Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Dissezioni > Un posto piccolo di Jamaica Kincaid

Un posto piccolo di Jamaica Kincaid

di Lorenzo Leone

Il piccolo posto di cui scrive Jamaica Kincaid, scrittrice afro-caraibica nata e cresciuta a Saint John’s ed emigrata negli Stati Uniti attorno alla metà degli anni Sessanta, è Antigua: l’Antigua dell’infanzia e dell’adolescenza travagliate e l’Antigua visitata de passage vent’anni più tardi. A Small Place, che esce nel 1988, è un dunque, il «viaggio nel presente e nel passato di Antigua presentato da una scrittrice espatriata».[1] Un viaggio e un resoconto, un saggio (essay) non esente da biografismo, un pamphlet caustico e brillante, una satira (anche politica in senso nobile e persino archetipico).

Ciò non spiega ancora l’audacia e l’attrattiva di questo libretto di ottanta pagine; audacia e attrattiva che difatti si trovano altrove e, mi pare, nel rovesciamento delle prospettive ‘ordinarie’. Suzanne Gauch, nel saggio dedicato all’opuscolo, ha rilevato, per esempio, che Kincaid presenta al lettore (che è anzitutto il lettore nordamericano o europeo, il bianco, il turista) tutto ciò che di Antigua non vede e non vedrà o non avrà avisto; e cioè a dire l’occupazione e la ristrutturazione (coloniali)[2] dello spazio del piccolo posto: «Forse pensi che avevate compreso l’età dei lumi […]; voi amavate il sapere e ovunque andavate facevate in modo di costruire una scuola, una biblioteca (sì, e in entrambi i casi distorcevate o cancellavate la mia storia e celebravate la vostra»; «Voi dimenticherete il ruolo che avete svolto nell’organizzazione di tutto questo, che la burocrazia è una vostra invenzione, che il Prodotto Nazionale Lordo è una vostra invenzione, e che tutte le vostre leggi favoriscono misteriosamente soltanto voi».[3] La condizione, ovviamente, non muta con l’indipendenza perché il governo è corrotto: «Il governo è corrotto. Sono tutti dei ladri, dei veri ladroni» (p. 45). Antigua è un paese in vendita. Nessuna frattura clamorosa tra storia coloniale e la storia post-coloniale del piccolo posto.[4]

L’altro rovesciamento di prospettiva sta in questo: a parlare, a rampognare, a dileggiare con sicura facondia è qui una donna afro-caraibica di estrosa e maliziosa intelligenza che si rivolge (specie nella prima parte dello scritto) a un ‘tu’ assai caratterizzato. Si tratta di quel lettore menzionato sopra (il turista nordamericano o europeo bianco) cui Kincaid rivolge apostrofi irate e beffarde: «Ciò che hai sempre sospettato sul tuo conto, appena diventi turista è vero: un turista è un individuo sgradevole» (pp. 22-23); più avanti: «Qualcosa di sgradevole, ecco cosa sei quando diventi un turista, qualcosa di sgradevole, vuoto, stupido, un rifiuto che si posa qua e là a guardare questo e quello, e non ti sfiora nemmeno il pensiero che quelli che abitano nel posto in cui tu sei appena di passaggio non ti sopportano nemmeno un po’» (p. 25).[5] E poiché il turista di oggi è il colonialista di ieri, un trattamento analogo e anche più violento è riservato agli inglesi. E d’altra parte, «fra di voi dovevano esserci anche delle brave persone, ma quelle sono rimaste a casa» (p. 42).

Se talvolta Kincaid sembra affermare la tesi di una differenza identitaria, culturale e persino antropologica (anche qui nel rovesciamento che attribuisce ai bianchi colonialisti e razzisti le deficienze generalmente dai bianchi colonialisti e razzisti attribuite ai neri, sicché «ci sentivamo superiori a tutti loro», p. 36), le ultime pagine del libello la negano recisamente: «Certo, quando cessi di essere un padrone […] non sei più un rifiuto umano, sei soltanto un essere umano. […] Lo stesso vale per gli schiavi. Quando non sono più schiavi, quando sono liberi, non sono più nobili e di stirpe illustre; sono soltanto esseri umani» (pp. 82-83).

Resta fino alla fine l’idea della eccezionalità del piccolo posto, del posto dove la gente «coltiva i piccoli avvenimenti» (p. 58), gli avvenimenti domestici, dove «più la cosa ha un significato», più viene privata «di qualsiasi significato» (p. 16). L’orizzonte breve, delimitato (de-limitato), insulare e ‘isolante’ del piccolo posto si ripercuote sul tempo, sulla concezione o percezione del tempo: «Per la gente di un posto piccolo la suddivisione del Tempo in Passato, Presente e Futuro non esiste» (pp. 57-58).[6] È una destoricizzazione[7] che rende irreale il piccolo posto, irreale e bello. Proprio per ciò Antigua è anche una prigione; ed è «come se ogni cosa e ogni persona all’interno fossero rinchiuse dentro e ogni cosa e ogni persone che non sono dentro fossero rinchiuse fuori» (p. 81). Una doppia chiusura.

 

Jamaica Kincaid, Un piccolo posto, tr. di Franca Cavagnoli, Adelphi, Milano, 2000, pp. 83, € 9,00.

 

Giudizio: 5/5

[1] Gauch, Suzanne, A Small Place: Some Perspectives on the Ordinary, in «Callaloo», 25, n. 3, 2002 (pp. 910-19), p. 910. Accessed November 20, 2020. http://www.jstor.org/stable/3300124.

[2] Ibid.

[3] Jamaica Kincaid, Un piccolo posto, tr. di Franca Cavagnoli, Adelphi, Milano, 2000, pp. 42-43. D’ora innanzi il numero della pagina seguirà direttamente le citazioni.

[4] L’antiguano non riesce «a vedere [il] rapporto tra la sua ossessione per la schiavitù e per l’affrancamento degli schiavi e la sua celebrazione della Scuola alberghiera» (p. 59) che è una specie ad Antigua di istituzione.

[5] Ancora più avanti, con indubbio humour, si rammarica dello sviluppo edilizio di St. John’s, dei negozi e delle boutique edificati affinché «i turisti [possano] comprare tutte le cose orribili che in genere comprano i turisti, tutte le cose orribili che poi si portano a casa, mettono in soffitta, e i figli devono gettar via quando i turisti, finalmente muoiono» (p. 52).

[6] Più avanti: «Nessuna Rivoluzione industriale, nessuna rivoluzione di alcun genere, nessuna Età di Nitente, niente guerre mondiali, niente decenni di disordini compensati da decenni di tranquillità» (p. 81).

[7] Sul punto si veda anche il saggio di Suzanne Gauch (cit., p. 917) che di questa destoricizzazione sottolinea la ‘pericolosità’.


21.11.2020 Commenta Feed Stampa