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L’unica notte che abbiamo di Paolo Miorandi

Invocare un’eternità anteriore è convincente quanto invocare una Infinità del Lato Destro.

Borges

 

[1]Nell’Unica notte che abbiamo, ultima fatica di Paolo Miorandi,[1] [2] psicoterapeuta e garbato scrittore (di cui s’era recensito poco tempo fa il suo libro su Walser),[2] [3] la camera bianca ‘invocata’ a più riprese da una delle voci narranti rammenta, anche solo per ‘assonanza’, la chambre claire di Roland Barthes.

In effetti, nel libro appaiono molte fotografie (se ne fa menzione): offerte all’attenzione di un interlocutore, sempre il medesimo, esaminate o scrutate con una lente, maneggiate. E queste vecchie foto ritraggono esattamente quello che Barthes chiamava lo spectrum della fotografia: ovverosia lo spettacolo e il fantasma, perché in ogni fotografia (anche dei viventi) c’è «il ritorno del morto».[3] [4] Non a caso, per così dire, fra le più significative, ecco quella di un personaggio in maschera carnascialesca (pp. 225 sgg): personaggio patetico, clownesco, intento a svolgere il proprio ‘numero’. Ciò rivela, come voleva Barthes, il (un) legame tra la fotografia e il teatro (forse manifesto nel tableau vivant); e il teatro è legato originariamente al culto dei morti.[4] [5]

La piattezza e la contingenza della fotografia (ancora Barthes, ma non si insisterà troppo) trovano una loro espansione nella mediazione culturale e nel coinvolgimento emotivo e morale operato dalla narratrice: una donna anziana, forse in procinto di morire, che con i gesti, i deittici e soprattutto con il commento, costruisce un complesso ‘rito’ d’iniziazione ‘familiare’, (pp. 242-243). Qui nasce in effetti il racconto, il romanzo, l’invenzione, il libro. Un libro privo invero di fotografie.

Quella camera, infatti, è anche la pagina (bianca)[5] [6] che la scrittura della parola insistita e stremata dei personaggi – presenze-assenze, voci, phantasmata, epifanie –, parola mediata virtualmente dal racconto dell’anziana, riempie via via. «Da alcuni giorni impiego le ore immediatamente successive al risveglio a mettere su carta la storia che mi ha raccontato una vicina di casa» (p. 28). Così annota il narratore (il ‘vero’ narratore?); e a p. 241: «La finestra ella camera bianca è la sponda sulla quale naufragano le parole, a suo modo un rifugio, ho pensato…». Una storia dunque o addirittura una «deposizione» ma meglio «un resoconto». Soprattutto questa storia raccontata dalla vicina «nemmeno mi riguarda, è successo un anno fa, forse due». E sin qui, insomma, l’opera di un testimone non troppo coinvolto; e però via via più partecipe, solidario.

Ben presto, e sin dall’inizio a dire il vero – ma è ancora un particolare o un aggancio ‘realistico’ (p. 13) –, di questo testimone, di questo advocatus, i cui interventi, le cui meditazioni e distrazioni appaiono nel testo che leggiamo in corsivo, emerge la disposizione ‘auricolare’.[6] [7] Alcuni esempi: «È il movimento ondoso della notte a portarmi la sua voce, e dentro a essa altre voci come tenute insieme dalla sua, un lentissimo corteo bisbigliante che marcia nella mia direzione» (pp. 28-29); «La sua voce pare giungere da una distanza che non riesco a immaginare» (p. 50); «Ho capito che prestare attenzione a certe voci, a poche, talvolta anche soltanto a una, può diventare un compito, la mia camera bianca, è così che la chiamo» (p. 69). E poi, p. 243: «Era come se […] un tacito accordo prevedesse che io fossi in quella stanza unicamente allo scopo di ascoltare la sua storia». (p. 167).

Ecco, se i fatti narrati dalle voci fantasmatiche nei loro soliloquî in qualche modo si ripetono e si salvano, se il non-detto e l’indicibile trovano espressione, ciò avviene in virtù di questa natura auricolare del testimone-narratore, di questo medium, di questo psicoterapeuta (in un senso un tantino anomalo), di questo psicopompo, che si è posto un interrogativo ‘singolare’ che offusca appena una convinzione profonda: «Mi chiedo se ogni essere umano non sia per caso chiamato a prendere in consegna la voce di almeno un altro essere umano» (pp. 69-70). ‘Consegna’ che sigilla il tempo delle decisioni, perché il tempo delle decisioni è revocato (dalla morte), perché le decisioni sono irredimibili: «Non c’è più dolore nella voce che sento, né rabbia […] rimane solo un senso di irreparabile abbandono» (p. 50). Fino a quell’unica notte, l’ultima (pp. 239-240), la notte in cui la mappa è srotolata, il resoconto è compiuto, il romanzo (invenzione) compiuto e l’autore (trascrittore) ha saturato di segni la pagina bianca.[7] [8]

A spiazzare il lettore, che deve rinunciare alla quiescenza delle scritture ‘parlate’ (paratattiche), non tanto una prosa involuta, perché non lo è affatto, e semmai una prosa piana e neutra, nemmeno caratterizzante i personaggi: nessuna mimesi, nessun artificio smaccatamente spontaneistico; sicché con certo studiato ritardo affiora l’identità del ‘parlante’, del personaggio che prende la parola per comporre il mosaico della vicenda (sorta di epopea negativa, di epopea della sconfitta, tra fine Ottocento e Novecento). Nemmeno il discorso del testimone o il colloquio con la vicina che ha raccolto documenti di crucci, impronte di reminiscenze, di speranze, proseguendo in certo senso la sua professione accademica di storica in «ricerche storiche» (espressione che ricorre) familiari, danno, intenzionalmente, solidità alla ‘costruzione’ (narrativa). Il ‘materiale’ è in surplus ed è come se i personaggi, nella loro longevità che mima un’eternità nella ripetizione («… diventati per me porte e finestre […] su un regno ultramondano», p. 243), gravassero sulla sua stabilità: «Viene il momento in cui le pareti della camera si sbriciolano come se prima fossero stati suoni inarticolati del mondo a tenerle in piedi, la notte irrompe dappertutto, la mia camera bianca, è così che la chiamo» (p. 207).

S’è già detto altrove della malinconia di Miorandi. Qui, Nell’unica notte che abbiamo, si accompagna a un fondamentale e disperativo e saturnino pessimismo – e all’incredulità. C’è un momento nel libro, un momento di alta enfasi, in cui uno dei personaggi centrali, la maestra Rebensteiner, severa, pia, legnosa, catafratta, sul punto di indementire e già indementita, sul punto di vedere obliterata la propria memoria e il proprio sapere (e «la pagina», ancora la pagina!, «sarà restituita al suo primitivo biancore», 205), lascia sgorgare tutto il suo rancore intorbidito dai malesseri: «Non era dalla tua carne che avrei dovuto attingere la forza per percorrere avanti e indietro i corridoi vuoti delle mie giornate»; poco oltre: «Non erano la tua carne e il tuo sangue che avrebbero dovuto nutrirmi per l’eternità?»; infine: «E la tua voce?» (ibid.).

E al di sotto o al di là dei bordi destinali, del karma, dello Zeitgeist, il nichilismo. Un’ultima citazione (a parlare è la narratrice): «[…] non senza un certo compiacimento […] il perverso piacere dello studioso di fronte all’assurdità della storia umana, storia che lo studioso svolge e riavvolge in continuazione e tutto per potersi un giorno dire così è stato» (p. 172). E che sarà allora quello del narratore? Nichilismo charitable?

Paolo Miorandi, L’unica notte che abbiamo, Exòrma, Roma, 2020.

Giudizio: 4/5

 

[1] [9] Paolo Miorandi, L’unica notte che abbiamo, Exòrma, Roma, 2020.

[2] [10] http://www.cabaretbisanzio.tk/2019/03/13/verso-bianco-paolo-miorandi/ [11]

[3] [12] Roland Barthes, La camera Chiara, Einaudi, Torino, p. 11.

[4] [13] Ibid. pp. 32-33. Poco oltre, di questo medesimo personaggio, si racconterà una curiosa performance in costume da scheletro (pp. 236-237).

[5] [14] Molti gli esempi. P. 162: «Cara Georgette, scrivo (vedo le parole riapparire sulla carta, convocate dalla mia mente e quasi solide nella luce impietosa di questa soffitta»; p. 205: «[…] la pagina sarà allora restituita al suo primitivo biancore, alla promessa inaugurale della luce»; pp. 211-212: «Me ne sto qui, davanti alla tela che mi scherma gli occhi, uno spazio bianco, circoscritto e immenso, non ancora ferito dagli sguardi».

[6] [15] «Testimone auricolare»: ipotiposi canettiana.

[7] [16] E carta o atlante o palinsesto istoriato è anche la vecchia narratrice: «Guardi la mia pelle, è diventata un reticolo di segni che si sfaldano e solo ci passi sopra una mano, una babele di voci che solo il silenzio può permettere di udire» (p. 241, vedi anche p. 210).