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Je suis un monstre qui vou parle di Paul Preciado

di Lorenzo Leone

Immaginate di ritrovarvi di fronte a una platea di 3500 psicanalisti (siamo nell’era pre-Covid) riuniti per le giornate internazionali della scuola freudiana (il paese dei Cimmeri); immaginate di chiamarvi Paul Preciado (bambina e ragazza nella Spagna di Franco, lesbica a New York e ora uomo trans); immaginate che il tema discusso sia la donna in psicanalisi. Null’altro pare necessario, verrebbe da aggiungere, per generare una scossa tellurica. Quel 17 novembre 2019, al Palais des congrès, a Parigi, Preciado riesce a leggere solo un quarto del suo intervento prima di essere invitato a uscire. Ma in fondo, azzardo, bastava la sua presenza e il fatto che prendesse la parola per far deflagrare il conflitto – non a caso Preciado intitolerà il suo intervento Je suis un monstre qui vous parle, (io sono un mostro che vi parla).

La brevissima introduzione del volumetto (pubblicato da Grasset)[1] ritorna sugli avvenimenti: quando domanda agli astanti se fra loro vi sia uno psicanalista omosessuale, trans o non binario, dapprima si fa silenzio, un silenzio interrotto da qualche risatina; ben presto si levano le urla; una donna strepita: «Non bisogna lasciarlo parlare, è Hitler». Invitato a lasciare la tribuna, Preciado si allontana. I giorni seguenti l’École de la cause freudienne si divide, frammenti video del discorso, ripresi dai telefonini circolano su Intenet; versioni approssimative, tradotte, escono in Francia, in Germania, in Spagna, in Argentina, in Colombia. Di qui l’esigenza di approntare la pubblicazione del testo integrale – del testo che Preciado non era riuscito a leggere agli psicanalisti riuniti.

Non è ‘diplomatico’ questo discorso che si districa tra ricordi ed esperienze personali e teoresi e ricostruzioni genealogiche. Preciado non si schermisce né quando racconta di sé, della sua infanzia, della sua adolescenza, degli studi, della militanza, della transizione – di ciò che chiama issue, via d’uscita (pp. 27, 28, 34, 37, 125); né quando fronteggia la psicanalisi e la psicologia normative (p. 43) – che, d’altra parte, lo classificano quale «soggetto di una metamorfosi impossibile situandolo … al di là della nevrosi, sul bordo o anche nella psicosi, incapace … di risolvere correttamente un complesso di Edipo o soccombente all’invidia del pene», sicché il «mostro che vi parla» è, in effetti, «il mostro che avete costruito con i vostri discorsi e le vostre pratiche cliniche» (p. 17).[2]

Ma come la scimmia di Kafka il mostro tiene un discorso, anzi, una requisitoria. Perché si tratta di trovare una via d’uscita dalla gabbia (cage) dello stereotipo (donna, trans, uomo…) – o, detto altrimenti, di fabbricare la propria libertà (p. 31 e p. 37). E una via d’uscita non può che essere discorso pubblico – accorta e accanita politica. Allora ogni volta si tratta di infilarsi in una gabbia (non ultima quella della cultura accademica borghese occidentale, p. 35) per uscirne con «lo show della scrittura politica» (pp. 36-37);[3] ogni volta si tratta di decostruire e una volta per tutte di decostruire quella «vostra universalità repubblicana … privilegio della norma sessuale, razziale e di genere»; perché, chiaramente, «non c’è universalità nella narrazione psicanalitica» ed è sempre, in Freud, nei suoi allievi, in Lacan ecc., storia locale, «storie dello spirito patriarcale-coloniale europeo», etnocentrismo cieco (p. 42).

Accanto al discorso (politico), alla decostruzione dei saperi, il corpo, il corpo non già come «oggetto anatomico» bensì come «somateca», «archivio politico vivente». Bisogna ampliare il (la nozione di) corpo, prendere atto della sua storia, della sua metamorfosi, mediata dalle «tecnologie digitali, farmacologiche, biochimiche o protesiche» («nella transizione c’è un combinazione macchinica con l’ormone o con altro codice vivente») – attuare insomma un «processo di decolonizzazione del corpo» (pp. 48-49). Sono queste le pagine più vivide del discorso. Il mimetismo, nella transizione, è concetto inadeguato; la transizione è invece un processo di «tecnosciamanismo attivato dalla presenza del linguaggio e degli ormoni» che ricodifica «tutti i significanti politici e culturali». «Io sono la bambina che attraversa un villaggio della Cantabria … Sono il ragazzo che dorme nella stalla con le vacche … Sono la vacca che s’inerpica sulla montagna e che si nasconde agli sguardi umani. Sono Frankenstein … Sono il lettore di cui il corpo diviene un libro» (pp. 54-55).

Seguono tre sezioni (o capitoli) in cui Preciado genealogizza e decostruisce l’epistemologia (binaria e gerarchica) politica dei corpi. Trattarne, anche solo compendiosamente, esorbiterebbe dalla recensione. Si richiamerà qui soltanto l’invito finale, rivolto agli psicanalisti. Poiché oggi sono i corpi mostruosi a «produrre un sapere su se stessi» (p. 119), diviene sempre più urgente per gli psicanalisti ascoltare «le voci escluse dal regime patriarcale-coloniale che rileggere Freud o Lacan» (p. 121). È (o sarebbe) venuto il momento per la psicanalisi di «avviare un processo di ‘depatriarcalizzazione’, di ‘deseterosessualizzazione’ come narrazione, come discorso e come pratica clinica» (p. 125).

Libro stimolante, il cui argomento è svolto con sistematica provocazione, questo di Preciado. Non si può che auspicarne la traduzione.

Paul B. Preciado, Je suis un monstre qui vous parle. Rapport pour une académie de psychanalystes, Grasset, Paris, 2020, pp. 127, € 9.

 

Giudizio: 5/5

[1] Paul B. Preciado, Je suis un monstre qui vous parle, Rapport pour une académie de psychanalystes, Grasset, Paris, 2020. Il testo non stato tradotto in italiano. Tutte le traduzioni sono mie.

[2] «Fandonie. Io non sono affatto ciò che voi immaginate» (p. 44). Già demenziale gli appare invero che nel 2019, un po’ come nel 1917, e forse esattamente come nel 1917, gli psicanalisti si incontrino per questionare della donna nella psicanalisi e non invece dell’uomo «bianco, eterosessuale e borghese nella psicanalisi» (p. 18) – e cioè a dire di quello che, senza mezze misure, definisce (con Achille Mbebe, teorico del post-colonialismo e storico camerunense «un animale necropolitico» (p. 19).

[3] È anche una voce, una voce «fabbricata ma biologica, estranea ma interamente mia [quella con la quale] mi rivolgo a voi oggi» (p. 39). Ed è anche uno sguardo differente: «Ho imparato a incrociare lo sguardo degli altri uomini senza abbassare lo sguardo e senza sorridere» (pp. 40-41).


24.03.2021 Commenta Feed Stampa