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La clausola del padre di Jonas Hassen Khemiri

di Silvana Arrighi

Prendi in mano questo libro e osservane la copertina. Sopra ad un mare scuro scuro, vedi un arcipelago di casette rosse dal tetto nero, e sopra ai tetti persone: le casette stanno, forse, affondando, una sola appare solidamente posata sulla terraferma ed è l’unica che reca sul tetto una famiglia. Un cielo quasi terso, di un caldo e solare giallo, sovrasta e illumina la scena.

Poi apri il libro, e leggi in esergo:

“Chiedete a una madre che ha appena perso un figlio: Quanti figli hai? “Quattro” risponderà “…no, tre.” E qualche anno dopo “Tre” dirà “…no, quattro”. [Amy Hempel, Ragioni per vivere. Tutti i racconti.]

E poi l’incipit:

“Un nonno che è anche un papà torna nel Paese che non ha mai lasciato. È in coda per il controllo passaporti. […] Non starebbe mai via per più di sei mesi. Sei mesi è il massimo. Di solito sta via cinque mesi e trenta giorni. A volte anche solo cinque mesi e ventisette giorni.”

Ora, mi dirai, ma che ci vuoi insegnare, come si affronta la lettura di un libro? No, ti voglio dire, però, che il nuovo romanzo di Khemiri è già tutto qui, nella copertina, nelle parole della scrittrice statunitense, nel modo “anonimo” in cui vengono designati i personaggi: perché non c’è solo il “nonno che è anche un papà”, ci sono anche “un figlio che è anche un padre “, “una figlia che è anche una sorella e una madre”, “una ragazza che è anche una mamma”, personaggi che Khemiri fa muovere in uno scenario famigliare convulso, nell’arco di una settimana e sotto il cielo luminoso di Stoccolma. Questo designare i personaggi non per nome ma con il grado di – mutevole – parentela che li accomuna è la cifra stilistica del nuovo romanzo dello scrittore svedese, romanzo solido e lucidissimo ma forse, nonostante tutto, meno spiazzante (e quindi anche meno brillante) del precedente Tutto quello che non ricordo (Iperborea, 2017)*.

È una famiglia, con i suoi accadimenti e i suoi conflitti, soprattutto con i suoi nervosismi e le sue esasperazioni quella che viene dipinta a rapide pennellate: una famiglia fatta di affetti prima dati e poi tolti, aspettative disattese, disillusioni, rancori. Di felicità ce n’è poca, di affetto probabilmente molto ma ricoperto di stanchezza e frustrazione. E la generosità necessaria per perdonare, lenire le ferite, comprendere le mancanze a volte sarebbe a portata di mano ma spesso sembra lontana chilometri. Insomma, come nella vita di ognuno di noi – che appare spiattellata lì sulle pagine in modo tanto evidente – l’armonia si ritrova e mantiene solo a prezzo di lavoro e fatica. Si tratta, dunque, di un romanzo familiare assolutamente attuale, dove ognuno come su un palcoscenico può, a turno, interpretare il padre ma essere anche un nonno, la figlia che è anche sorella, la madre che è anche nonna… e, come nella variopinta copertina, ognuno può scegliere dove e come posizionare la sua casetta-isola, salvandola dal naufragio di inquietudini a cui potrebbe essere destinata: può scegliere se restare da solo sul tetto e guardare gli altri fare altrettanto in lontananza o ricorrere alla solidarietà del gruppo e salvarsi.

Protagonista assoluto è un anziano padre – il nonno che è anche un papà – che, pur vivendo all’estero, torna a Stoccolma ogni sei mesi, un attimo prima di essere considerato un residente permanente nel Paese dove, in effetti, abita e dovervi quindi pagare le tasse. Ogni volta si ferma in città per pochi giorni, approfittandone per sistemare affari personali, occorrenze mediche e, soprattutto, tenere i fili del rapporto con i due figli (sì, due, anche se una volta erano stati tre…) e i piccoli nipoti. Ma ognuno ha un suo spazio nel romanzo e a turno ognuno racconta di sé, il figlio nevrotico e stremato dal permesso di paternità e conseguente accudimento dei bambini, la di lui compagna, avvocata di successo, la seconda figlia (o terza, visto che c’era stata una prima?) dell’anziano alle prese con un rapporto di coppia poco convincente, il di lei compagno che….scusate, sto cominciando ad esprimermi come Khemiri! D’altra parte i personaggi non hanno nomi in questa storia, una trovata divertente ma che complica un po’ le cose…

C’è anche molta ironia, infatti, in questo romanzo circolare, che per diversi aspetti mi ha ricordato lo splendido Un divorzio tardivo di Abraham B. Yehoshua, pur senza averne la drammaticità. E alla fine c’è un chiarore, una luce di speranza: la matassa rimane intricata ma il filo sottile degli affetti permetterà una tessitura in grado di rasserenare tutti.

* Caratterizzato anch’esso da una colorata copertina tutta a casette: ignoro se sia una richiesta specifica dell’autore o se disegnatori diversi – Marie-Laure Cruschi (disegnatrice per Iperborea) e Andrea Ucini (per Einaudi) – siano stati entrambi influenzati dal simbolo dell’abitare del Nord, le casette rosse svedesi. Mi pare evidente la suggestione creata da entrambi, legata alla simbologia delle possibili architetture di rapporti umani, nella cui descrizione Khemiri è maestro.

Jonas Hassen Khemiri, La clausola del padre, (trad. Katia De Marco ), pp. 256, € 19,50, Einaudi Supercoralli, 2019.

Giudizio: 4/5


4.12.2019 Commenta Feed Stampa