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La Città dei Vivi di Nicola Lagioia. La città, il linguaggio, il romanzo.

di Vincenzo Politi

Se è vero che i romanzi ci aiutano a capire la realtà, bisognerebbe domandarsi fino a che punto siamo in grado di capire i romanzi.

Si potrebbe cominciare, quindi, con il porre l’attenzione su come se ne parla, dei romanzi. Ci sono quelli che dividono la critica. Per dirne una: alla sua uscita, nel 1988, Il Pendolo di Foucault portò esaltatori e detrattori a lanciarsi in estenuanti esercizi di elucubrazione sui numerosi paginoni di quotidiani e riviste. I giudizi non potevano essere più polarizzati: se da un lato Maria Corti (su Panorama) applaudiva la matrice Borgesiana del Pendolo, dall’altro Pietro Citati (su Repubblica – ed a partire dalla prima pagina, nientemeno!), in una strana recensione concentrata più sull’autore che sull’opera, concludeva sprezzante che “Eco non era Calvino, né Cioran, né tantomeno Borges. Era soltanto Umberto Eco”. Ad uno sguardo approfondito non sfugge come queste apparenti polarizzazioni vengano in realtà sviluppate dall’interno della medesima prospettiva. Benché antitetiche, le conclusioni della Corti e di Citati vengono infatti raggiunte a partire da premesse comuni: affermare che “Il Pendolo di Foucault è bello perché assomiglia ad un racconto di Luis Borges” o che “Il Pendolo di Foucault non è bello perché non assomiglia ad un racconto di Luis Borges” significa dare per scontato che, per essere bello, il nuovo romanzo di un italiano deve assomigliare al vecchio romanzo di qualcun altro, meglio se straniero (o al limite, se questo qualcun altro deve essere italiano, che sia perlomeno morto: ovvero santificato, quindi sacralmente irraggiungibile).

Fare a gara a scovare la paternità letteraria di un romanzo italiano contemporaneo pare sia uno degli innumerevoli sport tanto cari alla nostra atletica nazione. Uno sport senza dubbio dinamico e divertente, che consente a critici e recensori più o meno dell’ultim’ora di sfoggiare la loro erudizione e di sostituire la critica, l’analisi e la riflessione con elenchi giocondi di nomi e di titoli, per poi vedere chi ce l’ha più lungo, l’elenco. Ma è anche un gioco che nasconde un malinconico cinismo: bene che vada la letteratura italiana è figlia, il più delle volte però non è che sfigata figliastra, e sia come sia non raggiungerà mai l’indipendenza della maggiore età. Stando così le cose la critica letteraria, o quel che ne rimane, non può fare altro che dirci (o dirsi) in che misura quello che è stato scritto oggi in Italia assomiglia a ciò che è stato scritto ieri altrove. Come osserva Davide Morganti in quel piccolo capolavoro meta-letterario che è Il cadavere di Nino Sciarra non è ancora stato trovato, in un paese culturalmente mafioterronistico come l’Italia, ogni cosa, inclusa la letteratura, necessita il pagamento del pizzo. Hai scritto un romanzo sul tempo e sulla memoria? Allora la critica dirà che la tua è ‘un’opera proustiana’, come se Proust detenesse il monopolio di tutto ciò che riguarda il tempo e la memoria. Hai voluto prenderti lo sghiribizzo di mettere le note a pie’ di pagine in un romanzo? Allora si dirà che ti sei ispirato a David Foster Wallace, come se David Foster Wallace gestisse lo spaccio delle note a pie’ di pagina. In Italia non si può scrivere nulla di nuovo senza pagare il pizzo a questo o a quell’altro, perché la letteratura italiana deve essere sempre serva, mai padrona.

Il problema nasce quando i suoi pizzi vengono pagati alla luce del sole. Senza il ricorso ai confortanti e banali paragoni con gli ‘altri’, cosa rimane da dire di un libro scritto in Italia, da un italiano, nel 2020? È questo uno degli interrogativi che ci pone La Città dei Vivi, ultimo libro di Nicola Lagioia. Sono passati più di trent’anni dal Pendolo di Foucault e nel caso di Lagioia la critica non è affatto divisa. La Città dei Vivi, anzi, è praticamente promosso all’unanimità, sia sui giornali che nei vari blog letterari. Eppure sembra che le cose non siano cambiate più di quel tanto dai tempi lontani della smaniosa Eco-mania. Il nuovo libro di Lagioia racconta l’omicidio di Luca Varani per mano di Manuel Foffo e Marco Prato. Una storia di perversione e violenza immotivata: una brutta storia. Dalle indagini emerse una Roma fatta di cocaina e festini omosessuali, trasgressioni e prostituzione, nella quale due ragazzi benestanti di buona famiglia torturarono, seviziarono e infine uccisero un ragazzo ventitreenne, con una efferatezza talmente immotivata e inaudita da sconvolgere l’opinione pubblica. All’epoca dei fatti, Lagioia venne contattato da una testata giornalistica per scrivere un reportage sul caso. La Città dei Vivi nasce in quel non troppo lontano 2016, quando Lagioia si sorprese turbato ed ossessionato dal caso Varani. Il suo libro nasce da un reportage, ma non è un reportage.

Come se ne è cominciato a parlare, dunque, di questo libro? Semplice: ricorrendo alle categorie predefinite, impegnandosi nel solito giochetto di rimandi e citazioni più o meno eruditi. Si parla di un efferato omicidio e di uno scrittore che prova a capircene qualcosa, allora ecco che ci si sente in dovere di nobilitare il suo lavoro attribuendone la paternità ad un altro. Che il libro di Lagioia sia ‘debitore’ al celebre A sangue freddo di Truman Capote è sottolineato e dato per scontato praticamente da tutti, dalla redazione di The Globalist e del Libraio, fino ad arrivare a Michele Masneri (su Il Foglio) e a Walter Siti (su Il Domani). Il quale Walter Siti, però, non si accorge che nel libro di Lagioia ci sono finiti pure lui e il suo Contagio: i riferimenti di Lagioia ad una malvagità capitolina che si diffonde come un virus, al punto che non avrebbe più nemmeno tanto senso parlare di ‘mondi di sopra, di sotto e di mezzo’, o di ‘parti’ di Roma che contagiano altre parti  (perché in fondo tutta la città è ormai contagiata) sono non solo copiosi, ma anche lampanti.

Quasi stupisce che, in questa gara forsennata per scoprire da chi e da quanti Lagioia abbia preso a prestito questo o quello, non sono stati in moltissimi a prendersi la briga di menzionare L’Avversario di Emmanuel Carrère. Eppure, se proprio La Città dei Vivi deve essere figlia di qualcuno, allora è più probabile che lo sia di Carrère e non di Capote: fu il francese, a differenza e in netto contrasto con l’americano, a ‘intromettersi’ nel racconto del caso Romand, finendo con l’utilizzare il contenitore del reportage per fare auto-fiction. Questo è esattamente quello che fa anche Lagioia nel momento in cui, a partire dal secondo capitolo, irrompe nel racconto con una voce che è allo stesso tempo narrante e narrata. Né mancano nel libro di Lagioia altri riferimenti, ancora più inequivocabili, a quel male satanico di cui aveva parlato Carrère e che è il vero grande ‘avversario’ dell’uomo. Tutto questo lo ha notato, e con grande acutezza, Domenico Starnone (Corriere della Sera), il quale, parlando di La Città dei Vivi, si impegna a ripercorre lo sviluppo e l’evoluzione di quella che definisce “linea narrativa Capote-Carrère-Cercas”.

Di tutte le recensioni di La Città dei Vivi, quella di Starnone è la più ragionata e approfondita. Eppure, non è forse troppo ingenuo limitare il discorso attorno a un libro che parla di un caso di cronaca nera al paragone con altri libri che parlano di casi di cronaca nera? Una simile ingenuità non la si trova nell’articolo di Antonella Lattanzi (La Stampa), la quale, completamente fuori dal coro delle altre recensioni tutte più o meno simili fra loro, afferma che La Città dei Vivi “non c’entra niente col reportage o il memoir […] non è assimilabile all’Avversario di Carrère – che pure racconta un caso di cronaca nera – né alla non-fiction novel del Truman Capote di A sangue freddo da cui l’«io» era bandito per definizione”.

Del resto, è Nicola Lagioia stesso a cospargere il suo libro di citazioni talmente ovvie che a sottolinearle si rischia di essere veramente troppo banali. “Guardate”, sembra dirci, “questa parte è evidentemente ispirata a Truman Capote, quest’altra evidentemente a Walter Siti. Si parla di marchette, in questo libro, quindi è evidente che sono debitore a Pasolini. Roma è descritta come uno gnommero irrisolvibile, quindi è evidente che sto strizzando l’occhio a Gadda. In questo capitolo, invece, evidentemente c’è Carrère”. Questi elementi, nella Città dei Vivi, ci sono e sono evidentissimi, il che vuol dire che noi non abbiamo bisogno di metterli in evidenza, né dovremmo farlo, dal momento che è stato Lagioia a farlo da sé solo.  Lo scrittore ha già pagato il pizzo in anticipo.

Precisiamo subito una cosa: è ovvio che un romanzo non nasce mai in un vacuum, che ogni scrittore ne ha altri di riferimento, e in più prende a prestito, ruba, modifica, si ispira. Il vero problema non è a monte, ma nasce a valle nel momento in cui si scopre che proprio non si riesce a parlare di un libro se non attraverso i rimandi ad altre opere che gli sono superficialmente simili. Senza il conforto dei paragoni più ovvi la critica sembra trovarsi spiazzata, smarrita, come se citare, paragonare o addirittura evocare siano condizioni necessarie dell’analisi e dell’interpretazione. Nel caso di La Città dei Vivi, però, bisognerebbe tener conto del carattere e della preparazione del suo autore. Nicola Lagioia è non solo uno che scrive, ma anche uno che legge moltissimo: un personaggio dunque davvero insolito per il panorama italiano degli scrittori considerati ‘di successo’ (Premio Strega, libri pubblicati con grande case editrici, eccetera).  Ama moltissimo Faulkner, e si vede, comprende Michel Houellebecq, è stato uno dei primi in Italia a parlare di Roberto Bolaño con grande preparazione, oltre che con contagiosa passione. Conoscendo, quindi, la cultura letteraria di Lagioia, del resto intuibile nelle sue pagine, viene il sospetto che dietro il suo libro ci siano molte più influenze che Truman o Carrère, e che La Città dei Vivi sia il risultato di un lungo ed elaborato percorso estetico e intellettuale.

Per capirlo, e quindi per uscire da certi cul-de-sac ermeneutici, basterebbe cominciare col domandarsi di cosa parla veramente il suo libro. La Città dei Vivi ricostruisce un fatto di cronaca, come avevano già fatto molti altri scrittori, è vero, ma lo fa per dire qualcos’altro. La Città dei Vivi, infatti, parla del male. Con buona pace di Hannah Arendt, il male di cui parla Lagioia non è ‘banale’, perché persino la banalità dell’esecuzione meccanica di ordini criminali può trovare una sua spiegazione (che non significa, ovviamente, giustificazione). Quello di cui parla Lagioia è un male assoluto, totale, che non ha ragione né spiegazione né giustificazione al di là di se stesso, che non ha altro scopo se non quello di perpetuarsi e diffondersi all’infinito. Si tratta di un male che si è impossessato di Manuel Foffo e Marco Prato per torturare e assassinare Luca Varani, ma che è addirittura fuoriuscito dai limiti corporei dei due assassini, se è vero che era l’appartamento stesso di via Igino Giordani a trasudare malvagità. Un male che, dopo averli usati, si è ritorto contro Foffo e Prato, i quali uccidendo Varani hanno distrutto sé stessi e senza nemmeno opporre resistenza alla propria disfatta definitiva. Al contrario: a volte si ha quasi l’impressione che l’obiettivo principale di questo male assoluto, che trabocca dalle menti e dai corpi fino ad abitare e animare le cose e le case, fossero stati sin dall’inizio proprio Foffo e Prato, ma che per annientare loro due ha prima avuto bisogno di uccidere Varani.

Quello di Lagioia, dunque, non è né un reportage come quello di Capote, né un récit come quello di Carrère. Piuttosto, è un trattato di metafisica. Non si può fare a meno di notare, a questo punto, come sia l’incipit di La Ferocia, il romanzo precedente di Lagioia, che nel 2014 gli valse il Premio Strega, sia l’incipit della Città dei Vivi abbiano come protagonisti gli animali: quelli notturni che abitano il buio, nel primo caso, topi striscianti divorati da cattivissimi gabbiani, nel secondo. Nelle pagine di Lagioia, la ferocia e il male che animano e motivano le azioni degli uomini vengono presentate come l’estensione di una tragica ed implacabile legge di natura. La visione non potrebbe essere più Schopenhaueriana-Leopardiana: tutto l’universo non obbedisce all’amore, ma all’orrore.

Lagioia, però, non è un riduzionista: dire che gli uomini condividono con le bestie una primordiale ferocia non significa dire che non ci siano differenze fra gli uni e gli altri. Oltre al male e alla sopraffazione, infatti, Lagioia non può non parlare anche di quella cosa che forse, come la vergogna, solo gli uomini possono provare: la solitudine. O meglio: un tipo di solitudine particolare, ‘postmoderna’, camuffata da libertinaggio, esibizionismo, feste e foto su Instagram. Esiste la placida solitudine di chi ce l’ha fatta ed è arrivato in cima. Esiste però anche la solitudine di chi è rimasto in basso, fra i vinti che fanno finta di essere vincitori a dispetto della spietatezza delle evidenze contrarie. È un tipo di solitudine che è diventato quasi inevitabile. In un mondo in cui tutti possono essere celebrities o influencers, nessuno è veramente un divo. Se non esiste più la cima della piramide allora sono tutti condannati alla bassa mediocrità. Se nessuno è veramente indimenticabile, quello della spicciola notorietà diventa un tram affolatissimo: un mezzo di trasporto pubblico – un ‘trasportapoveri’, come viene definito dai giovani inutili della Città dei Vivi, che non hanno assolutamente nulla a parte la loro inutile gioventù e i soldi per prendere il taxi per non mischiarsi coi tanto disprezzati ‘altri’, costi quel che costi. Soprattutto, viene il sospetto che se viviamo in un mondo in cui nessuno può diventare qualcuno, l’unico modo per sentirsi qualcosa è quello di autodistruggersi nel modo più spettacolare possibile. C’è qualcosa di perverso nell’inettitudine di due assassini totalmente incapaci, che pare abbiano fatto di tutto per farsi prendere: si sono tenuti il morto in casa, uno dei due ha pure confessato tutto l’indomani. È come se non vedessero l’ora di essere acciuffati, catturati, distrutti. Forse il desiderio più grande di Marco Prato era stato da sempre quello di suicidarsi, giusto per il gusto di lasciare un biglietto con le ultime parole di un’altra: se non puoi essere una vera star, puoi almeno morire come Dalida. Forse, messo davanti al fatto di non essere in grado di creare assolutamente nulla, l’unica alternativa rimasta a Manuel Foffo era la distruzione: della vita di un ragazzo di ventitré anni, della sua vita, di quella della sua famiglia, di tutto. Distruggere tutto, tranne la propria reputazione da eterosessuale: perché l’assassino più efferato e famoso di Roma non può mica passare per ricchione! Dietro il caso Varani sembra esserci una pulsione di morte così potente, un desiderio autodistruttivo così estremo, un disprezzo della propria esistenza così totale che, per realizzarsi, ha dovuto prima passare per la morte di qualcun altro. È proprio di questo che parla il romanzo di Lagioia. Una volta superate le considerazioni sulla sua facciata, quindi, l’interno della Città dei Vivi appare come qualcosa di molto differente dall’Avversario o da A sangue freddo: Marco Prato e Manuel Foffo, i demoni di questa storia, sono in realtà personaggi dostoevskijani.

Posto che ciò di cui parla La Città dei Vivi non è ‘solo’ il caso Varani, ma il male assoluto, il problema che un romanziere che si rispetti dovrebbe porsi diventa: come parlare di questo male? Lagioia il problema se l’è posto, ma non l’ha né risolto né dissolto. Piuttosto, lo ha esposto. La Città dei Vivi sembra, infatti, un romanzo che soffre di una strana crisi di identità. Ogni capitolo è diverso dall’altro: se il primo si apre in maniera ‘feroce’, nel secondo compare Lagioia stesso che fa autofiction à la Carrère, ma poi si cambia di nuovo e si arriva a un capitolo in cui la struttura del racconto ‘esplode’, producendo piccoli frammenti di interviste reminiscenti della mirabolante seconda parte di I Detective Selvaggi di Roberto Bolaño, scrittore che Lagioia del resto conosce molto bene. In tutto ciò c’è anche l’enigmatico fil rouge delle avventure di un turista olandese a Roma, nonché gli intervalli di riflessione e introspezione che l’autore (fortunatamente per noi lettori) si concede. Come tutte le crisi, però, quella di identità del romanzo di Lagioia è un’opportunità per esplorare e rimettere in discussione il concetto stesso di romanzo. Se il romanzo è il racconto di un mondo post-epico abbandonato dagli dei, allora il contenitore romanzesco deve adeguarsi alla schizofrenica frammentazione di quel mondo che ambisce a contenere. Il mondo è incoerente, eterogeneo e complesso. Una totalità priva di senso che il caso Varani esemplifica. Un caso in cui c’è di mezzo tutto: cocaina e disoccupati; travestiti e ammucchiate; un ragazzo che è in realtà una femme fatale e un altro che si dichiara traumatizzato per aver ricevuto in regalo un tipo di automobile piuttosto che un altro, e che insieme formano una coppia di assassini-amanti-droga

ti a metà tra Bonnie e Clyde e Psycho di Hitchcock; intellettuali radical chic e ragazzi di borgata la cui unica ricchezza è il proprio corpo muscoloso, levigato, tatuato e bellissimo; complessi Edipici, intrighi carcerari e Flavia Vento. Un tutto che supera la somma delle parti e che però sembra non andare da nessuna parte. Ecco, allora, che i vari capitoli della Città dei Vivi svelano proprio questo: l’impossibilità di spiegare il male assoluto che sta alla base di quel tutto. Come la città di Roma, La Città dei Vivi ha sì un centro (l’omicidio di Luca Varani) ma anche una periferia che si estende illimitatamente, buche e lavori in corso, confini labili se non inesistenti. Il romanzo di Lagioia è la metafora di Roma che è la metafora del romanzo di Lagioia.

 

Un romanzo, in fondo, è una città fatta con le parole e anche il linguaggio gioca un ruolo non banale nella Città dei Vivi. Lagioia mette al bando gli anglicismi superflui: nella sua città linguistica, non si fa ‘coming out’ ma si ‘viene allo scoperto’. Le parole inglesi sono parole forestiere, che non possono scavare nel fondo della città di Lagioia. Alcuni anglicismi però rimangono e convivono con certe controparti italiane. Ci sono, per esempio, sia i ‘gay’ che i ‘froci’, che però non sono esattamente la stessa cosa: proliferano le parole ma pure i concetti che le sottendono, quindi si moltiplicano anche le entità percepite che vanno poi a popolare una realtà sempre più aumentata, sempre più gigantesca e labirintica, sempre più tumoralmente in espansione. Infine, altri anglicismi vengono menzionati giusto per smascherare il sistema di pensiero fondamentalmente ipocrita che li ha introdotti:

“Vivevamo l’epoca dello storytelling, un periodo in cui professionisti senza scrupoli maneggiavano l’armamentario con cui si fabbricano le storie di finzione per creare consenso e alimentare l’odio”.

Se lo storytelling tanto à la mode è vacuo, ipocrita, inautentico, si presume che la narrazione sia qualcosa di nobile, faticoso, che tende verso il vero. Il che significa che se uno scrittore vuole scrivere un romanzo e non fare semplice storytelling, non può che scrivere della verità. Il che a sua volta significa quindi che lo scrittore non può essere propriamente autore, perché può solo trascrivere. Soffermiamoci, per esempio, al capitolo ‘bolañano’, quello delle interviste (anche se una simile considerazione potrebbe valere per molte altre parti del libro, come quelle dove si riportano messaggi WhatsApp e chattate su Facebook). Chi è il ‘vero autore’ di quel capitolo? Lagioia ha semplicemente trascritto le parole degli altri: lo scrittore si è fatto intervistatore, cioè trascrittore.

(Aggiungo tra parentesi che almeno, nel caso di La Città dei Vivi, sappiamo chi è l’intervistatore. Nel caso di Detective Selvaggi, invece, non si è ancora riflettuto abbastanza su un problema fondamentale: chi ha condotto le interviste che ne costituiscono la seconda parte? Ecco come la riflessione sull’identità di un romanzo ci costringe a interrogarci su altri romanzi. Si potrebbe obiettare che il problema della vera identità dell’intervistatore non sussiste: nel romanzo di Bolaño quelle interviste sono ‘finzione letteraria’, mentre nel caso di Lagioia le sue interviste sono ‘vere’. Questa obiezione però tradisce un certo pregiudizio su cosa sia ‘vero’ e cosa sia ‘finto’, nell’una come nell’altra opera. Piuttosto che presumerla, però, il romanzo problematizza la distinzione fra vero e falso, nonché la sua validità ed utilità.)

Quello delle interviste, però, è solo il caso più lampante. In fondo, l’autore di La Città dei Vivi è stato trascrittore di tutta la vicenda: la storia si è svolta davanti ai suoi occhi prima ancora che fosse catturata nelle sue pagine. Lagioia riflette su questo problema e sembra suggerirci una risposta:

“L’omicidio getta su vittima e carnefice la sua luce, ed è sempre una luce parziale, una luce perversa, l’omicidio è il male e il male è il narratore della storia”.

Torna dunque il male assoluto, che è allo stesso tempo il protagonista e l’unica vera voce narrante possibile della storia. Il male totale e impersonale che ha posseduto e manipolato Foffo e Prato è l’autore della storia, il vero narratore che possiede Lagioia, costringendolo a impegnarsi in un lavoro di scrittura che non può essere altro che di trascrittura. Da questo punto di vista, quindi, non c’è molta differenza fra lo scrittore e l’assassino: scrivere (o trascrivere) diventa un atto involontario, sragionato, guidato da una forza oscura. E se, come si è detto prima, Foffo e Prato hanno avuto bisogno di uccidere per poter autodistruggersi, allora forse anche il gesto oscuro della scrittura è stato compiuto da Lagioia contro Lagioia.

A meno che lo scrittore in questione non sia capace di ribellarsi. La ribellione di Lagioia è stata quella di aver raccontato Luca Varani. Da questo punto di vista, l’autore di La Città dei Vivi è stato veramente un detective selvaggio: non ha cercato i colpevoli, che tutti conoscono, ma ha investigato sulla vittima, che tutti hanno dimenticato. L’omicidio è un enorme occhio di bue che mette in risalto gli assassini: due individui estremamente egoisti e narcisisti come Marco Prato e Manuel Foffo lo sapevano benissimo. Eppure, mentre l’Italia si interrogava sulle motivazioni, i traumi, le patologie e le identità sessuali di quei due, non molti si chiedevano chi era Luca Varani, come aveva vissuto, come avrebbe voluto vivere. Un ragazzo di ventitré anni è stato torturato, massacrato e ucciso in maniera indicibile: questa non è materia per becero storytelling, ma una tragedia la cui portata solo la letteratura può provare a sfiorare. Lagioia lo ha fatto: ha sfiorato la portata della tragedia di Luca Varani. Lo ha fatto senza idealizzare la vittima, senza nasconderne i difetti, le ambiguità, i lati problematici. Nicola Lagioia ha raccontato Luca Varani amandolo incondizionatamente. Se tutto l’universo obbedisce all’orrore, l’amore è l’unica ribellione possibile.

Quando è uscito La Città dei Vivi ero nel bel mezzo della letteratura di L’Architettrice, di Melania Mazzucco. È davvero un bellissimo libro, quello della Mazzucco: la biografia romanzata di Plautilla Bricci, pittrice e architetto della Roma barocca. Raccontata con grande scioltezza narrativa, la storia di Plautilla parla di arte, donne, potere. E di Roma, una città che non sembra essere cambiata dai tempi in cui Bernini e Borromini la reinventavano e la ricostruivano. O dai tempi in cui Nerone cantava, se è per questo. Arriva il 20 ottobre ed esce il libro di Lagioia: casualmente, un altro libro su Roma. Ecco, allora, che sento arrivare quella cosa indescrivibile: il desiderio – o, come dice un mio amico, l’urgenza, perché in fondo sia la scrittura che la lettura sono spesso guidate da questa strana urgenza che non sappiamo spiegare nemmeno a noi stessi. Interrompo (temporaneamente) la lettura del romanzo della Mazzucco e mi tuffo nell’oceano oscuro di Lagioia. E affogo. Per due giorni non ho fatto altro che leggere e pensare a La Città dei Vivi. Leggere questo libro è stato come avere la febbre. Come scrisse Henry Miller in Tropico del Capricorno, leggere è come avere un sogno febbrile alla fine del quale si è compreso qualcosa in più di sé stessi. Sicuramente, a fine lettura, molti dettagli dell’intricata vicenda de La Città dei Vivi vengono inevitabilmente dimenticati. Il ricordo di quell’incubo febbrile, però, rimane. Insieme alla consapevolezza più crudele: per quanto possiamo leggere, scrivere, vivere, non saremo mai in grado di comprendere noi stessi fino in fondo.

Nicola Lagioia, “La Città dei Vivi“, pp. 472, € 20,90, Einaudi.
Giudizio: 5/5

12.11.2020 Commenta Feed Stampa