Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > Configurazione Tundra di Elena Giorgiana Mirabelli

Configurazione Tundra di Elena Giorgiana Mirabelli

di Lorenzo Leone

Un primo assunto: fra congegnare una distopia e congegnare un’utopia non passa poi tutta questa differenza. E, in effetti, una distopia non è che un’anti-utopia o anche un’utopia ‘sospetta’. Nell’uno e nell’altro caso le ‘forme’ politiche (istituzioni, regimi, carismatici leaders) si rivelano meno cogenti degli effetti biopolitici prodotti da una tecnica e da una scienza perfezionate. L’homo felix, e cioè l’uomo dell’utopia e della distopia, è perciò stesso sempre manipolato, ‘condizionato’, sorvegliato; la sua felicità è l’esito di una deminutio, di un abaissement, di una narcosi, e poi, ancora, di un’allocazione in uno spazio isotropo e discreto, segmentato, di uno ‘schiacciamento’ sul presente; perché un’utopia e una distopia compiute non prevedono né evasioni, né passato né futuro.

Configurazione Tundra, il romanzo di Elena Giorgiana Mirabelli, profitta dello ‘schema’ con intelligenza e ne mostra, nientemeno!, taluni possibili nessi ‘genealogici’. Ecco dunque, innanzitutto, il progetto futuribile, eudemonistico, unanimistico, di un ‘ideologo’, l’architetto Marta Fiani (che è personaggio chiave del libro). Il progetto dell’ideologo ha trovato il suo compimento nell’edificazione di una città razionalista e funzionalista chiamata Tundra, replica esatta di altre città. Un certo numero di pagine del racconto sono dedicate alla descrizione di questa città; ma non si priverà il lettore del piacere di leggersele on their own.

Della città si dirà nondimeno qualcosa cavandola dal noto libro di Aldo Rossi, L’architettura della città (recentemente ripubblicato da Il Saggiatore).[1] Mirabelli vi ha attinto intuizioni e lo ha richiamato in un’intervista. Del libro di Rossi si vorrebbe menzionare anzitutto il refrain: «La città è cosa umana per eccellenza»: il che significa che non è solo architettura, ingegneria, scienza urbana, intenzionalità estetica e che i «fatti urbani» (espressione su cui non ci si soffermerà) sono accessibili alla psicologia, alla sociologia, all’ecologia. Abbreviando: un’ecologia che indaghi gli effetti dell’ambiente (anche di quello urbano ovviamente) sull’uomo dovrà ancora indagare gli effetti dell’uomo sull’ambiente (era la questione che si poneva Max Sorre). Qui allora lo spazio per l’uomo e per la sua τέχνη, per l’uomo e i suoi ‘orizzonti’, per l’uomo e la sua storia.[2] Ora, la configurazione della «città-bioma» di Tundra risponde a questa ecologia complessa pervenuta a terminale e delirante razionalità. Perché se da un lato promette «a tutti di potersi gestire, essere più efficienti e utili» (emarginando però gli inadatti o i poco adatti), dall’altro costituisce l’emergenza di un nuovo inedito, utopico (e distopico) orizzonte: «Era tutto così coerente che il momento in cui venne sancita la realizzazione delle nuove architetture spaziali e politiche era stato definito Orizzonte» (p. 15).

Marta Fiani, e con ciò si intende aggiungere un altro tassello, è un ideologo irriducibile e una visionaria ipocondriaca. Ha un’idea precisa dell’uomo, mutuata dall’antropologia filosofica di Gehlen;[3] un’antropologia che pare echeggiare un’idea arcaica o il mito del Protagora: l’idea di un uomo privo di dotazioni (δύναμεις) naturali e dunque ‘esposto’. L’uomo di Gehlen, l’uomo dell’esonero, del disimpegno organico, è uomo ‘storico’ o, se si vuole, ‘progetto’. Ed «è lì – si legge, e cioè nel suo dialogo con Gehlen – che Marta ha sviluppato le sue teorie sullo spazio urbano e il ruolo dell’architettura per il processo evolutivo» (p. 81). Accanto alla città ecco dunque «la Guida», e cioè un organismo ‘politico’ e normativo, disciplinatore, (p. 39); ecco un’algebra dei comportamenti e della casualità chiamato, esoticamente, «Equazione del Dato Teologico» (p. 68); ecco un sapere.

Romanzo d’esordio, va detto, e che rivela una scrittrice estrosa e immaginosa, Configurazione Tundra adotta una scrittura ibrida, miscellanea di prosa narrativa e di prosa saggistica. Grande spazio hanno gli apparati (il paratesto): pseudocitazioni, note a piè pagina, illustrazioni, una immaginifica bibliografia (che tuttavia include anche testi e autori esistenti). Nondimeno Mirabelli non cede esattamente alla tentazione del romanzo-saggio. Il tutto, difatti, è immesso nella fiction: i nodi speculativi e la cogenza della distopia affiorano in un testo che è racconto, diario intimo (anche erotico, corporale, a tratti ‘fumettistico’) della protagonista, Diana, l’io narrante. La quale, si ritrova, per uno di quei casi straordinarissimi, ad alloggiare nella casa di Lea, la figlia di Marta Fiani, e, contro ogni regola comunitaria che impone di svuotare le abitazioni degli oggetti personali nelle trasmigrazioni cicliche da una città all’altra (p. 22), nella disponibilità di un archivio mediatico (personale) impressionante. E qui, a questo punto, salta il ‘congegno’: in luogo dell’esonero gehleniano, l’acquisizione di un sapere, la produzione di un ‘supplemento’ (il diario, il romanzo che leggiamo), l’identificazione sentimentale e intellettuale, compiacente, con Lea. Con Lea che, con tutta evidenza, ha rigettato ogni forma di adattamento. Si è detto già troppo (peraltro tralasciando i personaggi maschili) e si lascerà al lettore il piacere di seguire Diana nella sua scelta.

Elena Giorgiana Mirabelli, Configurazione Tundra, Tunué, 2020, pp. 108, euro 13,50.

Giudizio 4/5

 

[1] Aldo Rossi, L’architettura della città, Il Saggiatore, Milano, 2018.

[2] Si legga il commento arguto di Aldo Rossi: «Con questo l’ecologia umana cambia bruscamente di senso: e coinvolge tutta la storia della civiltà».

[3] Arnold Gehlen, L’uomo. La sua Natura e il suo posto nel mondo, Feltrinelli, Milano, 1983.


14.06.2020 Commenta Feed Stampa