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Un consiglio avveduto di Scholem Aleykhem

di Lorenzo Leone

Con il titolo Un consiglio avveduto Adelphi pubblicava, nel 2003, tre racconti di Sholem Aleykhem. Centotrenta pagine in tutto e una nota di Claudia Rosenzweig a inquadrare l’autore, uno dei fondatori della letteratura yiddish; e a ricordarne, da ultimo, la fortuna precoce in Italia (una prima traduzione del 1918, due anni dopo la scomparsa dello scrittore) ma, tutto sommato, una trascelta ancora limitata dell’opera sua considerevole a distanza di parecchi decenni (nel catalogo Adelphi si segnalano altri due volumetti: Storie di uomini e animali, 2007; Cantico dei Cantici, 2004; né posso omettere di menzionare Tewje il lattaio, ieri Feltrinelli oggi Bollati Boringhieri, per la traduzione storica, risalente al 1928, di Lina Lattes). Dubito che in vent’anni la situazione sia granché cambiata.

Tre racconti yiddish, dunque, e tre racconti comici – di una comicità, daccapo, yiddish che qui ritroviamo nella sua forma più ‘genuina’: quella del monologo in cui il protagonista (voce, attore) racconta i fatti propri, la propria personale vicenda, in una specie di sfogo logorroico, pittoresco, felice. La voce monologante, insolente, petulante – questa voce non teme di contraddirsi nel discorso; suoi ‘connettori’ sono intercalari, formule proverbiali, invettive (peraltro: la primissima opera di Sholem Aleykhem è un dizionario in yiddish intitolato Le invettive di una matrigna), magie dei ritmi.

Basterà un esempio.  A parlare è un giovane che chiede consiglio (p. 29): «Mi piacerebbe tanto sapere cosa avreste fatto, per esempio, se una storia del genere fosse capitata a voi! Vale a dire, se foste voi ad avere un suocero rozzone, una suocera con uno scialle turco e che passa il tempo a brontolare, una moglie sana e forte che è sempre dal dottore, e la città segnasse a dito voi … Mi sa che vi svegliereste e fuggireste nel bel mezzo della notte, divorziereste e fuggireste all’altro capo del mondo». E subito dopo: «Certo … per voi è facile dire mi sveglio, divorzio e fuggo all’altro capo del mondo! Si fa presto a dire ‘fuga’! Quale fuga? Chi fugge? Dove fugge? Sottoterra? E come la mettiamo con la figlia unica» che erediterà una montagna di soldi ecc.?

La comicità di questi monologhi (racconti) non ha nulla di accusatorio, di sarcastico, di fraudolento. Se il monologante sta pur sempre di fronte al suo ascoltatore (allo scrittore, a uno scrittore come nel primo racconto) separandosi da lui, come non manca di notare Claudia Rosenzweig nella sua nota; se, con ciò, diviene occasione di una blanda presa in giro, nessuna mostrificazione è possibile; perché il comico si aggiunge alla nuda presenza del suo essere infelice (a controbilanciarla dice Rosenzweig). Dark humor? Indubbiamente, ma anche uno humour dolceamaro.

 

Scholem Aleykhem, Un consiglio avveduto, tr. it. di Franco Bezza, Haim Burstin, Anna Linda Callow, Adelphi, Milano, 2003, pp. 130, € 8,00.

 

Giudizio 5/5


15.02.2021 Commenta Feed Stampa