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La cattiva stella di Georges Simenon

di Lorenzo Leone

Les hommes vont au bout d’eux- mêmes, ou restent à mi-chemin

Simenon

Il giro del mondo durò circa sei mesi. Simenon partì da Le Havre, con Tigy (la moglie) nel dicembre del ‘34; l’ultimo scalo fu Malta, nel maggio del ’35. In uno dei tanti récits de voyage apparsi su «Marianne», nel corso del 1935, (titolo della rubrica: «En Marge des Méridiens») menziona questo percorso «alla meno peggio» del suo bastimento, da Marsiglia alle Ebridi, alla Nuova Caledonia – «La più lunga linea di navigazione del mondo», scrive. Nel giugno del ’35 è a Ingrannes, nel dipartimento del Loiret, presso l’abbazia di La Cour-Dieu, dove licenzia undici racconti che escono sul «Paris-Soir», tra il 12 e il 25 di quel medesimo mese, sotto il titolo «Les vaincus de l’aventure», poi «Les aventuriers du malheur». Ripresi sotto il titolo La mauvaise étoile, usciranno in volume presso Gallimard nel 1938. La cattiva stella (Adelphi, 2019) ci presenta, nella traduzione di Marina di Leo (traduttrice simenoniana), giustappunto gli undici récits preceduti dalle loro Notes en marge d’un tour du monde (Note a margine di un giro del mondo) e seguiti da cinque racconti, gli ultimi cinque, legati, in qualche modo, alla medesima esperienza. L’uomo che sparava ai topi è anzi un rifacimento di L’uomo che combatteva con i topi o la storia più banale del mondo. (La testa di Joseph e Little Samuel a Tahiti sono invece due racconti perfettamente compiuti).

Finora si è utilizzata la parola récit senza prudente circospezione. Ma che cosa sono questi di Simenon? Récits de voyage, dunque reportages – o nouvelles, e cioè opere di finzione? (Sul punto si veda B. Alavoine, Les voyages de Georges Simenon: du récit-reportage à la fiction, in P. Antoine, M.-C. Gomez-Géraud, a cura di, Roman et récit de voyage, Presses de Paris-Sorbonne, 2001, pp. 175-182). La nota introduttiva, cui s’è accennato, gioca con una meravigliosa ambiguità: Simenon dichiara, non senza malizia, di imbrogliare le carte: «Se scrivo che un certo individuo si trovava nelle isole Marchesi, è probabile che vivesse nell’arcipelago delle Pomotou; se parlo della Colombia magari mi riferisco alla Bolivia, e Ecuador significherà spesso Venezuela». Le ambasce, vere o finte, sarebbero dettate da scrupoli ‘morali’: «Tra grandi viaggiatori e avventurieri ci si conosce di più che in piccole città»; dunque «perché accanirsi su questi uomini che chiedono solo di essere lasciati in pace?» (p. 16). Poco dopo: «Non imbroglierò troppo. Non inventerò nulla. Al contrario» (p. 17). Di questi uomini che agognano una terra per il riposo si dirà fra un istante. Qui si vorrebbe dare rilievo ancora una volta all’astuzia dello scrittore che predispone un’esca per il suo lettore. Al quale resterà il dubbio di ritrovarsi a leggere una testimonianza dissimulata o una finzione verosimile. (P. 61: «Temo che mi accusino di inventarmi di sana pianta racconti più o meno macabri»).

Si è accennato ai personaggi. Sono romantici figuri, rigorosamente maschi e bianchi, europei, francesi (con una eccezione); e avventurieri un po’ in tutti i sensi del termine: anche in quello migliore. Sono le figliolanze sfrontate e nevrotiche degli imperi coloniali moderni. Raggiungono i tropici in cerca di fortuna di guadagni e ben presto si smarriscono; il loro abbigliamento segnala il degré del loro abbruttimento; la cera, quello della malattia. «Vorrei che non li giudicaste troppo severamente, quei falliti; vorrei che vi sforzaste di capirli» (p. 61), giacché sono i «falliti dell’inferno» (p. 16), i «nati sotto una cattiva stella» (p. 15). Un ciclo: quello di Simenon è un ciclo dei vinti sulla linea dell’equatore. Ma nessuna eccessiva, trepida partecipazione da parte sua e invece un’aneddotica un tantino ‘proverbiante’ (ma bonaria). E se una filosofia viene elaborata – e cioè una filosofia dell’avventura –, è delle più agevoli, senza la fatica del concetto: «Sta in questo, credo, la filosofia dell’avventura: se trovi una perla, è tanto di guadagnato. E se, dopo anni, la sorte ti fa imbattere in una perla rara, può essere la tua fortuna. Ma non vai a pesca di perle rare, e neanche di perle in generale. Peschi ostriche!» (p. 106).

E di qui, forse, gli deriva come conseguenza quella ‘miopia’ che gli fa vedere un mondo piccolo o rimpiccolito, sia esso quello dei naviganti del mediterraneo, come già si era rilevato nelle note (https://urly.it/36smd) a Il mediterraneo in barca (Milano, Adelphi, 2019), o quello degli avventurieri malavventurati. P. 105: «Il mondo è diventato troppo piccolo, e in Africa come in Asia, nel Pacifico come nella pampa, l’avventuriero si sente stretto all’angolo». Sicuramente un rigetto dell’esotismo, della letteratura coloniale, da Loti a Claudel (p. 105: «Gendarme ed esattore! Tutto il resto è letteratura, e cattiva letteratura, perché manda allo sbaraglio tanti bravi ragazzi, che meriterebbero di meglio»); ma senza i crucci di un Segalen, preoccupato della degradazione del Diverso, dell’entropia dell’Esotico (si rinvia al seguente url: https://urly.it/36sv8).

Il libro con la sua svelta e leggera «tessitura di parole» (l’espressione è di Manganelli) attrae irresistibilmente. Mettevi dunque comodi perché è assai probabile che non riuscirete a interromperne la lettura.

Georges Simenon, La cattiva stella, Adelphi, Milano, 2019, pp. 168, 12,00 €.

Giudizio: 5/5


8.06.2020 Commenta Feed Stampa