosa, e che l’immagine mentale fosse un disegno di questo genere nel nostro bazar privato». E, invece, prosegue, disegno, quadro e immagini «sono l’interno dell’esterno e l’esterno dell’interno, che la duplicità del sentire rende possibili».[2]

Forse l’argomento di questo nuovo libretto di Calasso è l’immaginario (parola che Calasso non impiega): quell’immaginario che, scrive ancora Merleau-Ponty (loc. cit.) «è molto più vicino e insieme molto più lontano dal fattuale».

 

Roberto Calasso, Allucinazioni americane, Adelphi, Milano, 2021, pp. 133, € 14,00.

 

Giudizio: 4/5

[1] Due gli scritti su Kafka in La follia che viene dalle ninfe (Milano, Adelphi, 2005): Kafka tra i naturisti e Kafka e Frau Tschissk. Nel primo scritto Calasso ci ricorda che allo Jungborn, l’istituto naturista e nudista, Kafka scriveva Il disperso.

[2] Maurice Marelau-Ponty, L’Occhio e lo spirito, SE, Milano, 1989, p. 21.


16.06.2021 Commenta Feed Stampa