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La testata di Zidane di Fabrizio Ottaviani

di Lorenzo Leone

La collana di saggi Centotrentacinque (Mattioli 1885, in tiratura limitata) diretta da Filippo Tuena ci offre ancora un ‘risultato’ inaspettato e felicissimo con questo volumetto (pagine 85) di Fabrizio Ottaviani. Tecnicamente brillante, ingegnoso, La testata di Zidane, questo il titolo, si legge agevolmente, con piacere. Il tema, il gesto sleale e violento di un atleta, parrebbe sproporzionato ai mezzi impiegati: mezzi espressivi, concettuali… percorsi di senso; meglio, potrebbe apparire sproporzionato al senso comune prefilosofico (per definizione). Il gesto di Zidane, infatti, è anzitutto un segno da interpretare, spiegare, tradurre ma anche descrivere (la parola greca ἑρμηνεύειν ci soccorre).

Di questo gesto, sul suo essere segno, o disegno, Jean-Philippe Toussaint, in un breve scritto (La Mélancolie de Zidane), aveva già rimarcato la rapidità e la scioltezza proprie della manualità del calligrafo; pure, la velocità di esecuzione gli appariva lungamente preparata da altro. Il piccolo scritto di Toussaint, pubblicato dalle Éditions de Minuit nel 2006, l’anno del mondiale di calcio a Berlino, l’anno del coup de boule di Zidane ai danni di Materazzi (il medesimo Toussaint sugli spalti) ha per sottotesto L’encre de la mélancolie di Jean Starobinski (in «Nouvelle Revue Française», n. 123 ‹1963›, pp. 410-23). E così quando Toussaint dice che quel gesto è come un trabocco di bile nera è a quel testo di Starobinski, a ciò che vi si dice della malinconia, dello spazio, della clausura, della solitudine, della spossatezza che bisogna risalire decodificando (il gap).

L’esperimento o divertimento di Fabrizio Ottaviani non è meno interessante. Anzi. Anche qui il gesto innanzitutto, il gesto iconico; ma, accanto al gesto, l’icona, Zidane. Già nella premessa aclaratoria, il Nostro menziona un’icona, e cioè Francesco Totti. Ora, l’icona, da un punto di vista semiotico, intrattiene una qualche relazione di somiglianza con il suo ‘oggetto reale’. Leggiamo: «Stamattina mia figlia, mentre l’accompagnavo all’asilo, ha scambiato il gigantesco, pregevole murale di Totti, visibile sulla parete di una scuola elementare si San Giovanni, per un ritratto del papà» (p. 9). L’allegra confusione provoca nell’autore (narratore) un prevedibile imbarazzo.  Sennonché, alla pagina successiva, è il medesimo autore (narratore) a ‘mancare’ il riconoscimento di un se stesso ‘passato’, di un se stesso per giunta professante un interesse footballistico benché circoscritto al brutale, belluino, romanesque (Toussaint) gesto di Zidane. Leggiamo (anche qui): «Non avevo, in passato, dedicato due intere settimane estive alla redazione di un dialogo smaccato argomento calcistico in una casa di campagna» ecc. (pp. 10-11). Naturalmente c’è confusione e confusione; e l’equivoco reca confusione e désarroi, come diceva qualcuno. E proprio quel gesto (segno) incrinava (segnava) l’icona Zidane, l’icona del «bravo ragazzo di origini algerine, […] simbolo di un’integrazione riuscita» (p. 26).

Sono queste, nemmeno troppo in fondo, le ‘premesse’ di una discussione – conversazione, dialogo, esercizio dialettico… – che fiutando il mito (p. 11), il mito nella la sua ambiguità o confusione o equivoco, si arrischia a renderne la ragione; perché la verità del mito non può che essere ridotta dalla ragione a superstizione. L’allegra confusione di e no (ci) esorta a mostrarne, spiegarne, tradurne il senso, i sensi. Che dal conflitto (confusione) sorga il teatro e con il teatro i suoi personaggi, interpretanti, dialoganti che prendono il posto dell’autore (narratore) quasi dimentico di sé – tutto ciò testimonia esuberanza intellettuale e sense of humour di Fabrizio Ottaviani.

Certo, la scelta ‘drammaturgica’ (di una drammaturgia minimale), e cioè il dialogo fra Jean, Annette e Marcel, si ispira al Rêve di D’Alembert, come non manca di ricordare il Nostro nella sua premessa dove menziona anche il Carteggio Aspern (anche qui una benda sugli occhi con i suoi sottintesi…); ma non va scordata la perdurante solidarietà con tutto il dialogismo filosofico. La ricchezza euristica della conversazione che oppone i punti di vista, i e i no, tanto apprezzata da Diderot, non risale a Montaigne ma all’inizio della nostra ‘avventura’ come ci ricorda Giorgio Colli. È, in altre parole, quella parola (del λόγος) vivente, forgiata e «scagliata contro le parole degli uomini» giacché (e lo ripeterà da par suo Montaigne) «lo scalpello dell’agonismo è lo strumento della politura razionale» (Filosofia dell’espressione, Adelphi, Milano, 1969, p. 185).

Tanto più azzeccata quella scelta considerando il tema, l’argomento, come si sarà capito. E cioè il gesto (segno) di Zidane che Ottaviani, per bocca di un suo personaggio, Annette, descrive, un po’ come Toussaint, e cioè plasticamente, «limpido e scorrevole come l’azione di un sicario» e, tuttavia, con «una coda goffa» (p. 25), un piccolo inciampo – un ‘aggancio’ a tutte le speculazioni successive sui sensi primi e secondi. Annette la filosofa, Jean lo psichiatra, e Marcel il giurista (marito di Annette e sonnambulo), in un ingegnoso scambio, snocciolano raisonnements antropologici ed etnologici e sociologici che annodano sport e religione, estetica ed ἦθος (ethos) e πάθος (pathos), ritualità o ritualismo e minuzia simbolica («Se a Berlino il sommo sacerdote Blatter non presenzia al rito, è perché il rito non c’è più», p. 71) e significato o valore psichico. Trova persino spazio, in questo dialogo senza soluzioni, digressivo, che farebbe la disperazione dei debating teachers e dei debating coaches, un intermezzo inquadrante l’intera faccenda nel diritto barbarico di grande arguzia e di irresistibile attrattiva in cui, e il resto lo scopra il lettore, «la testata rappresenta l’ultima occasione che ha Zidane di abbattere il nemico rispettando l’universo ordolalico» (p. 59).

Non stupirà del tutto – o forse sì? – il penchant pessimistico sulle fortune italiche. E, d’altra parte, «così poco abituati ai successi collettivi [gli italiani] che quando capita che vincano sembra che abbiano vinto per miracolo» (p. 82). È certo che per Ottaviani, nel bene e nel male, o al di là del bene e del male, occorre riaffermare, non senza ironia, la costante antropologica italiana; e dunque (ibid.) la prevalenza delle lotte fratricide, il campanilismo, l’orgoglio monco, la substanziale inadeguatezza. E così, e beffardamente, il refrain del necrologio (autoptico): «Il re è morto viva il re», diviene: «L’Italia ha vinto, e l’Italia è stata mortificata» (p. 71).

Fabrizio Ottaviani, La testata di Zidane, Centotrentacinque (collana diretta da Filippo Tuena), pp. 86, € 14.00, Mattioli, 1885.

Giudizio: 5/5


3.03.2020 Commenta Feed Stampa