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La meravigliosa lampada di Paolo Lunare

[1]Ce qui caractérise Prométhée, au contraire, c’est qu’il ne peut séparer la machine de l’art. Camus, Prométhée aux enfers.

L’uomo vuole soltanto la verità: egli desidera le conseguenze piacevoli – che preservano la vita – della verità, è indifferente di fronte alla conoscenza pura, priva di conseguenze, mentre è disposto addirittura ostilmente verso le verità forse dannose e distruttive. Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale.

 

Da tre anni Paolo Lunare, all’insaputa della moglie Petra, trascorre le notti nel garage di casa dove lavora alacremente e fallendo sempre a una prodigiosa lampada che dovrebbe generare una luce simile alla quella del sole. La lampada è il regalo che Paolo intende offrire a Petra, a Petra che ama la luce, per il loro quindicesimo anniversario di matrimonio oramai imminente. Ma Paolo fallisce ancora una volta la notte in cui fabbrica una lampada capace di proiettare una luce lunare. Qui giova interrompersi e lasciare al lettore il piacere di scoprire il seguito.

Torniamo all’inizio. Paolo rinchiuso nel garage suggerisce già un’incomunicabilità e un tacere e una miopia quotidiani: «Se si fermava a riflettere sul suo rapporto con Petra, sapeva di amarla e di essere sereno con lei, ma non faceva più nulla per farglielo capire. E gli sembrava che lei si comportasse allo stesso modo. Lui però le stava costruendo la lampada per renderla felice. Lei stava facendo qualcosa di altrettanto impegnativo per lui?» (p. 15). Paolo sa o intuisce appena che non tutto è pacifico nel suo matrimonio ma crede di poter guardare avanti con fiducia. La lampada che proietta la luce del sole farà felice Petra; consoliderà il loro legame. Eppure, e come si sente ripetere spesso, non si può guardare avanti senza seppellire una volta per tutte il proprio passato. Ironia della sorte, in luogo di una lampada che proietta l’alba del giorno che verrà, Paolo Lunare (segnato anche dal cognome) fabbrica una lampada che illumina la notte dei giorni passati. E poiché il passato di ciascuno si intreccia a quello dei molti (e dei genitori innanzitutto), ecco illuminato (s-velato), nel medesimo tempo, il passato dei vivi e dei morti – i phantasmata noctium.

Ora, la rivelazione di qualcosa (delle verità, di una verità) rinvia alla menzogna, alla reticenza e al silenzio che quel qualcosa hanno ricoperto, mascherato, taciuto; e «la fioca luce che apre uno squarcio sull’aldilà» (p. 47) mostra, assieme alla verità, il rito e l’espiazione dell’inganno. Proprio la menzogna, sopra tutto, appare tratto antropologico precipuo: «Si chiese se [alla luce della torcia] la menzogna non fosse tanto connaturata all’essere umano da riproporsi inevitabilmente in punto di morte come ultimo pensiero: che la morte fosse in realtà una forma estrema di rimorso?» (p. 52). È l’ambigua dotazione di Prometeo che, guarda caso, consegna all’uomo la luce (e il calore) del fuoco (come téchne). E difatti nemmeno il dono (dôron) di Paolo Lunare è in grado di svelare l’ultimo pietoso inganno (dòlos) di Petra. Anche il dono di Paolo è, ovviamente, un ‘inganno’ (fra virgolette).

Il ‘convincimento’ è consegnato all’avertissement finale: «La letteratura è una menzogna. Ogni storia è una finzione […] Se, quindi, dovesse sorgervi il sospetto di aver riconosciuto in qualche anfratto di questa novella la vostra vita […]» (p. 95) ecc. ecc.. La letteratura è, come la meravigliosa lampada di Paolo Lunare, poietikè téchne; è un dono prezioso sebbene assai più debole della necessità (τέχνη δ᾽ ἀνάγκης ἀσθενεστέρα μακρῷ, Eschilo, Prometeo, 514); è altresì un inganno… Nessuna meraviglia che ciascuno possa specchiarvisi, riconoscere una parte della propria esistenza. Perché «non c’è scampo per nessuno» (p. 67) benché le somiglianze non siano regolarmente che coincidenze (p. 95).

Un racconto lungo o un romanzo breve questo di Cristò appena pubblicato da TerraRossa Edizioni nella collana Sperimentali. Un testo narrativo di nemmeno cento pagine, suddiviso in tre parti, a segnalare le svolte diegetiche, e in brevi capitoli che recano alternatamente il nome dei due protagonisti (Petra e Paolo), in cui Cristò perviene a un risultato tecnico di particolare limpidezza ed eleganza. Anche un testo un po’ malinconico, sentimentale e che, nondimeno, racchiude, come si è visto, un significato più universale, antropofilosofico.

Cristò, “La meravigliosa lampada di Paolo Lunare”, p. 98, € 13,00, TerraRossa Edizioni [2], 2019.

Giudizio: 5/5