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Le affaccciate di Caterina Perali

di Silvana Arrighi

A volte i libri ti vengono incontro, portando con sé interessanti coincidenze. Quando ho iniziato la lettura di questo romanzo avevo appena terminato di leggere Gli anni di Annie Ernaux, non mi è quindi stato difficile riconoscere al primo sguardo la citazione in esergo:

“La ricerca del tempo [perduto] passava dal web. Gli archivi e tutte le cose passate che non immaginavamo neanche di poter ritrovare un giorno ci si facevano incontro nell’istante stesso in cui le cercavamo. La memoria era diventata inesauribile, ma la profondità del tempo – quella che ci veniva trasmessa dall’odore e dall’ingiallimento della carta, dal fruscio delle pagine, dalla sottolineatura di un paragrafo a opera di una mano sconosciuta – era scomparsa. Eravamo in un presente infinito.”

Non è forse in un “presente infinito” che vive Nina, anzi ha un passato che brucia, e forte. Ha alle spalle “un amore finito al momento giusto per diventare eterno”, è stata malamente licenziata, a neppure quarant’anni si ritrova affogata in rimpianti e nostalgie: ha perso il ruolo e, con questo, l’autostima, i suoi rapporti sociali “si sono sbiaditi come polipi al sole, stesi come stracci umidi su una griglia da strada”. Nina, però, non ama condividere i propri crucci, è una adepta del web e dei social, ci si specchia e si offre al mondo attraverso di essi: all’amicizia agita preferisce lo scambio di brevi battute su whatsapp, rimandando di giorno in giorno incontri più personali – persino con l’amica del cuore, all’oscuro di ciò che le succede e della sua disperazione – che la costringerebbero a mostrarsi con sincerità. Vive in un quartiere di Milano che in vent’anni ha visto trasformazioni epocali, in una vecchia casa di ringhiera che si è ritrovata immersa in un intreccio di grattacieli, addirittura  di fronte ad uno dei più prestigiosi della città o, forse, d’Italia e del mondo, il Bosco Verticale. È qui che incrocia ogni giorno un’anziana signora molto riservata – Adele, la smilza – e, talvolta, un paio di sue amiche, al contrario, particolarmente vistose: la serba Svetlana, la forzuta, e Teresita, la maculata. Sono loro che provocano un incontro con Nina – “Nina bella, scusami, so che hai un sacco da fare, ma avresti per caso un apribottiglie […] Posso prendere anche quella bottiglia lì? Il Ruinart?” – o lei che ne ricerca uno con loro – “Se volete il mio Ruinart avrete anche me” – ? Cosa possono avere in comune tre arzille signore più che settantenni e una giovane organizzatrice di eventi? Ci sarà da divertirsi o, piuttosto, da commuoversi durante la bizzarra cena organizzata in casa di Adele? La serata, durante la quale Nina viene a conoscenza delle vite delle anziane signore, diventa il cuore del romanzo. Nina ascolta i racconti e non può fare a meno di lasciarsi sfiorare da quelle vite insolite, nelle quali pregiudizi, luoghi comuni e stereotipi hanno stratificato dolori, sofferenza, solitudine.  Tuttavia, pur consapevole di essere di fronte ad un “nuovo tessuto umano da cui attingere emozioni”, una punta di aridità e indubitabile distacco la mantengono cinicamente distante. Non smette di chattare con la sua amica, relazionandole con sarcasmo i racconti che sta ascoltando; ben lontana, anche, dal voler raccontare alcunché della sua vita, né alle anziane signore né all’amica, continua a restare “affacciata”, in attesa degli eventi che potrebbero portare dei cambiamenti.

Caterina Perali (Treviso, 1975), non proprio esordiente – suo il romanzo “Crepa” (13Lab Edizioni, 2015) – ha scritto un romanzo fresco, ironico e attento. Dal suo osservatorio milanese – il quartiere Isola – nel quale più che altrove l’intervento di rigenerazione urbana e architettonica ha rimescolato fra loro vecchio e nuovo, ci racconta con lucidità un mondo dove sempre più la paura della condivisione emotiva ed affettiva porta a chiudersi in sé, preferendo la rapidità e facilità di un messaggio digitale ad un rapporto umano più vero.

Caterina Perali, “Le affaciate”, 168 pp, 14 euro, Neo Edizioni, 2020.

Giudizio: 4/5

[La foto, scattata da me durante un giretto di ricognizione nei luoghi del romanzo – non distanti da casa mia – rappresenta esattamente ciò che Nina vede dalle finestre della palazzina dove abitano lei e la smilza Adele: il Bosco Verticale a sinistra e l’”ecomostro ligrestiano” a destra, ora sottoposto ad una ristrutturazione che lo rende appena appena guardabile…]

 


10.02.2020 Commenta Feed Stampa