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Lo scrivano di Nietzsche di Fabrizio Coscia

di Lorenzo Leone

Così Franziska Oehler, madre di Nietzsche, a Overbeck il 28 di marzo del 1895: «Chissà che voi due, i migliori amici di mio figlio, non dobbiate intervenire anche in favore di sua madre, che ha curato completamente da sola la sua educazione giacché lui non aveva ancora cinque anni e Lieschen tre quando perdetti il loro padre» (Curt Paul Janz, Vita di Nietzsche, Ghibli, Milano, 2014, vol. 3, pp. 161-162). Nel marzo del 1895 Friedrich stava a Naumburg, in casa della madre, sous l’emprise de la folie da oramai sei anni. E gli amici, i migliori amici, si occupavano di lui ciascuno a suo modo. Si chiamavano Franz Overbeck e Heinrich Köselitz, quel Köselitz che Nietzsche ‘ribattezzò’ Peter Gast. Dei due, nella biografia nietzschiana prima e dopo il crollo, il primo è ricordato per la lealtà, la generosità (e l’efficace sollecitudine dal momento che fu lui a ricondurre Nietzsche a Basilea da Torino all’inizio di gennaio del 1889); il secondo per la discepolanza (difficile compito!), per la convivenza a tratti un poco turbolenta, per quell’opera di decifrazione e di redazione di tutti manoscritti del filosofo dopo il 1876, per le manipolazioni (anche in combutta con Lieschen, e cioè Elisabeth Förster-Nietzsche). Insomma, per una specie di intrepida e faticosa inadeguatezza. Un babbeo e un peso morto lo aveva definito Nietzsche in una qualche lettera, en privé (lettera che forse Köselitz, in qualità di curatore dell’opera omnia, si ritrovò per le mani), benché, poi, fosse il medesimo Nietzsche l’unico a incoraggiare il musicista Gast, ad adoperarsi affinché le sue inette composizioni fossero eseguite in pubblico.

Diceva Nietzsche, lo scriveva a Spitteler il 25 di luglio del 1888: «Es ist mir nie gelungen, einen persönlichen Feind zu haben», «Non sono mai riuscito ad avere un nemico personale» (Janz, Op. cit., p. 65). Ciò che appare tanto più vero dopo la catastrofe del gennaio 1889. Però questo è soltanto lo scenario più facile. Vero è che gli amici fecero, per così dire, quadrato attorno all’infermo; e tuttavia proprio Köselitz, uno degli intimi, ci appare, alla fine, completamene irretito da una pertinace, accanita Elisabeth. E così, e per abbreviarci la via, Köselitz-Gast, Köselitz l’inetto, finisce per assomigliare a un personaggio da romanzo (o da commedia). Nessuna meraviglia che Fabrizio Coscia lo abbia scelto quale protagonista del suo felicissimo saggio-racconto, del saggio che ha voluto intitolare, memore di un titolo melvilliano, Lo scrivano di Nietzsche (Mattioli 1885, 2019).

Il sipario si apre sull’ultimo atto (o quasi): «… e così ti vedo, finalmente, nella penombra della stanza» (p. 11). Dove siamo? A Weimar, probabilmente nell’ottobre del 1899. Una lettera a Overbeck menziona effettivamente questa visita: «Sono stato a Weimar dall’11 al 14 ottobre!»; e poco oltre: «Nietzsche riposa tutto il giorno su un divano al piano di sopra, avvolto in una veste di flanella bianca; non ha un brutto aspetto, si è fatto molto calmo, ti guarda con uno sguardo trasognato e fortemente interrogativo» (Janz, Op. cit., p. 210). Il penultimo atto, dunque, e di nuovo il discepolo e il maestro assieme, l’uno di fronte all’altro, benché, per il vero, Nietzsche sia ‘scomparso’ un decennio prima («Per Nietzsche è finita!» aveva esclamato Overbeck, sorprendentemente, già il 20 gennaio 1889 ‹Janz, Op. cit., p. 49›), e quel ‘tu’ confidenziale («mai ti ho dato del tu», p. 12), e un interrogativo, un interrogativo prodotto da un’amnesia che non sembra trovare risposta. Non un dialogo, impossibile con quella specie di mummia o di reliquia dell’Archivio voluto da Elisabeth, nessuna comunione fatica, bensì un soliloquio che ha in Köselitz il locutore e il narratore fittizio. Ma ben presto il registro ‘narrativo’ muta (segnalato anche dal tondo in luogo del corsivo delle prime pagine). Ora è un locutore anonimo, fuori campo, a ‘parlare’, e a raccontare le vicende anteriori, taluni momenti della coesistenza delle due ‘monadi’: «È stato il tuo amico Paul, un giorno a Lipsia, a metterti tra le mani il libro: l’autore era un brillante e un po’ eccentrico professore di filologia classica dell’Università di Basilea» (p. 13); dunque un altro narratore fittizio, che conosce bene finanche i pensieri di Köselitz, sicché finirà per metterne a nudo l’anima o il cuore. Poi è di nuovo Köselitz, ripigliando il discorso interrotto dall’irruzione del secondo narratore, a proseguire: «… noi due, il Maestro e il Discepolo, e lo so, finalmente lo so, pensare che un tempo solo io leggevo i tuoi libri» (p. 17). E così via, giacché i due narratori si alternano fino alla fine, fino al breve, ‘esogeno’ epilogo (pp. 64-65) che fornisce alcuni ragguagli biografici su Köselitz dopo la scomparsa definitiva di Nietzsche.

Un dubbio (o un’ipotesi): che anche il secondo narratore fittizio sia Köselitz: Köselitz che parla di sé alla seconda persona per ‘smascherare’ la propria debolezza, il proprio fallimento – l’indifesa nudità dell’uomo che ciascuno di noi è. Ciò che pare confermato dall’evidenza che anche il primo narratore, via via, pare assumersi il compito di confessarsi, in prima persona. Finché l’amnesia del ‘passaggio’ dimenticato e rimosso (un giudizio del maestro!) non svanisce: «Heinrich Köselitz, sassone, adulatore […]» (p. 63): il contenuto delle lettere che Elisabeth gli aveva affidato affinché ne curasse l’edizione? (Ma ciò e il seguito, l’accettazione della propria mediocrità, l’acquiescenza, non sarebbero, per dirla tutta, e nietzscheanamente, dei sintomi?).

Faccio mia questa ipotesi (sull’identità del narratore fittizio) che darebbe al librino di Coscia una vernis de finesse. Non mi pare vi siano elementi diegetici o di commento che la inficino salvo il seguente passaggio in cui una ‘parentetica’ fissa un’eccezione: «Poi, dopo qualche giorno, parlando di te alla moglie di Wagner (ma questo tu non puoi saperlo) ti definisce senza mezzi termini ‘un musicista assolutamente nullo!’». — Invito altresì il lettore a leggere il piccolo saggio come un racconto: gli risulterà agevole. Dico questo senza dimenticare quanto Coscia si sia sodamente documentato. (È un peccato, lo dico fra parentesi perché nota marginale, è un peccato che non sia stato tradotto in italiano il Briefwechsel tra Overbeck e Köselitz).

Fabrizio Coscia, Lo scrivano di Nietzsche, Centotrentacinque (collana diretta da Filippo Tuena), Mattioli, 1885, pp. 68, € 14.00.

Giudizio: 5/5


17.02.2020 Commenta Feed Stampa