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Dolore di V.S. Naipaul

di Lorenzo Leone

Il primo numero della collana ‘Microgrammi’ di Adelphi, collana di testi digitali ‘figlia’ delle attuali circostanze disgraziate, è un piccolo testo di V.S. Naipaul. Secondo la concisissima e ‘icastica’ nota editoriale lo scritto, che è apparso sul «New Yorker» il 6 gennaio 2020, sarebbe uno dei suoi «più diretti e personali». Titolo (icastico del pari): DoloreGrief nell’originale, che tuttavia significa anche lutto; e in effetti vi è raccontata l’esperienza del lutto e, chiaramente, del dolore.

Ora, verrebbe da domandarsi, c’è esperienza più personale e al contempo più universale del dolore (e del lutto)? Di più: c’è esperienza che più direttamente tocchi l’esistenza di ciascuno di noi? E, daccapo, che toccando l’esistenza di ciascuno di noi, metta in discussione l’esistenza di tutti o di tutto – e si converta perciò stesso in domanda sul senso, sul valore? (Unde malum?). Il dolore come prova, come esposizione al tormento, all’afflizione, ma pure come verifica (del senso). (Sul punto si veda S. Natoli intitolato L’esperienza del dolore, Feltrinelli, Milano, 1986). Ecco, l’estensore di queste linee, se gli si chiedesse di che ‘parla’ Naipaul in questo suo ‘racconto’, risponderebbe: del dolore come prova.

Ovviamente con quel suo modo di esprimersi, senza patetismi. Chi conosce e ama Naipaul sa quanto sappia essere asciutto sebbene non ‘severo’ e anzi ironico, benevolmente ironico. Per esempio qui, in questo ‘memoriale’, si faccia caso al seguente passaggio in cui parla di un vaso di ottone, dono del padre: «Aveva una forma classica, come un’urna, più larga all’imboccatura e alla base; e, benché dopo averlo pensato avessi subito cercato di dimenticarmelo, poteva servire a contenere ceneri umane» (p. 14). In quel momento, il ventunenne Naipaul sta vivendo l’esperienza del lutto paterno e al vaso, studiato, disegnato, raccontato, legherà parte della sua elaborazione, della sua prova.

Esporre il seguito significherebbe fare un ‘torto’ al lettore; tanto più che già si è detto della ‘materia’ dello ‘scribillo’. Ma se l’estensore di queste linee volesse ancora allettare i lettori accennerebbe alle peripezie del gatto Augustus: «I miei ospiti volevano sapere se avesse già un nome. No, anche se uno veniva subito in mente: Augustus, e non perché fosse un nome da gatto, ma perché gli stava benissimo, come avrebbe capito chiunque conoscesse anche tanto così la storia di Roma» (p. 25).

Vidiadhar Surajprasad Naipaul, Dolore, Traduzione di Matteo Codignola, Microgrammi, 1, Adelphi, Milano, 2020, pp. 32, € 1,99.

Giudizio: 5/5


8.04.2020 Commenta Feed Stampa